- Tags: figli, genetica, matrimonio, science
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Personaggi celebri come Johann Sebastian Bach, Edgar Allan Poe e Albert Einstein, che sposarono delle cugine, probabilmente la sapevano lunga anche in amore. Uno studio apparso su Science sembra suggerire che il matrimonio e in generale le relazioni sessuali tra parenti non troppo stretti, al contrario di quanto fa pensare il tabù che le circonda, abbiano qualche vantaggio riproduttivo. Studi precedenti condotti in India e in Pakistan avevano riscontrato un maggior numero di figli nelle coppie formate da cugini, ma erano stati criticati per aver tralasciato spiegazioni socio-economiche del fenomeno, come il fatto che le donne delle aree più povere del mondo tendono più facilmente non solo a sposare uomini con cui sono imparentate, ma anche a farlo in età più giovane della media delle donne occidentali, avendo così più anni a disposizione per fare figli. Il genetista Kári Stefánsson e i suoi colleghi della deCODE Genetics, azienda biofarmaceutica islandese con sede a Reykjavik, hanno dunque condotto uno studio sulle coppie del loro Paese, nel quale i fattori sociali ed economici si presentano uniformi, per via delle scarse differenze nei redditi delle famiglie, nella loro ampiezza, nel ricorso ai contraccettivi e nelle usanze matrimoniali. Dopo aver messo a punto un database di coppie nate tra il 1800 e il 1965, i ricercatori hanno confrontato il loro numero di figli e nipoti, rilevando una tendenza analoga a quella già individuata in India e in Pakistan. Donne nate tra il 1800 e il 1824 che sposarono cugini di terzo grado, ebbero una media di quattro figli e nove nipoti, che scende rispettivamente a tre e a sette per le donne che scelsero come partner cugini di ottavo grado. La tendenza è proseguita ancora negli anni ’60 del Novecento, quando l’Islanda, simile in questo ad altri Paesi, ha assistito comunque a una discesa del tasso di natalità parallelamente alla sua industrializzazione. Se esiste una base biologica di questo fenomeno, gli studiosi la ipotizzano nel fatto che la consanguineità della coppia riduca la probabilità di un’incompatibilità immunologica tra la madre e il feto, per esempio nel fattore RH del sangue, tale da mettere a rischio la salute del nascituro.
- Venerdì 15 Febbraio 2008
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