Archivio di Giugno, 2008

I cellulari usati? Si trasformano in sostegno per il terzo mondo

Iniziativa
I-phone, Supernova, Diamond touch. La corsa ad accaparrarsi l’ultimo modello di telefonino, quello con il maggior numero di funzioni coinvolge ormai sempre più italiani. Ma quando per vezzo o per necessità decidiamo di acquistare il multifunzionale apparecchio, cosa ne facciamo di quello vecchio, magari ancora in buone condizioni? Non sapendo in quale sezione della differenziata gettarlo, molti lo mettono in un cassetto o lo buttano via con la spazzatura generica. C’è però un’altra soluzione, che è decisamente più amica dell’ambiente: decidere di donare i telefonini usati per un progetto di recupero a scopo benefico. L’idea è venuta al Movimento ed azione dei gesuiti italiani per lo sviluppo (Magis). «Il progetto punta a trasformare i cellulari vecchi in finanziamenti per progetti di cooperazione e sviluppo in Ciad e Kenya», spiega la coordinatrice Sabrina Atturo.

Nata all’inizio dell’estate 2007, la campagna si chiama “Abbiamo tanti progetti appesi a un filo”. È la prima del suo genere in Italia e si ispira a progetti gemelli di altre ong internazionali come Amnesty International e Oxfam. In breve, chi vuole sbarazzarsi del vecchio cellulare può donarlo in uno dei 250 punti di raccolta sparsi in tutta Italia. I telefonini sono raccolti in scatoloni all’ingresso di farmacie, scuole, associazioni. «Fino ad oggi il bilancio è di 25.000 apparecchi e solo nel mese di aprile sono stati aperti 37 nuovi punti di raccolta. I primi sei mesi della campagna sono stati organizzativi, quindi il progetto è attivo a tutti gli effetti da dicembre. Saremo in grado di stilare un primo rapporto ufficiale entro la fine di del 2008», spiega Atturo. Una volta pieni (circa 150 telefonini a scatola), i contenitori vengono imballati e spediti oltremanica.

Iniziativa
«Il Magis ha stipulato un accordo con la Corporate Mobile Recicling (Cmr), un’azienda con sede a Londra che si occupa dello smaltimento e della reimmisione nel mercato dell’usato di vecchi telefonini. In cambio, la Cmr paga un piccolo contributo per ogni apparecchio». Circa 5 euro che la onlus investirà in due progetti nel continente africano. In Ciad, l’associazione mira a costruire 100 cucine solari. Con un duplice obiettivo: promuovere l’utilizzo di fonti di energia alternativa e ridurre la desertificazione incombente, alimentata dai roghi attizzati dai fuochi per cucinare. Parte del ricavato della campagna andrà poi in Kenya, a sostenere il Nyumbiani (che in lingua swahili significa “accogliente”), una struttura organizzata come casa famiglia che accoglie e aiuta i bambini sieropositivi.

Una volta giunto alla Cmr, l’apparecchio passa al vaglio di tecnici; se inutilizzabile, viene smontato e mandato al riciclaggio. «L’azienda certifica che i vari pezzi sono riciclati con procedure conformi alle norme europee», afferma Sabrina Atturo. Nel caso in cui invece il cellulare sia ancora funzionante, i tecnici ne riparano le falle e la Cmr lo immette nel mercato dell’usato. Un mercato che, come spiega Atturo, «si indirizza verso paesi in via di sviluppo, specialmente verso l’India. Ma che negli ultmi anni sta prendendo piede anche in Italia».

La Fujitsu-Siemens adesso punta sui notebook

Fujitsu-Siemens: tablet pc
Dopo aver preso la storica decisione di uscire dal panorama delle tv, Fujitsu Siemens Computers ora punta a rinfrescare l’immagine del marchio per rilanciarsi nel mercato consumer. I nuovi nootebook e desktop, in vendita dall’estate, hanno un design più moderno e accattivante rispetto allo standard utilizzato sino ad oggi.
Tra i prodotti di maggior interesse troviamo un Tablet pc (nella foto) delle dimensioni di un libro ma con prestazioni da notebook. Pesa poco più di un chilo e ha un monitor mobile da 9 pollici con funzione touch screen. Quindi può essere utilizzato come se fosse un portatile comune o come un palmare. Il Lifebook P ha una batteria che dura otto ore e tutte le connettività richieste dagli utenti più esigenti (dal wi fi al Bluetooth). Il prezzo di questo mini portatile si aggirerà intorno ai duemila euro.
Nel futuro Fujitsu Siemens non esclude la realizzazione di un prodotto più economico per proporsi in quella fetta di mercato dove ora domina l’EeePC di Asus.
Meno costoso e più adatto agli amanti dei videogiochi è il notebook AMILO Sa 3650 che verrà venduto in coppia con l’innovativo accessorio GraphicBooster.
Si tratta di un hardware delle dimensioni di un hard disk esterno da 3.5” che monta una scheda grafica ATI Mobility Radeon HD 3870 con 512 MB di memoria video dedicata. Ai lati si trovano uscite video DVI-I e HDMI compatibili con HDCP e due connessioni USB 2.0 per connettere eventuale mouse e tastiera. Grazie a questa scheda grafica esterna, la seconda uscita video del Sa 3650 e il software in dotazione, il portatile è in grado di inviare quattro segnali video diversi in altri tre schermi. Così, ad esempio, si potrà continuare lavorare sul notebook, mentre su un monitor esterno viene riprodotto un filmato a tutto schermo. I nuovi prodotti consumer si piazzeranno nella fascia di prezzi medio alta andando a sfidare colossi come Asus, Acer e Sony. (O. P.)

Ricerca sul cancro, nuove prospettive dal cromosoma 8

L'elica del Dna

Mentre da Londra arriva la notizia del primo caso di analisi genetica che sventa in un embrione la possibilità di sviluppare il cancro al seno, un importante passo avanti nella comprensione dell’origine di alcune forme tumorali molto diffuse è stato compiuto da un gruppo di ricercatori coordinato da Maya Ghoussaini, biologa dello Strangeways Research Laboratory di Cambridge. Il loro studio, pubblicato dal britannico Journal of the National Cancer Institute, parte dalla recente scoperta, avvenuta attraverso studi di associazione sull’intero genoma, che varianti genetiche in una regione del cromosoma 8, chiamata 8q24, sono associate al rischio di tumore al seno, alla prostata e al colon-retto. Per capire se la regione in questione, che non contiene geni noti, sia legata a queste forme tumorali singolarmente, o se essa possa essere suddivisa in regioni più piccole che vi svolgono un ruolo, i ricercatori ne hanno eseguito la mappatura, impiegando come marcatori genetici i polimorfismi a singolo nucleotide. Nove di questi ultimi, già conosciuti per la loro associazione con forme tumorali, sono dunque stati distribuiti lungo la regione 8q24 in quattro differenti campioni di dna, ognuno dei quali comprendeva materiale genetico tanto di pazienti colpiti da quattro tipi di tumore (alla prostata, al seno, al colon-retto e alle ovaie), quanto di individui in salute, definiti controlli, necessari per effettuare il confronto. I ricercatori hanno così trovato almeno cinque subregioni all’interno della regione 8q24, ognuna delle quali è associata a diversi tumori. In particolare, la prima è legata a maggiori rischi di tumore alla prostata, la seconda a più ampie probabilità di tumori al seno, a differenza della terza, che tuttavia è implicata nelle neoplasie prostatiche, ovariche e colon-rettali. La quarta e la quinta delle subregioni scoperte sono invece associate a un più rilevante rischio di tumore alla prostata, ma non alle altre tre forme tumorali prese in considerazione dallo studio. La ricerca potrà identificare ulteriori subregioni collegate a specifiche patologie tumorali, aiutando a chiarire i meccanismi molecolari che contribuiscono alla carcinogenesi.

Nasce un centro studi per il sostegno delle gravidanze a rischio

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In Italia ogni anno sono oltre 50 mila le gravidanze ad alto rischio, ma l’attenzione a questa problematica resta ancora scarsa. Per questo motivo, nasce il Centro studi per la tutela della salute della madre e del concepito dell’Università Cattolica di Roma, presentato al Sanit, il Forum internazionale della salute, in occasione del convegno “Aborto: dall’informazione alla conoscenza”. Il Centro coordinerà anche le attività del “Telefono Rosso”, il servizio gratuito di consulenza preconcezionale per la prevenzione primaria dei difetti congeniti e per studi relativi alla sicurezza dell’uso di farmaci in gravidanza, che ogni anno offre le proprie consulenze telefoniche a oltre 8 mila donne.

Al Sanit si è parlato anche di diritto alla poppata. In una curiosa iniziativa promossa dall’ Associazione “Salvamamme” e dal Gruppo Mercurio, 116 mamme hanno allattato i loro bimbi per rivendicare gli spazi necessari all’allattamento e il diritto al latte per tutti i bambini. “Grazie alla fattiva collaborazione dei nostri dipendenti e dei tanti clienti dei nostri supermercati abbiamo raccolto oltre 76 mila euro in sei mesi, soldi che sono stati destinati alla costruzione di un centro per la distribuzione e per l’acquisto del latte – spiega a Panorama.it Veronica Marica, vice presidente del Gruppo Mercurio - Abbiamo deciso di prorogare questa iniziativa al 31 dicembre, anche perché contiamo di coinvolgere le istituzioni, il comune di Roma in particolare, sia dal punto assistenziale che economico”. Ogni anno circa 850 mamme si rivolgono a “Salvamamme” per situazioni di malnutrizione propria o del bambino e in due anni e mezzo su 2.600 casi seguiti dall’associazione a Roma, circa l’85 per cento ha denunciato patologie legate alla malnutrizione. “In Europa ci sono 78 milioni di persone a rischio povertà, 19 milioni sono bambini. I dati non sono più rassicuranti se consideriamo il Lazio e Roma: dove una famiglia su 5 vive sotto la soglia della povertà – dice l’europarlamentare Roberta Angelli, rappresentante del Forum europeo per i minori - Per questo ho presentato una proposta al Parlamento europeo per eliminare l’Iva dai prodotti dell’infanzia, cosa che determinerebbe un risparmio del 20 per cento per le famiglie”.

“Quest’anno abbiamo posto grande attenzione verso tematiche socio sanitarie e sociali, come l’allattamento al seno, e la presenza di oltre 100 mamme e i loro bambini, il bullismo, ma anche riguardo la lotta allo stigma, l’aborto e la depressione post partum – sottolinea a Panorama.it Andrea Costanzo, presidente del Sanit – La presenza del ministro Sacconi e di tre sottosegretari ha dato alla manifestazione un riconoscimento nazionale. Vogliamo fare in modo che nella prossima edizione, in programma nell’aprile del 2009, ci sia un forte coinvolgimento delle regioni, vengano premiate le eccellenze e le best practies in sanità e ci sia maggiore spazio per progetti di innovazione e nuove tecnologie, favorendo l’incontro tra i ricercatori e i produttori”.

Il suolo di Marte? Potrebbero crescerci gli asparagi

La sonda Phoenix

Il braccio robotico e i pannelli solari della sonda Phoenix
La superficie di Marte è fredda, asciutta e bombardata da raggi ultravioletti. Ma la sonda Phoenix non ha trovato elementi che potrebbero ostacolare lo sviluppo della vita. Anzi, gli ultimi esperimenti hanno rivelato un suolo simile a quello del giardino di casa, abbastanza alcalino. Più di quanto gli scienziati si aspettassero. E il chimico Samuel Kounaves, membro del team della Nasa per la missione sul Pianeta rosso, dice con una battuta: “Si potrebbero coltivare gli asparagi, ma non le fragole”. È un terreno simile, sulla Terra, a quello dell’Antartide.
Come uno scrupoloso geologo, il braccio robotico di Phoenix si è calato in uno dei due solchi scavati in precedenza sulla superficie di Marte, e ha estratto un campione di un centimetro cubico, analizzandolo con il microscopio Meca: il pH è alcalino, tra 8 e 9 (quello degli oceani sulla Terra è di 8,2). Finora sono stati rilevati sodio, magnesio, potassio e altri elementi: sono “nutrienti”, dicono gli scienziati della Nasa, in grado di favorire la vita sul pianeta nel presente, nel passato e nel futuro. Ma nei prossimi giorni potrebbero anche essere scoperti ulteriori minerali. Riscaldato gradualmente fino a mille gradi nel “wet laboratory”, il campione ha rilasciato prima anidride carbonica (abbondante nell’atmosfera del pianeta) e successivamente, a temperature molto elevate, “modeste” quantità di vapore acqueo. Un indizio, secondo gli i ricercatori, dell’interazione con acqua in passato.

Il campione estratto e analizzato dal suolo di Marte

La sonda Phoenix

La sonda della Nasa è atterrata sul Pianeta rosso il 25 maggio dopo dieci mesi di viaggio. Alcuni giorni fa ha scoperto tracce di ghiaccio sotto la superficie di Marte: non è possibile trovare molecole di acqua in forma liquida, soprattutto perché la densità dell’atmosfera è l’1% di quella terrestre. Il prossimo passo di Phoenix sarà di analizzare i campioni di ghiaccio raccolti in questi giorni nella regione polare settentrionale, alla ricerca di nuovi indizi in grado di confermare (o smentire) la presenza di condizioni adatte all’evoluzione della vita.

Clima: per sfuggire al caldo le piante si spostano in collina

Piantare alberi per assorbire le emissioni di gas serra
E’ questo in estrema sintesi il senso della scoperta fatta da un gruppo di ricercatori francesi, guidati da Jonathan Lenoir dell’Istituto Agro Paris Tech di Nancy. Nello studio pubblicato sulla rivista Science, Lenoir e il suo gruppo evidenziano come confrontando la distribuzione delle specie prese in esame (le più comuni) tra il 1905 e il 1985 con la loro distribuzione tra il 1986 e il 2005 sia emerso uno spostamento che corrisponde in media a 29 metri ogni decennio.
“Abbiamo dimostrato che i cambiamenti climatici hanno già comportato un effetto significativo sulle piante”, ha commentato Lenoir, giacché l’altitudine ottimale alla quale le si trova più facilmente si è spostata nel corso dei decenni, parallelamente all’aumentare delle temperature.
Ma come fanno delle piante a muoversi? Semplice, i semi si sparpagliamo e attecchiscono laddove le condizioni climatiche sono ideali per la crescita della pianta. In questo caso la “preferenza” è andata verso una maggiore altitudine il che ha comportato, nel corso dei decenni, uno spostamento generale di gran parte delle specie considerate verso l’alto.
A spostarsi più rapidamente sono state come è ovvio le piante dal ciclo di vita più breve e che si riproducono più velocemente, come vari tipi di erba, muschio, felci. Assai più graduale è lo spostamento dei grandi alberi che, secondo Lenoir, sono assai più minacciati dai cambiamenti climatici proprio perché non possono ricollocarsi rapidamente.
Delle 171 specie considerate la maggior parte si è spostata verso l’alto, segnando un trend generale molto netto. Alcune specie, però, si sono dirette verso il basso.
Lo studio, da più parti considerato un importante testimonianza degli effetti del riscaldamento globale, dimostra che non siano solo gli ecosistemi più sensibili, come la cima delle montagne o le calotte polari, a patire le conseguenze dei cambiamenti climatici.

Quando il dolore diventa arte

CP II

Mal di schiena, sciatalgie, artrosi. Per 15 milioni di italiani che soffrono di dolori cronici questo piccolo inferno quotidiano è solo in parte alleviato dai medicinali. Il dolore rimane in sottofondo pronto a riaffiorare quando meno te lo aspetti.
Di fronte a un quadro con così poche speranze, si è chiesto allora Mark Collen, uno sveglio paziente americano, l’unica soluzione sembra essere quella di ribaltare completamente la prospettiva. E trasformare il dolore in arte. Sì, proprio arte, cioè pennelli, tavolozze, tele, oppure stucco, materia da plasmare. E ovviamente alla fine quadri o sculture. Tutto è nato quando Collen, 47 anni, in una fase acuta della sua sciatalgia ha incontrato un medico diverso dal solito. Più attento, rispetto ai precedenti, al suo mondo interiore. Non gli è servito molto per accorgersi che il suo paziente dipingeva proprio nei periodi in cui il dolore era più forte. Da qui l’idea di dare vita a una galleria, per il momento esclusivamente online, che ospita opere realizzate solo da persone affette da dolori cronici. Il risultato è interessantissimo visto che i colori sembrano essere riusciti nel loro intento, cioè trascendere il dolore dei pazienti. Tanto più che è stato dimostrato che l’atto di dipingere migliora la coordinazione motoria e l’abilità cognitiva. L’insolita collezione possiede fino ad oggi più di 70 opere inviate da malati di tutto il mondo. C’è la sezione dedicata al rapporto con Dio e la religione in genere, quella dedicata alla speranza e quella focalizzata sulla trasformazione. Ma la parte più bella è rappresentata dai disegni che raffigurano la sofferenza fisica di chi li ha realizzati. Il potere delle linee e dei colori alla fine si rivela ogni volta più forte di quello del dolore.

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I farmaci contraffatti si trovano anche nelle farmacie

Farmaci

Cresce l’allarme per i farmaci contraffatti venduti su internet, ma gli esperti sono preoccupati perché fenomeni di contraffazione si manifestano per la prima volta anche nei canali di distribuzione ufficiali e certificati come le farmacie, ad esempio in Gran Bretagna. L’indicazione emerge da un workshop svoltosi durante la seconda giornata del Sanit, la Fiera internazionale della salute, in corso a Roma. Secondo uno studio promosso da Impact Italia, la task force che comprende Agenzia italiana per il farmaco, Istituto superiore di sanità, Carabinieri Nas, ministero della Salute e Alto commissario per la lotta alla contraffazione, in 6 mesi sono stati effettuati circa 60 acquisti, simulati dalle forze dell’ordine, su siti che si dichiarano americani o canadesi, ma in realtà operano anche in Europa. Nel 50 per cento dei casi l’acquisto si è concluso con il prelievo dei soldi della farmacia on-line senza l’invio di alcun prodotto. Ma nel restante 50 per cento l’arrivo del prodotto non ha messo al riparo l’acquirente. Nel caso di acquisto di anabolizzanti, nel 100 per cento dei casi il prodotto non conteneva nessun principio attivo. Nel caso, invece, dei farmaci per disfunzioni erettili, i più diffusi, nel 70 per cento dei casi si trattava di cloni illegali.

Il fenomeno interessa in misura sempre maggiore anche i farmaci salvavita, gli anti cancro, quelli per le malattie cardiache e per le infezioni gravi, tutti con una minore quantità di principio attivo rispetto a quella indicata. Trattamenti, dicono gli esperti riuniti al Sanit, “che potrebbero anche portare, per pazienti particolari, a conseguenze fatali”. Per questo motivo, è allo studio un sistema di codice a barre, a livello europeo, a prova di falsi: l’obiettivo è permettere al farmacista di verificare l’integrità di ogni confezione, prima di venderla. “L’Italia è il paese con il più alto numero di controlli che fanno della sua rete una delle più sicure al mondo, anche per quanto riguarda le importazioni e le materie prime. Quello che manca, anche a livello internazionale, è una normativa più rigida, che equipari la contraffazione a crimine farmaceutico – sottolinea a Panorama.it Domenico Di Giorgio, coordinatore delle attività anti-contraffazione dell’Aifa - La Commissione europea ha presentato un documento di consultazione pubblica e 5 dei 7 punti trattati sono già previsti in Italia. In tempi stretti avremo un quadro normativo più chiaro anche a livello europeo”.

La manifestazione è anche al servizio del cittadino. Per chi lo desidera, infatti, è possibile avere una visita oculistica gratuita in un camper attrezzato che sosta di fronte alla sede del Sanit. L’iniziativa è dei medici oculisti dell’Agenzia internazionale per la prevenzione della cecità (Iapb Italia onlus) in collaborazione con il policlinico “Umberto I” di Roma. Sottoporsi a un check-up almeno una volta l’anno può significare salvare i propri occhi: nel mondo i non vedenti sono quasi 47 milioni, mentre in Italia cecità e ipovisione colpiscono, rispettivamente, quasi 362 mila e 1,5 milioni di persone. Al termine del Sanit sarà possibile avere assistenza oculistica telefonica gratuita al numero verde 800-068506, attivo tutti i giorni feriali dalle 10 alle 13. Nel sito internet della Iapb (l’e-mail è  info at iapb.it) è anche attivo un forum dove un medico oculista risponde gratuitamente a chiunque ponga domande.

Trapianti e carenza di organi: la soluzione è pagare i donatori?

Chirurghi al lavoro
Mentre in Italia vengono discusse le ragioni della fase di stallo attraversata dal trapianto di organi, un faccia a faccia ospitato dal British Medical Journal mette a confronto opinioni opposte sul tema del possibile compenso, eventualmente anche in denaro, quale metodo per favorire le donazioni. A sostenere che questa sia una via praticabile per rimediare alla carenza di organi è Arthur J. Matas, professore di chirurgia all’Università del Minnesota. Matas focalizza la sua attenzione in particolare sul trapianto di rene, sostenendo che a chi soffre di una patologia renale allo stadio finale, il trapianto assicura una sopravvivenza più lunga e una migliore qualità di vita rispetto alla dialisi, a condizione che esso possa avvenire tempestivamente, presupposto che anche negli Stati Uniti si scontra con liste d’attesa ogni anno più lunghe per poter ricevere l’organo da un donatore deceduto. La soluzione consiste dunque per Matas nell’incoraggiare le donazioni da parte di soggetti in vita, tramite sistemi di pagamento regolati che minimizzino il fenomeno del turismo dei trapianti, che favorisce i ricchi in grado di andarsi a comprare gli organi nei molti Paesi dove questo tipo di mercato già prospera al di fuori di ogni regola. Un sistema regolato, secondo Matas, dovrebbe prevedere forme di pagamento effettuate da governi o compagnie di assicurazione, con un sistema di assegnazione degli organi che garantisca un’opportunità effettiva a chiunque necessiti dell’intervento. In questo modo, proibendo ogni altro tipo di commercializzazione, il donatore sarebbe attentamente esaminato e trattato con dignità, oltre che ricompensabile non solo con pagamenti in denaro, ma, in alternativa, con deduzioni fiscali o assicurazioni sulla vita. Poiché la dialisi costa molto di più di un trapianto, Matas sostiene che una ricompensa per la donazione rimedierebbe almeno in parte alla carenza di organi senza gravare economicamente sui sistemi sanitari. Queste tesi sono contestate da Jeremy Chapman, docente della facoltà di medicina dell’Università di Sydney, secondo il quale la valutazione dei donatori viventi di rene è un processo complesso, al termine del quale meno della metà di loro sono giudicati adatti da un punto di vista medico: l’esame della storia medica e dei sintomi attuali dei potenziali donatori deve infatti fare i conti con la loro tendenza a occultarli, a dispetto delle potenziali conseguenze per se stessi e per i destinatari dell’organo da cui si attendono un guadagno. In India e in Pakistan, per esempio, dove i reni vengono venduti per saldare debiti, a beneficiare del commercio in realtà sono solo gli intermediari che intascano il denaro nel passaggio dell’organo da chi lo vende al destinatario. E la vendita degli organi, secondo Chapman, distrugge la donazione, come dimostra il caso dell’Iran, dove è rara o assente, dinamica che a suo dire si può instaurare ovunque avvenga la vendita di organi: nessun familiare donerà un rene a un congiunto sapendo che il governo pagherà qualcun altro per farlo.

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Occhiali da sole o macchina fotografica?

Gli occhiali da sole Aigo

Dal 9 giugno, la ditta giapponese Otas ha messo in commercio l’ultimo ritrovato nel campo dell’occhialeria e delle fotocamere digitali: si tratta di Aigo F566+, un normale paio di occhiali da sole che, pur ricordando moltissimo i modelli della Oakley, se ne differenzia poiché nasconde una fotocamera digitale di 1,3 megapixel e un lettore MP3.

Aigo F566+ pesa solo 45 grammi, ma garantisce una memoria di 2GB per conservare fino a 20.000 immagini con una risoluzione di 1280×1024 pixel. Per la musica, Aigo F566+ supporta file MP3 e WMA, e gli esperti di Otas assicurano che dopo aver lasciato gli occhiali in carica per circa due ore, grazie agli auricolari posizionati alle estremità delle aste Aigo F566+ permette di ascoltare per almeno sei ore le compilations preferite. Infine, grazie a una porta USB è possibile salvare su Aigo F566+ anche altri tipi di dati, tenendo però presente che gli occhiali sono compatibili solo con le versioni 2000, XP e Vista di Windows.

Venduti alla modica cifra di 12.800 Yen (l’equivalente di 77 Euro), gli occhiali Aigo F566+ stanno andando a ruba in Giappone, e i fanatici della tecnologia sperano che presto Otas decida di commercializzare il nuovo prodotto anche in altri Paesi.

Il futuro di Facebook

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