La tecnodipendenza è un disturbo mentale. Come si può riconoscere?

http://flickr.com/photos/notionscapital/1034031447/
Dall’Europa agli Stati Uniti, si moltiplicano ricerche e sondaggi che analizzano la presenza sempre più irrinunciabile di computer, telefonini e altri gadget tecnologici nella vita quotidiana. Occupando ore sottratte alla comunicazione faccia a faccia, essi conducono talvolta a una tecnodipendenza che, nei sintomi e negli esiti, somiglia alle dipendenze da alcol e droghe, al punto che presso la statunitense Menninger Clinic di Houston sono stati identificati sei indizi che consentono di riconoscerla al volo. La stessa dipendenza da internet si appresta a entrare ufficialmente nel manuale dei disturbi mentali pubblicato dall’American Psychiatric Association. Ma è davvero così agevole definire la tecnodipendenza? Panorama.it ha messo a confronto su questo tema le opinioni di due dei più autorevoli esperti italiani.

Daniele La Barbera è presidente della Società italiana di psicotecnologie e clinica dei nuovi media, e responsabile della sezione di psichiatria del Dipartimento di neuroscienze cliniche dell’Università di Palermo.

Professor La Barbera, la tecnodipendenza è un fenomeno recente?
Lo stiamo studiando all’incirca da dieci anni, ma io parlerei di uso problematico e disfunzionale dei nuovi media, fenomeno più vasto della dipendenza in senso stretto, sulla quale gli studi significativi sono ancora pochi. Siamo davanti all’ultima metamorfosi di un rapporto ambiguo che l’uomo ha da tempo con i mezzi di comunicazione, visto che già negli anni Trenta c’era chi paventava la dipendenza dalla radio.

Attraverso quali sintomi si manifesta un uso di questo genere?
Non sono solo di tipo quantitativo, come la tendenza all’incremento del numero di ore trascorse di fronte a un computer, ma anche qualitativo: il soggetto, pur lontano dal monitor, talvolta vi è sempre di fronte, perché continua a parlare di quanto ha vissuto nei mondi virtuali. E nell’esperienza clinica si assiste a casi estremi, nati dalla convergenza tra i media.

Per esempio?
La dipendenza dai reality show. Il caso di adolescenti che non escono di casa anche per 15 o 20 giorni, perché dopo aver spento il televisore vi rimangono legati tramite internet, dove vanno alla ricerca della biografia e di molte altre informazioni sui loro idoli. Personaggi di fatto immaginari finiscono così con l’acquistare una rilevanza pari a quella delle persone con cui i ragazzi hanno a che fare nella realtà.

Internet è dunque il mezzo più pericoloso per l’insorgenza di simili patologie?
Indubbiamente. Perché rappresenta qualcosa di straordinario per la mente: amplifica la sensorialità, ha la potenza della televisione, della radio e del cinema messi insieme, moltiplicata da interattività e istantaneità della comunicazione. E non bisogna dimenticare che, a differenza della radio, che è un mezzo soft, la stimolazione visiva, come quella di internet, è molto più invasiva.

Esiste qualche trappola più grande di altre per gli internauti?
I giochi di ruolo, personaggi che interagiscono con altri in un mondo virtuale: sono potenzialmente di durata illimitata, perciò molto adatti a incatenare a internet chi vi partecipa. Poi è un pericolo quanto su internet asseconda i desideri più basilari, economici o di tipo affettivo e sessuale, come le aste e il trading online, passando per le chat.

Quanto è diffusa oggi la tecnodipendenza?
Una ricerca su un campione di 1.300 adolescenti palermitani, del primo e dell’ultimo anno delle scuole superiori, rivela un uso problematico dei nuovi media nel 22 per cento dei ragazzi, e almeno il 10 per cento di questi è a rischio dipendenza.

E’ un fenomeno che riguarda in particolare i più giovani?
Benché sia assolutamente trasversale per fasce di età, gli adolescenti sono comunque più a rischio, anche perché si tratta di generazioni che nascono e crescono in un mondo ipertecnologico, in cui per la prima volta molti adulti hanno qualcosa da imparare dai più piccoli.

Quali sono le sue cause?
La ricerca di sensazioni nuove. Oppure, usando un termine specifico, l’alessitimia: l’incapacità di verbalizzare le emozioni per la fondamentale incapacità di comprenderle, e di conseguenza l’uso distorto dei nuovi media che serve a compensare una scarsa regolazione della vita emozionale.

Come se ne esce?
Riconoscendo che manca l’alfabetizzazione emotiva, trascurata dall’enfasi posta sull’apprendimento da parte dei giovani dell’uso semplicemente tecnico di questi mezzi. E poi con la prevenzione, sociale e culturale. Vale a dire evitando un’esposizione troppo precoce e solitaria dei ragazzi ai nuovi media, che deve invece essere filtrata dalla presenza degli adulti, dai genitori agli insegnanti. E prendendo posizioni chiare su quale sia il livello massimo di tecnologia che siamo in grado di padroneggiare, visto che se ne può avere troppa.

Fabio Pianesi, direttore del Computational Cognition Laboratory presso il Centro interdipartimentale mente cervello (Cimec) di Trento, e responsabile del progetto Tecnologie cognitive e della comunicazione della Fondazione Bruno Kessler, attiva nella stessa città, ritiene invece che la tecnologia abbia in se stessa qualche potenzialità di rimediare al fenomeno delle tecnodipendenza.

Professor Pianesi, quanto sono attendibili gli studi sulla tecnodipendenza?
Molti degli studi di cui ora disponiamo non sono epidemiologici, ovvero non si basano su un campione rappresentativo della popolazione. Meglio essere cauti nel parlare di dipendenza, termine che rimanda a quadri clinici noti, non necessariamente simili a quello che si può anche definire un eccesso di comunicazione, o communication overload.

Che differenza c’è allora tra le dipendenze note e l’uso smodato dei nuovi media?
Le dipendenze classiche, come quelle da droga e alcol, sostanzialmente non mutano, mentre la tecnologia cambia, e in continuazione. In passato si parlava di teledipendenza, oggi di tecnodipendenza. Questo cambiamento reca in se stesso l’antidoto all’eventuale rapporto distorto con un mezzo di comunicazione che oggi è al centro dell’attenzione, ma fra pochi anni sarà magari obsoleto, come le discussioni che ha generato.

Non vede però nell’interattività un rischio maggiore rispetto alla televisione?
Una tecnologia sempre più interattiva ha un forte impatto esperienziale, aumenta il coinvolgimento e la soddisfazione che si prove nell’usarla, ma questa può essere un’ottima cosa. Quanto al fatto che internet, tramite l’anonimato, possa favorire comportamenti devianti, non va dimenticato che la devianza esiste comunque, non è nata certamente con internet.

Resta il fatto che internet è un mondo virtuale che ruba tempo ai rapporti sociali autentici.
Io sfaterei l’idea che internet sia virtuale. E’ un aspetto del mondo reale. Le comunità virtuali sono altrettanto reali di quelle faccia a faccia, e non vedo perché esse debbano innescare una dipendenza maggiore di quella sperimentabile con le persone in carne e ossa. Comunicare è la nostra natura, e da questo punto di vista internet è la novità più rilevante della socialità umana negli ultimi secoli.

Non ritiene tuttavia che gli adolescenti non vadano abbandonati a questi strumenti?
I bisogni sociali in età evolutiva sono diversi da quelli di altri periodi della vita, così come varia la capacità di gestire i rapporti sociali. Gli adolescenti sono più fragili, ma lasciare a loro disposizione computer, telefonini e altri gadget tecnologici è per gli adulti una responsabilità non diversa da altre.

A cosa si riferisce?
Al fatto che è una responsabilità simile a quella di dare ai ragazzini il ciclomotore. Qualcosa che non rappresenta un rischio minore di quello di un computer, di un telefonino o di un videogame.

Evviva la tecnodipendenza?
No, evviva la consapevolezza che siamo una specie tecnologica, e che la tecnologia è uno specchio in cui ci riflettiamo, non la vera origine dei nostri mali.

IL FORUM

Commenti

Puoi lasciare un commento, oppure fare trackback dal tuo sito.

Il 7 Aprile 2008 alle 9:58 Io, computer: cinque tendenze per il 2020 » Panorama.it - Hitech e Scienza ha scritto:

[...] I computer saranno sempre meno una “scatola”, ma si diffonderanno ovunque, dalle case ai capi di abbigliamento: è la fine della “stabilità dell’interfaccia” che lascia spazio alla flessibilità. E l’accesso a internet sarà possibile da qualsiasi luogo, grazie alle reti wireless e ai satelliti: un’iperconnettività immaginata, per esempio, nell’universo di Matrix dei fratelli Wachowski. La possibilità di registrare qualsiasi cosa porterà a una crescita dell’impronta digitale di ognuno: ricordi e informazioni personali non saranno immagazzinati soltanto dalla memoria “limitata” del cervello, ma anche da quella virtualmente illimitata dei computer, sotto forma di video, immagini, testi, brani. Si potrà letteralmente rovistare nel passato, come fanno i protagonisti del film di Wim Wenders Fino alla fine del mondo. Nello stesso tempo crescerà la tecnodipendenza: abituati alla costante presenza della tecnologia, sarà difficile farne a meno. Come capita ai personaggi di Strange days (diretto da Kathryn Bigelow), bisognosi di rivivere emozioni intense con un apparecchio chiamato “squid”. Ma la possibilità di interagire sarà potenziata da blog, social network, chat, terreno fertile per il coinvolgimento creativo di una nuova generazione. Che sta sperimentando sul campo nuove opportunità. [...]

Il 7 Aprile 2008 alle 15:10 Io, computer: cinque tendenze per il 2020 » Panorama.it - test ha scritto:

[...] I computer saranno sempre meno una “scatola”, ma si diffonderanno ovunque, dalle case ai capi di abbigliamento: è la fine della “stabilità dell’interfaccia” che lascia spazio alla flessibilità. E l’accesso a internet sarà possibile da qualsiasi luogo, grazie alle reti wireless e ai satelliti: un’iperconnettività immaginata, per esempio, nell’universo di Matrix dei fratelli Wachowski. La possibilità di registrare qualsiasi cosa porterà a una crescita dell’impronta digitale di ognuno: ricordi e informazioni personali non saranno immagazzinati soltanto dalla memoria “limitata” del cervello, ma anche da quella virtualmente illimitata dei computer, sotto forma di video, immagini, testi, brani. Si potrà letteralmente rovistare nel passato, come fanno i protagonisti del film di Wim Wenders Fino alla fine del mondo. Nello stesso tempo crescerà la tecnodipendenza: abituati alla costante presenza della tecnologia, sarà difficile farne a meno. Come capita ai personaggi di Strange days (diretto da Kathryn Bigelow), bisognosi di rivivere emozioni intense con un apparecchio chiamato “squid”. Ma la possibilità di interagire sarà potenziata da blog, social network, chat, terreno fertile per il coinvolgimento creativo di una nuova generazione. Che sta sperimentando sul campo nuove opportunità. [...]

Devi aver fatto log-in per inserire un commento.

Il futuro di Facebook

Sopa, Megaupload e il resto Il futuro di Facebook
@hobisognoditech, il blog di Guido Castellano
 
 
 
 
assicurazione.it Risparmia fino a 500€
mutui.it Risparmia fino a 15.000€
prestiti.it Risparmia fino a 2.000€
 
FacebookTwitter
NewsletterFeed rss
Mobile & AppsServizi SMS

  • Panorama Unplugged
  • Bruce Springsteen
  • Meteo
  • Calendari
  • Panorama su iPad
  • Cerca casa
  • Le nostre newsletter
  • Abbonati
  • Le uscite al cinema
  • Scopri il nuovo Panorama
  • Immobiliare.it
    Case  |  Uffici  |  Case Vacanza

    Provincia
    Tipologia
  • Abbonati subito a Panorama!
  • Applicazioni Mondadori
  • R101