Archivio di Aprile, 2008

Immigrati: vestirsi all’occidentale non aiuta la salute mentale

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Per quali vie passa l’integrazione sociale dei giovani extracomunitari? Su un tema tanto complesso e dibattuto fa luce un nuovo studio pubblicato dal Journal of Epidemiology and Community Health, i cui risultati vengono definiti sorprendenti da uno dei suoi autori, Kamaldeep Bhui, professore di epidemiologia e psichiatria culturale presso la Queen Mary University di Londra. Lo studio ha sottoposto un test di valutazione della salute mentale (definita in base a parametri come i sintomi di disturbi emotivi o i problemi di iperattività e di rapporto con i coetanei), a due campioni di alunni di entrambi i sessi, di età compresa tra gli 11 e i 14 anni, che frequentavano scuole londinesi nel 2001 e nel 2003, anni di riferimento della ricerca. Nel 2001, 573 alunni britannici e 682 originari del Bangladesh, Paese a maggioranza musulmana, compilarono alcuni questionari necessari a stabilire le loro condizioni sociali, culturali e di salute. Due anni dopo è avvenuta la valutazione della salute mentale, condotta su 383 alunni britannici e 517 del Bangladesh che facevano parte degli stessi campioni del 2001. La sorpresa di cui parla Bhui consiste nel fatto che le ragazze del Bangladesh che rispettavano i tradizionali modi di vestire del loro gruppo etnico, si sono rivelate meno esposte al rischio di disturbi mentali rispetto a quelle dello stesso gruppo il cui abbigliamento tentava di conciliare la loro tradizione con lo stile occidentale, rischio che invece non è stato riscontrato tra le ragazze britanniche che inserivano all’interno dello stile occidentale elementi del modo di abbigliarsi tipici di altre culture. Una simile dinamica non ha luogo tra i maschi di entrambi i campioni. Secondo gli autori, il loro è il primo studio prospettico a indagare sulla base del modo di vestirsi il legame tra l’identità culturale e la salute mentale dei giovani che vivono in società culturalmente diverse da quella d’origine. Essi alludono inoltre al dibattito sulla libertà individuale di indossare alcune forme tradizionali di abbigliamento tra i musulmani, specialmente in luoghi pubblici quali le scuole, che in Paesi come la Francia non è consentita a partire dalla percezione che questo pregiudicherebbe l’integrazione sociale, idea che ora potrebbe essere messa in discussione.

Panorama.it ha esaminato alcuni temi emersi da questo studio con Matilde Callari Galli, docente di antropologia culturale dell’Università di Bologna e presidente dell’Istituzione per l’inclusione sociale e comunitaria Don Paolo Serra Zanetti.

Professoressa Callari Galli, perché tra le minoranze etniche una rivoluzione nel modo di vestirsi può essere una grave trasgressione?
Perché segnala l’abbandono del gruppo di appartenenza, per assumere valori ritenuti peccaminosi. E bastano dunque una minigonna o il rossetto sulle labbra a scatenare ostracismo e punizioni, spesso inflitte da adulti che alla stessa età possono essere stati oggetto di una violenza simile da parte dei loro genitori.

Le ragioni di tanta severità sono solo di tipo religioso o morale?
No, bisogna anche valutare attentamente se si tratta di famiglie di recente immigrazione. Il momento in cui si arriva e ci si stabilisce in un altro Paese è proprio quello in cui l’attaccamento alla tradizione si sviluppa di più, in quanto si percepisce che il gruppo esterno, che può anche essere rappresentato da un’altra minoranza, non dà sostegno e rappresenta una potenziale minaccia.

La trasgressione femminile è giudicata quasi sempre senza alcuna indulgenza.
Questo accade perché, alla necessità di mantenere la coesione del gruppo di appartenenza, si aggiunge il fatto che la donna è considerata depositaria della tradizione, e il periodo tra gli 11 e i 14 anni è un’età in cui l’adattamento sociale dipende molto dal gruppo e viene definita una concezione dell’essere donna, per giunta in una società come quella londinese dove, forse anche più che in altre, si assiste a una certa precocità di questo processo.

La salute mentale e l’integrazione dei giovani immigrati devono anche fare i conti con l’atteggiamento della società che li accoglie.
Direi soprattutto con il fatto che le chiusure sono reciproche, e si tratta quindi non di combatterle, ma di negoziarle, visto che parliamo di conflitti che per l’appunto vanno risolti, invece che acuiti.

Come superare, o attenuare, queste chiusure?
Per esempio rendendosi conto che molti immigrati, anche in Italia, non giungono da sperduti villaggi tagliati fuori dal mondo, ma da città e contesti urbani, quindi abbiamo molte cose in comune con loro, che è necessario individuare. E garantendo, oltre a diritti fondamentali come la casa e il lavoro, una grande attenzione ai percorsi scolastici e al rispetto di diversità culturali che riguardano la quotidianità, dall’abbigliamento al cibo.

E’ morto a 102 anni Albert Hofman, il padre dell’Lsd


(ANSA)
E’ morto all’età di 102 il chimico svizzero Albert Hofman, che nel 1943 scoprì l’Lsd e lo sperimentò su se stesso, e che scrisse delle prime esperienze scientifiche psichedeliche della storia. Hoffman è morto martedì 29 aprile nella sua casa di Basilea, secondo quanto riporta oggi il sito californiano del Multidisciplinary Association for Psychedelic Studies.
Nato l’11 gennaio del 1906, Hofman scoprì l’acido lisergico per caso, quando, durante un esperimento in laboratorio, gliene cadde un po’ su una mano, dandogli un senso di vertigine: “Un incredibile senso di irrequietezze associato a uno strano stordimento” è la descrizione che diede di quella prima, casuale esperienza. Hofman riprodusse poi l’Lsd e ne assunse una piccola dose: “In casa mi distesi con uno strano e spiacevole senso di intossicazione caratterizzata da un’ immaginazione
stimolata all’estremo”. “Come sospeso in un sogno, con gli occhi chiusi perché trovavo la luce del sole troppo abbagliante, ho sperimentato un flusso ininterrotto di immagini fantastiche, forme meravigliose con giochi caleidoscopici di colori straordinariamente intensi”, fu la descrizione che Hofmann fece di una delle prime esperienze letta in Svizzera nel 2006 durante un convegno sull’ Lsd per festeggiare i 100 anni del suo scopritore. “Dopo alcune ore l’effetto gradualmente svanì”, aggiunse Hofman, che da solo e in compagnia di altre persone condusse diversi esperimenti, prendendo anche appunti sulle
sensazioni intense e difficili da seguire che si accavallavano nella sua mente.
Hofman credeva che l’Lsd potesse aiutare a comprendere la struttura della mente umana, a seguirne i percorsi e i processi associativi, le origini dell’immaginazione. Che potesse aiutarci a comprendere e individuare patologie come la schizofrenia.
Lo studio sull’Lsd fu continuato negli anni Sessanta da Timothy Leary, professore di Harvard, che condusse controversi esperimenti lisergici con i suoi studenti esaminando le possibilità di espansione delle facoltà cerebrali connesse all’acido e contribuendo anche alla sua diffusione come droga allucinogena fra i giovani in quegli anni.
Proprio negli anni Sessanta, l’Lsd divenne la droga della musica rock, e ne nacque anche la moda musicale della “psichedelia”, ispirata più o meno direttamente dagli effetti dell’acido lisergico. Ma la sostanza fu messa al bando dopo una serie di gravi incidenti conseguenti al suo abuso. Lo stesso Hofman, che la sperimentò con finalità curative, condannò sempre la diffusione dell’Lsd come droga e ogni abuso.

A Cremona è nato Pegaso, figlio della prima cavalla clonata


di Gianna Milano
Al cancello del Laboratorio di tecnologie della riproduzione (Ltr) in una stradina di campagna alla periferia di Cremona, qualche giorno fa è comparso un fiocco azzurro. In questo edificio basso e anonimo, del Consorzio per l’incremento zootecnico (Ciz), è nato dopo 11 mesi di gestazione Pegaso, figlio di Prometea, cavalla di razza avelignese, entrata nella storia della scienza nel 2003 come primo clone equino al mondo. Artefice della nascita di Prometea, Cesare Galli, esperto in tecnologie della riproduzione, cui spettano due primati: sempre nel suo centro nel ‘99 nacque Galileo, il primo toro clonato, che oggi gode di ottima salute. Pegaso è nato il 17 marzo 2008 dopo 11 mesi di gestazione con parto naturale e con un’unica fecondazione con il seme dello stallone Abendfurst, anch’esso di razza avelignese.
Questo lieto evento risponde a tutte le domande che da sempre hanno circondato Prometea, come altri cloni. «Confema che gli animali clonati possono crescere normalmente e riprodursi in modo naturale» dice Cesare Galli. «Per la specie equina la nascita di Pegaso ha un significato particolare perché molti cavalli da competzione sono animali castrati in giovane età, e quando da adulti si rivelano campioni, sono incapaci di riprodursi e di dar luogo a una progenie di campioni». La clonazione può oggi consentire di ottenere copie di cavalli campioni castrati e dai cloni, figli di campioni, altri figli che altrimenti non sarebbero mai nati.
Al Ciz sono stati clonati finora 11 bovini (tre femmine e otto tori), 22 maiali, e due cavalli. Nel 2003 l’annuncio sulla rivista Nature della clonazione di Prometea fece il giro del mondo. Nessuno era mai riuscito a duplicare un cavallo, nonostante i ripetuti tentativi. «La cavalla che l’ha partorita, facendo da madre surrogata, è la stessa ad aver donato il materiale genetico: è il nucleo di una sua cellula somatica, trasferito in un ovocita, ad avere fatto di Prometea una sua copia esatta» spiega Galli. Difficile distinguerla dalla madre, anche se le macchie bianche sulla sua fronte non sono proprio identiche:«Le cellule del pigmento non migrano mai in modo sovrapponibile».
Dopo che nel 1997 al Roslin Institute di Edimburgo la pecora Dolly emise il suo belato, il primo mammifero a essere clonato, molti altri animali sono entrati nello zoo del futuro, grazie sempre alla tecnica del trasferimento di una cellula somatica in un ovocita. Dopo Dolly, in ordine cronologico, ci sono stati: topo, toro, maiale, capra, gaur, muflone, coniglio, gatto, mulo (clonato con una tecnica un po’ diversa lo stesso anno di Prometea), ratto, cane, bufalo indiano, furetto e, infine,volpe. Di lei, di Dolly, si è parlato molto (e si continua a farlo) per motivi diversi. Prima accese il dibattito tra gli esperti di bioetica, preoccupati della possibilità di trasferire la tecnica sull’uomo. Poi arrivarono le polemiche, e alcuni addetti ai lavori sollevarono il dubbio che non fosse il clone di una pecora adulta. Infine si tornò a parlarne per un singolare quesito biologico: Dolly è nata giovane come tutti gli agnelli del mondo, o già vecchia, ossia con un’età biologica di 6 anni, quella del nucleo della cellula della donatrice?
«Spesso gli animali clonati sono oggetto critiche circa la loro normalità, anche di Dolly si disse che morì prematuramente perché aveva l’artite come animali molto più vecchi. In realtà, l’autopsia non rivelò nulla di anormale riconducibile alla clonazione. Morì come tante sue simili per una malattia virale che colpì l’allevamento in cui stava e dopo aver partorito tre volte» conclude Galli.
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I Penan del Borneo e il coraggio di un fotografo contro la deforestazione

[i](Credits: [url=http://www.flickr.com/photos/angela7/76591953/]angela7dreams[/url] by Flickr)[/i]
Uno sguardo nuovo sul Borneo, a disposizione adesso di tutti gli internauti. Sono stati resi pubblici, e accessibili su Internet, infatti, gli archivi del fotografo svizzero Bruno Manser, un patrimonio eccezionale di foto scattate dal 1984 al 1990 in Malesia. Protagonista una delle ultime popolazioni al mondo della foresta pluviale, i Penan e un fotografo tra i più conosciuti, diventato un simbolo della lotta contro le multinazionali che distruggono le popolazioni indigene. A causa di queste foto e per il suo impegno contro la deforestazione selvaggia al fianco dei Penan, localizzati principalmente nella regione del Sarawak, Manser è scomparso misteriosamente nel 2000 durante una delle sue spedizioni nel Borneo. Il suo corpo non è mai più stato trovato. Rimangono i sospetti che a eliminarlo siano state forze governative. E rimangono le sue foto, circa diecimila, tutte adesso rigorosamente catalogate e consultabili via web, dopo 3 anni di duro lavoro della Fondazione Manser .
L’eccezionale impegno profuso dal fotografo in vita è presente in ogni suo scatto. Viene così documentata la vita quotidiana di un popolo eccezionale, ai confini del mondo in una delle foreste pluviali più ricche del pianeta.
Bruno Manser è stato un uomo che ha unito il talento al coraggio. Per la sua causa una volta atterrò perfino nel giardino di casa dell’allora Primo Ministro della Malesia Taib Mahmud. Purtroppo i suoi immensi sforzi e la sua arte non sono bastati a fermare la deforestazione. Oggi su 10 mila Penan, infatti, solo 200 continuano a vivere secondo tradizione, e cioè da nomadi. Quelle foto allora continuano ad essere un durissimo atto d’accusa nei confronti di tutto quell’Occidente che sfrutta ma non vuole vedere.

Un servizio della tv Al Jazeera sui Penan

Un video di Bruno Manser

Malattie epatiche, in aumento quelle legate al consumo di alcol

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Raddoppiare il numero di donatori di rene entro pochi anni e portare le malattie epatiche all’ordine del giorno dell’Unione europea. Sono questi alcuni obiettivi del 43esimo meeting dell’Associazione europea per lo studio delle malattie del fegato (Easl), che si è appena concluso al “Fieramilano city”. “L’Italia, insieme alla Spagna, è il paese europeo con il maggior numero di donatori, ma la situazione è quasi ferma nel nord Europa da almeno dieci anni - spiega a Panorama.it il prof. Antonio Craxì, dell’Università di Palermo - Dobbiamo necessariamente aprire nuove strade, andando a fare studi sia sul donatore, dal momento che l’età media si sta alzando e si rischia di avere una qualità di reni peggiore nel tempo, sia sul ricevente, aprendo alle nuove frontiere dei farmaci antivirali, che ancora necessitano di ulteriori trials clinici”.

L’epatite virale è la causa più frequente di malattia epatica. Si calcola che oltre dieci milioni di persone in Europa ne siano affette (ma si arriva a 29 milioni di pazienti per malattie epatiche in generale) e si prevede che l’incidenza di tumori epatici nel nostro continente possa aumentare del 200 per cento fra il 2008 e il 2015. Il tasso di mortalità per malattie epatiche croniche era stimato a 14,3 su 100 mila persone nel 2005: questo le rende la quinta causa più diffusa di morte in Europa. Ogni anno il solo carcinoma epatico porta a 40 mila nuove vittime e l’abuso di sostanze alcoliche uccide oltre 13 mila persone. “L’Unione europea deve incoraggiare la ricerca sulle epatopatie, assegnando fondi per promuovere lo scambio di conoscenze tra le comunità scientifiche coinvolte nello studio del fegato e includendo l’epatopatia fra le priorità della ricerca nell’ambito del settimo programma quadro 2007-2013 - aggiunge Jean Michel Pawlotsky, segretario generale della Easl - E’ fondamentale anche la lotta contro il consumo di alcol, raccogliendo nuovi dati e promuovendo programmi di educazione sugli effetti dannosi delle bevande alcoliche sul fegato”.

Dal meeting è emerso che la steatosi epatica non alcolica (denominata Nafld, leggi la scheda in pdf) e la sua forma più grave, la steatoepatite non alcolica (Nash), sono associate a un rischio di sviluppo di sindrome metabolica (combinazione di fattori di rischio, fra cui un alta concentrazione di grassi nel sangue, l’obesità addominale e la predisposizione al diabete), e quindi di patologie cardiovascolari. La Nafld evolve in Nash nel 15-25 per cento dei casi ed è associata al rischio di sviluppo della cirrosi epatica e delle relative complicazioni incluso il tumore. La cirrosi associata alla Nash è una delle più frequenti indicazioni per il trapianto di fegato. “Lo studio Dionysos condotto nell’Italia del nord ha dimostrato che il 4 per cento della popolazione è affetto da epatopatia alcolica, che è la seconda causa principale di trapianto del fegato dopo il virus dell’epatite C - spiega a Panorama.it il prof. Fabio Marra del Dipartimento di medicina interna dell’Università di Firenze - Rispetto a qualche anno fa, però, ci sono nuove scoperte e nuove molecole che hanno ridotto di molto le epatiti virali. Da qui a 20 anni vedremo se ci sarà un’onda lunga di tumori che ancora non si sono sviluppati, ma le aspettative sono molto più rosee rispetto al passato. Dobbiamo mostrare grande attenzione agli adolescenti perché i pediatri ci dicono che sono sono più soggetti a steatosi e il loro consumo di alcol sta aumentando”. Poi una nota di merito all’Italia. “L’eccellenza italiana nell’epatologia è riconosciuta in tutto il mondo e abbiamo relatori in moltissimi convegni internazionali - conclude Marra - I nostri centri sul fegato, da quello di Firenze, a Milano, Roma e Palermo, sono all’avanguardia mondiale anche in termini di ricerca di base. Certo, con maggiori fondi il nostro lavoro sarebbe ancor più gratificato e avremmo la possibilità di completare molti studi clinici sulle epatopatie”.

Cecità, qualche speranza arriva dalla terapia genica

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Migliorare la vista in pazienti praticamente ciechi. Una sfida che sembrava impossibile ma che invece è stata vinta da un gruppo di ricercatori che ha sperimentato con successo la terapia genica su quattro pazienti affetti da Amaurosi congenita di Leber, un disturbo progressivo della vista, ereditario, che porta alla cecità quasi totale con il raggiungimento dell’età adulta. Un tipo molto particolare di retinopatia, quindi, ma che è servito da apripista per la sperimentazione della terapia genica i cui risultati potranno forse in futuro applicarsi anche ad altre forme più diffuse come la retinite pigmentosa e la degenerazione maculare. Ma cosa hanno fatto i ricercatori del University College di Londra e dell’Università della Pennsylvania? La terapia genica, che consiste nella sostituzione di un gene “difettoso” con uno funzionante, è stata al centro di molte controversie in passato. Questa è la prima volta che la sua applicazione di dimostra non solo innocua, ma anche marcatamente efficace. l’Amaurosi di Leber, che colpisce circa 130 mila persone nel mondo, era un’ottima candidata per l’esperimento in quanto, almeno prima che il paziente degeneri, il suo apparato visivo è intatto. Se il gene difettoso viene sostituito prima
che l’apparato visivo, retina inclusa, si deteriori per mancanza d’uso, è possibile restituire la vista a pazienti quasi ciechi. Altre malattie, che emergono soprattutto nell’invecchiamento, legate a un gene difettoso che causa un peggioramento della visione potrebbero essere curate con lo stesso sistema.
Le persone coinvolte nello studio sostengono di aver notato un miglioramento nella visione. La sensibilità alla luce era triplicata in due pazienti, uno in particolare ha notato un grosso beneficio nella visione notturna, ovviamente la più problematica. Assenti, invece, gli effetti collaterali. La sfida futura consiste nel trattare pazienti più giovani, il cui apparato visivo sia meno deteriorato, fino ad arrivare un giorno a intervenire appena la malattia viene diagnosticata per massimizzare il beneficio della terapia genica.

Privacy, boom di informazioni personali. Non solo online

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Sono attività comuni: un turista compra un biglietto su internet, un cliente apre un conto corrente in banca, un consumatore usa la tessera per la spesa. Ma richiedono di comunicare dati personali (come il nome o il numero di telefono), custoditi poi in archivi digitali dalle organizzazioni che li ricevono. È ormai una quantità enorme di informazioni, in rapida crescita. E le leggi in materia potrebbero non essere adeguate: è l’opinione, rivelata dai sondaggi Eurobarometro, di metà dei “guardiani della privacy” nella Ue, persone incaricate di proteggere i dati personali in ogni azienda e istituzione (qui il rapporto). Rappresentano, quindi, un termometro sensibile per il rispetto della privacy. L’Italia è la seconda in Europa per le richieste di accesso a queste notizie: ogni anno infatti il 12% dei “sorveglianti” riceve più di cinquanta domande; invece, la media Ue è inferiore a dieci interrogazioni.
Non è una questione per soli addetti ai lavori: sei europei su dieci si dichiarano preoccupati dalla gestione delle informazioni personali (qui il sondaggio Eurobarometro). E si arriva a otto su dieci se i dati sono trasmessi attraverso internet. In particolare le incertezze degli italiani sulla tutela della privacy si rivolgono verso le banche: appena il 47% confida in istituti di credito e organizzazioni finanziarie, invece è in crescita la fiducia verso le organizzazioni non profit.

A far salire il livello di allarme su internet è l’esplosione del fenomeno “trojan”: software che entrano nei computer e possono anche “rubare” informazioni personali all’insaputa degli utenti. Sono “ladri d’identità” non sempre facili da trovare: per la Microsoft quelli scoperti negli ultimi sei mesi del 2007 sono aumentati del 300% dall’inizio dell’anno (qui il rapporto). Ma è un dato che non tiene conto di quelli ancora attivi in rete. Di recente il Consiglio d’Europa ha adottato nuove misure nell’ambito della Convenzione europea sul cybercrimine: sarà rafforzato il pattugliamento online per contrastare l’assalto dei pirati, facilitando lo scambio di conoscenze tra gli investigatori telematici e gli internet service provider.

Mamme tremate: arriva Grand Theft Auto IV

Grand Theft Auto IV
Esce il 29 aprile il videogioco che, sia in Italia che in tutto il mondo, vende da anni più di qualsiasi altro. Si tratta di Grand Theft Auto IV, quarto capitolo della celeberrima serie pubblicata da Take 2. L’azienda americana è tra le più controverse del mondo videoludico, sia per le dubbie pratiche fiscali, che hanno portato in passato varie cause legali negli USA, sia per la realizzazione di videogiochi dai toni particolarmente discutibili, come Bully, che tratta del bullismo nelle scuole, o il prossimo Don King Presents: Prizefighter, videogioco di Boxe che utilizza il nome del celebre organizzatore che in passato ha scontato una condanna per omicidio.
Per GTA 4 si prevedono già vendite record: 400 milioni di dollari fatturati nella prima settimana, quindi la possibilità di vendere oltre 5 milioni di copie. Considerato che il gioco esce solo sulle nuove console PlayStation 3 e Xbox 360 (a oggi nel mondo ne sono state vendute complessivamente poco più di 15 milioni), circa un possessore di console su 3 comprerà il gioco nei primi sette giorni. Gli altri lo compreranno nei mesi che precedono il Natale. Il videogioco è violento, presenta un linguaggio molto esplicito e altrettanto sfacciate allusioni sessuali. Come salvare i bambini?

Grand Theft Auto IV

Teoricamente grazie al sistema europeo di etichettatura PEGI. Sul fronte della confezione sarà presente un bollino nero con l’età consigliata (18+), mentre sul retro vi saranno probabilmente un bollino con un pugno chiuso (per indicare la presenza di violenza) uno con un fumetto e asterischi (per indicare l’uso di un linguaggio volgare) e, forse, anche uno con i simboli di uomo e donna per indicare la presenza di situazioni sessuali (in passato il gioco presentava la possibilità di adescare prostitute e frequentare nightclub). Ovviamente la tutela dei minori dipenderà soprattutto dalla conoscenza del sistema di rating da parte di negozianti e genitori ed è proprio su questo punto che AESVI, l’associazione italiana degli editori di videogiochi, ha lavorato negli ultimi tempi, con campagne stampa informative e distribuendo poster ai negozi per spiegare il sistema di classificazione PEGI ai clienti.
Detto questo, non bisogna però dimenticare che GTA 4 è solo un gioco. Un gioco da adulti ma pur sempre un gioco, che ha riscosso un successo planetario non solo per i suoi contenuti controversi ma per la qualità del prodotto stesso. Con una trama sempre avvincente (che ricorda quella dei miglior film di Gansgter come Quei Bravi Ragazzi o Scarface), una grafica spettacolare e dai connotati vagamente fumettosi, missioni complesse da completare e un’ambientazione mozzafiato (questo quarto capitolo è situato in una New York City splendidamente riprodotta), nelle mani giuste GTA 4 è un prodotto tecnologico/artistico che garantisce divertimento e che può essere interpretato come un’ironica e spietata critica alla società moderna.

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Pegi
Molti ancora non sanno che nel mondo dei videogiochi esiste un avanzatissimo sistema di classificazione dei contenuti. Si chiama PEGI (Pan European Game Rating System) ed è utilizzato in tutte le principali nazioni europee per avvertire i compratori della presenza di contenuti violenti, o comunque controversi, in un particolare videogioco. Alcuni, come ad esempio la psicologa infantile inglese Tanya Byron, non pensano però che questo sistema sia sufficientemente chiaro: poiché non implica obblighi legali ed è gestito dalle stesse aziende produttrici, la dottoressa Byron ha rilevato, nel rapporto che recentemente ha stilato per conto del governo britannico, che sarebbe più opportuno far valutare i videogiochi all’associazione governativa BBFC (British Board of Film Classification).
In Italia la situazione è più complessa. Proprio perché non esiste un sistema di classificazione alternativo (e visto che quello attualmente utilizzato per i film è troppo semplicistico e risale agli anni ’70) il PEGI rappresenta un notevole passo avanti, senza contare gli innumerevoli vantaggi che derivano dall’avere un sistema unico per tutto il continente (per esempio i costi ridotti e il fatto che anche i videogiochi importati dall’estero non creerebbero confusione). AESVI, l’associazione italiana degli editori di videogiochi, ci tiene a far notare che i giochi violenti, che ricevono un rating PEGI di 18+ e sono cioè destinati a un pubblico maggiorenne, rappresentano solo il 4% di tutti i titoli che arrivano sul mercato.

La città delle farfalle

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Negli ultimi 20 anni tre quarti delle farfalle europee sono state decimate a causa dei gas inquinanti, dei fertilizzanti e dello sfruttamento intensivo dell’agricoltura. Per correre ai ripari due dei più famosi naturalisti del mondo, David Attendborough e David Bellami, hanno deciso di creare la più grande riserva ecologica del pianeta dedicata interamente alle farfalle. Si chiamerà Butterfly Word, sarà ubicata nell’Hertfordshire a nord di Londra in Gran Bretagna e i lavori saranno completati entro il 2011. Il progetto ha di che fare invidia ad altri santuari naturalistici del genere, come il Butterfly World della Florida. La nuova città delle farfalle, una gigantesca cupola protetta da vetri e altri materiali, sarà circondata da 12 giardini ricchi di alberi. In essa potranno trovare accoglienza circa 10 mila farfalle appartenenti a 250 specie. A realizzare il progetto, che costerà circa 33 milioni di euro, Clive Farrell un’ambientalista con la passione per i lepidotteri e con un talento manageriale, non nuovo ad esperienze del genere, estremamente convinto che per salvare questi animali bisogna agire al più presto. Basti pensare che solo nel XIX secolo si sono estinte più di una sessantina di specie. A sostenere l’intera iniziativa anche uno dei più importanti esperti di farfalle della Gran Bretagna, docente di ecologia all’Università di Oxford, Jeremy Thomas. Proprio lui ha reintrodotto nel suo Paese la Maculinea Arion, più nota con il soprannome di Large Blue, una splendida farfalla dalle ali blu che era, invece, data per scomparsa. La storia di questa specie è diventata un simbolo per l’enorme lavoro che resta ancora da fare per la preservazione di questi animali. Thomas scoprì infatti che i bruchi di questi lepidotteri venivano allevati dalle formiche nei formicai. Una volta scomparse le formiche perché venuto meno il loro habitat naturale, cioè i terreni da pascolo, sono venute meno anche le farfalle. Una lezione da tenere presente: quello che è dannoso per le farfalle diventa dannoso per tutte le specie, compresa la nostra.

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