
La lotta al fumo passerà per la cannabis. Ne sono convinti alcuni farmacologi della britannica Università di Nottingham, le cui ricerche non mirano a risultati paradossali, ma sono congruenti con un movimento di pensiero diffuso in parte della comunità scientifica, che pone l’accento sulle potenzialità terapeutiche della sostanza. Tutto parte dalla scoperta avvenuta lo scorso decennio dei recettori cannabinoidi presenti nel corpo umano, in particolare nel cervello. Uno dei ricercatori britannici, David Kendall, esperto di farmacologia cellulare, ritiene che proprio l’ambito delle dipendenze sia quello in grado di produrre le novità più inaspettate negli studi sulle patologie curabili con la cannabis. Una sostanza che non va considerata esclusivamente uno stupefacente, dato che, se opportunamente impiegata, può appunto svolgere la funzione contraria. Il sistema endocannabinoide è infatti coinvolto nei meccanismi cerebrali della gratificazione, che alimentano l’impulso ad assumere una sostanza in grado di creare dipendenza, come la nicotina. Intervenendo su tali meccanismi attraverso adeguati inibitori, vale a dire con farmaci nei quali la cannabis, grazie alla sua capacità di agire sugli endocannabinoidi, sia stata dosata in modo da alterare la percezione della gratificazione procurata dalla sigaretta, il fumatore sarà privato dello stimolo ricorrente ad accenderla, senza naturalmente cadere nella dipendenza da cannabis. Altri possibili effetti benefici, attualmente allo studio, nel trattamento di patologie come l’ipertensione, l’obesità, il diabete e la depressione, fanno ipotizzare che la cannabis possa andare incontro, dentro e fuori dalla comunità scientifica, a una parziale riabilitazione.
- Martedì 18 Marzo 2008
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