
Il Gruppo di lavoro Articolo 29, un organismo consultivo europeo indipendente, che dà pareri (generalmente accolti dalla Commissione Europea) sulla protezione dei dati e la privacy, sostiene che il motore di ricerca non ha giustificazioni per conservare la registrazione dei percorsi di ricerca dei propri utenti fino a 18 mesi. Il gruppo di lavoro critica inoltre Big G per la scarsa chiarezza sull’uso che viene fatto di questi dati. Lo stesso IP, il numero che individua il singolo computer da cui la ricerca viene svolta, è considerato, dall’autorità europea un’informazione personale e come tale andrebbe protetto. (Qui il file pdf del documento).
Quello della protezione dei dati online è un problema spinoso: nella maggioranza dei casi i servizi gratuitamente disponibili sul web si “ripagano” utilizzando i dati di chi li usa. Il dilemma è quanto siamo disposti a dare e dire di noi pur di non essere costretti a pagare?
La risposta di Google non ha tardato ad arrivare. In un post comparso sul blog dedicato alle questioni istituzionali, si spiega che ci sono molti buoni motivi per conservare questi dati così a lungo primo fra tutti sarebbe quello di migliorare la qualità del servizio. E’ in base alle ricerche svolte da milioni di utenti che chi lavora dietro le quinte mette a punto algoritmi sempre più precisi per migliorare la rilevanza dei risultati e dare alla gente alla rima ciò che sta davvero cercando.
Ma l’opinione del Gruppo di lavoro Articolo 29 è che, anche in presenza di motivi più che legittimi per i quali i motori di ricerca possono voler conservare i dati dei propri utenti (migliorare il servizio, proporre pubblicità personalizzata, fornire protezione dalle frodi), quello che manca è una politica improntata alla trasparenza. In pratica Google e gli altri motori di ricerca (Yahoo per esempio conserva i dati per 13 mesi) devono dire più chiaramente ai propri utenti quello che fanno con i loro dati e perché lo fanno. E se ci sono fondati motivi, ad esempio legati alla sicurezza, per conservarli più a lungo dei sei mesi considerati il tempo massimo dal Gruppo di lavoro, dovranno avvertire gli utenti e poi utilizzare quei dati solo per la sicurezza e non, ad esempio, per continuare a inviare pubblicità personalizzate.
La questione non si risolve qui. Del resto questo s tratta per il momento solo di un parere, per quanto autorevole. E c’è da scommettere che Google, il cui impero si fonda su pubblicità in cambio di gratuità, non cederà tanto facilmente il suo più grande tesoro: le informazioni sulle preferenze dei consumatori di tutto il mondo.
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- Martedì 8 Aprile 2008


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