Archivio di Agosto, 2008

Meglio di un identikit. Il futuro delle impronte digitali

Impronta digitale
Tempi duri per terroristi e criminali. La ricerca scientifica sulle impronte digitali sta facendo passi da gigante e tra non molto lasciare un’impronta significherà molto più di una semplice traccia di un polpastrello della mano. L’impronta offrirà un vero e proprio identikit della persona. Dopo le ricerche dell’Imperial College di Londra adesso arrivano, infatti, anche gli studi condotti da un’équipe guidata da Graham Cooks, della Purdue University di West Lafayette, Indiana, negli Stati Uniti. I risultati, pubblicati sull’ultimo numero di Science, dimostrano che grazie a una nuova tecnica di rilevamento le impronte potranno rivelare la presenza di droga o di tracce di esplosivo. Non solo ma nell’eventualità di crimini in cui più impronte siano sovrapposte tra loro, caso finora di difficile, se non impossibile soluzione, si potranno adesso distinguere i vari individui che le hanno lasciate e dare quindi un volto a tutte le persone coinvolte nella scena. La tecnica in questione consiste in un sofisticatissimo spettrometro, ribattezzato Desi, in grado di leggere la struttura chimica delle molecole e di scattare una fotografia chimica dell’impronta con una risoluzione eccellente di circa 150 micron mai ottenuta prima d’ora. Per il momento lo spettrometro è commercializzato negli Stati Uniti al costo di circa 60 mila dollari. Si sta però lavorando a una versione più accessibile. Non appena la si avrà sul mercato, Cooks e la sua équipe stanno seriamente pensando di estendere le sue applicazioni al campo della chirurgia per individuare nei tessuti molecole legate a malattie come il cancro.

Kung Fu Panda: insieme al film arriva il videogame

Una schermata del gioco Kung Fu Panda

L’ultima fatica degli studios DreamWorks (gli stessi che hanno inventato Shrek e il suo irriverente stile umoristico) si chiama Kung Fu Panda ed è in uscita nei cinema italiani. Indubbiamente riscuoterà un enorme successo come del resto è già avvenuto in Inghilterra e USA, dove il film è uscito all’inizio dell’estate. In contemporanea arriva il videogame, pubblicato dal colosso americano Activision Blizzard. Mai come ora, il videogioco rischia di “rubare la scena” al film a cui è ispirato, grazie all’incredibile grafica che soprattutto le nuove console come PlayStation 3 e Xbox 360 sono in grado di riprodurre (e che poco ha da inviare al film stesso) e al divertimento per giocatori di tutte le età (e anche per tutta la famiglia) garantito dalle versioni per le console Wii e DS di Nintendo.

Il trailer del film


Sia il gioco sia il film narrano le avventure di Po, un orsetto panda buffo e grassottello, con una passione segreta per il Kung Fu. Po sogna di imparare la nobile arte marziale ma si ritrova a servire “noodles” nel ristorante del padre. Fino a che, per una serie di coincidenze legate a un’antica profezia, viene scelto come Guerriero Dragone per salvare la Valle della Pace dal malvagio leopardo bianco Tai Lung. Ora il suo sogno potrà diventare realtà: Po dovrà apprendere la sacra arte dal potente maestro Shifu, per battersi al fianco dei più grandi guerrieri della Cina: Tigre, Scimmia, Vipera, Gru e Mantide (i Cinque Cicloni), ognuno padrone di un proprio stile di combattimento. Anche Po dovrà affinare la propria arte, utilizzando mosse buffissime come il Terremoto Panda, l’Inciampo del Panda e la Pancia d’Acciaio, che, come, si può imaginare, sfrutteranno la sua non indifferente massa corporea.

Kung Fu Panda (X360) - Scena di lotta


Oggi però i videogiochi sono particolarmente divertenti quando diventano appuntamenti sociali e anche Kung Fu Panda non sarà da meno. Oltre all’avventura in prima persona, il videogame offrirà tutta una serie di minigiochi per divertenti sfide (combattimenti con diverse armi, cacce al tesoro, ecc.) che saranno sufficientemente facili da poter coinvolgere anche… gli adulti.
La confezione del videogioco Kung Fu Panda

Io sono qui, e tu? La localizzazione come mezzo per socializzare

Tu sei qui
Dove sei? E’ la prima domanda che il 90 per cento di noi fa quando parla con qualcuno al cellulare. Non importa che il nostro interlocutore si trovi a Londra, in Australia o nel nostro quartiere, l’essenziale è localizzarlo. Certo, se poi l’amico al telefono sta in effetti passeggiando sotto le nostre finestre, quale migliore occasione per invitarlo a bere un caffè? Fin qui tutto regolare: sapere dove sono i nostri amici per poterli eventualmente incontrare è ciò che siamo abituati a fare da sempre. Ora però la “localizzazione” diventa grazie al web uno strumento per farsi nuovi amici. Come? Tramite una serie di social network o servizi web 2.0, accessibili anche dal cellulare, che permettono all’utente di cercare non più le persone ma le aree geografiche. Insomma, nell’universo sociale virtuale si marca anche a zona e non più solo a uomo. E se fino ad oggi eravamo abituati all’idea di creare nuovi legami a distanza con persone sconosciute sulla base di interessi comuni, questi nuovi servizi capovolgono la prospettiva e ci incoraggiano a provare a fare amicizia con le persone che camminano intorno a noi.

Un salto dal virtuale al reale? Non è detto, anche se sicuramente si fanno passi in questa direzione. Si tratta comunque piuttosto della naturale risposta all’esigenza di usufruire di servizi di social networking in mobilità, unita alla passione contagiosa per le mappe che Google per prima ha saputo cogliere e sfruttare al massimo. Un altro caposaldo che ha fornito idee e fatto da base per mashup di vario genere, compresi quelli di localizzazione, è Twitter, servizio di mibroblogging che ha conosciuto un successo planetario e che si presta a essere piegato alle più svariate esigenze.
Ma quali sono questi strumenti per fare amicizia con chi passa dalle nostre parti? Cominciamo proprio da un mashup di Twitter: Twitterlocal. La timeline di Twitter è quasi impossibile da seguire, perché fatta di aggiornamenti di persone che scrivono da tutto il mondo. Certo, possiamo decidere di seguire solo gli aggiornamenti degli amici o delle persone che troviamo interessanti. Oppure, come suggerisce questo servizio, solo quelli che provengono da un’area geografica ben definita: per esempio un chilometro intorno al nostro ufficio, per captare per esempio i commenti dei colleghi, o intorno a casa, per seguire gli aggiornamenti dei condomini e così via.

Poi c’è ByNotes, che si definisce un sito di geoblogging, il cui slogan è: dì ai tuoi amici dove sei e manda loro messaggi, foto, eventi, video e così via. Ci si iscrive in 20 secondi e si comincia a mandare messaggi con allegati di vario tipo accompagnati, se lo si desidera, dalla propria localizzazione. Basta digitare un indirizzo e subito sulla Google map comparirà il segnalino.

IPoki è un “social network basato sul Gps”. Il sito galiziano, la maggior parte degli utenti finora scrive in spagnolo, ha lo scopo di permettere agli utenti di localizzare le persone e seguirne eventualmente gli spostamenti, su Google Maps e Google Earth. Si immette la propria posizione, si invitano gli amici a fare altrettanto, e coloro che hanno un dispositivo con Gps, noti o sconosciuti che siano, possono essere rintracciati in qualunque momento. L’invito del sito è anche quello di “connettersi” agli utenti che condividono la propria posizione, come dire, appunto, “conosci gente che si trova intorno o vicino a te”. Nella pagina del download si può scaricare il plug-in per cellulari e smartphone a seconda del sistema operativo utilizzato. L’applicazione può integrarsi con altri social network come Twitter, Facebook e Flickr.

Molto frequentato è poi Brightkite, social network basato sulla “location”, che invita gli utenti a scoprire chi visita i loro posti preferiti, seguire in tempo reale gli spostamenti degli amici e, esortazione vagamente inquietante, “incontrare amici nel mondo reale: Rivela la tua posizione, fai amicizia e chatta con le persone intorno a te”. Il servizio è ancora in Beta, ma per essere invitati basta fornire un indirizzo di posta elettronica.

Plazes è un sito tedesco di social networking geografico, i cui servizi sono già stati acquisti da Nokia, che consente di condividere la propria posizione, cercare quella altrui e “fare amicizia con chi incrocia il nostro cammino”. Quelli del sito ci tengono a precisare che non servono telefonini particolarmente sofisticati (leggi iPhone e compagni) per utilizzare Plazes: basta mandare un sms e la nostra posizione comparirà sulla mappa a beneficio di quanti ci vogliono localizzare.

Infine FireEagle, servizio di localizzazione di Yahoo!, integra quasi tutti i servizi citati, e moltissimi altri, perché ci sono infiniti modi in cui localizzazione fa rima con socializzazione. Quanto a quelli che sono già nostri amici, l’adesione a questi servizi rende più difficile inventare scuse per rifiutare inviti non graditi: conviene farci trovare dove diciamo di essere.

Discutine sul FORUM: “Internet è un luogo adatto per trovare un compagno di vita?”

Proposta Ue: frutta e verdura gratis per gli studenti europei

una ragazzina mangia una fetta di anguria

Frutta e verdura gratis nelle scuole europee a partire dal prossimo autunno. La Commissaria europea all’agricoltura e sviluppo rurale, Mariann Fischer Boel, annuncia dal suo blog il progetto di uno stanziamento di 90 milioni di euro l’anno per l’acquisto e la distribuzione gratuita di questi cibi. Il contributo dell’Unione si limiterà al 50 per cento dei costi, ma potrà salire fino al 75 per cento in alcune aree che dispongono di minori risorse economiche.

La commissaria sottolinea come questa iniziativa sia un modo per rispondere al crescente problema dei disordini alimentari dei giovani europei: 22 milioni sono in sovrappeso e più di 5 milioni sono obesi, con un incremento di 400 mila soggetti ogni anno. Nel documento “Reform of the common market organisation for fruit and vegetables” della Commissione europea all’agricoltura e allo sviluppo rurale si parla anche di supporti economici alla distribuzione di prodotti orto-frutticoli anche in altre istituzioni come gli ospedali. L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) raccomanda 400 grammi di frutta e verdura al giorno. La maggior parte dei cittadini dell’Unione europea non raggiunge questa quota nella propria dieta quotidiana, mentre la rispetta solo il 20 per cento dei ragazzi under 11. “Una campagna di promozione importante che va sostenuta e sviluppata”. Così la Confederazione italiana agricoltori (Cia) manifesta apprezzamento e sostegno all’iniziativa lanciata dalla Commissione Ue che, inoltre, potrebbe servire anche a rilanciare il mercato dei consumi, calato nel 2007, secondo le stime della Cia, “del 2,5 per cento nelle vendite di frutta e del 4,2 per cento per verdure e ortaggi freschi”.

La Commissione europea ha presentato il primo testo di regolamento con le linee guida di questa campagna di promozione. In Italia, si è riunito un gruppo di lavoro il 25 luglio scorso che tornerà a incontrarsi nuovamente il 10 settembre. Il testo andrà all’esame del consiglio dei ministri il prossimo 19 settembre. La Commissione redigerà anche una lista dei prodotti da escludere dalla campagna promozionale, mentre i singoli paesi potranno scegliere i prodotti da promuovere all’interno della rosa autorizzata da parte dell’Ue. La commissaria europea all’agricoltura Mariann Fischer Boel ha inoltre dichiarato che si potrebbe riconsiderare la possibilità che frutta e ortaggi non rispondenti ai criteri di uniformità previsti dagli attuali standard per la “categoria A” possano tornare sul mercato per calmierare i prezzi dei prodotti agricoli. La proposta attuale è di eliminare 26 delle 36 norme che impongono limiti a grandezza, forma e peso di frutta e verdura, lasciando i distributori alimentari liberi di decidere su tali parametri. Soltanto dieci norme rimarrebbero in vigore: nello specifico, quelle vigenti su mele, pere, fragole, peperoni, pomodori, nettarine, ortaggi in foglia, uva da tavola, kiwi e agrumi. I funzionari Ue sperano di ottenere un voto favorevole su questo progetto entro l’estate; tuttavia, un gruppo di 17 paesi, Italia in testa, è nettamente contrario al provvedimento.

Quelle galassie “cannibali” che rivelano la storia dell’universo

Un telescopio dell'Eso

Una sequenza di scatti per catturare uno storia lontana, a quattro miliardi di anni luce dalla Terra: un team internazionale di ricercatori ha fotografato quattro gruppi di galassie riunite in un cluster. Ricevendo così ulteriori indizi sullo sviluppo dell’universo. Hanno utilizzato due “macchine fotografiche” speciali: il telescopio orbitante Hubble e il “Very large telescope” dell’Eso, l’European science observatory. Nel cluster hanno identificato 198 galassie: le più luminose in ogni gruppo contengono da cento a mille miliardi di stelle. E, soprattutto, possono essere ordinate in una sequenza temporale che mostra come abbiano continuato a crescere: anzi, grazie al loro “cannibalismo” sono diventate il 50% più voluminose negli ultimi 5 miliardi di anni. Sono risultati che rafforzano il modello della formazione gerarchica, fornendo indizi sulla durata del processo: le galassie, infatti, “crescono” fondendosi le une con le altre, come gli affluenti confluiscono in un medesimo fiume.

Alcune galssie molto luminose in un cluster

Chi ha ucciso l’uomo di Neanderthal?

Una ricostruzione dell'uomo di Neanderthal del Neanderthal Museum in Germania

Il dna dell’uomo di Neanderthal è stato finalmente decodificato. Il sequenziamento del Dna dei mitocondri, cioè le centraline elettriche delle cellule, effettuato su Dna recuperato da resti di ossa di 38 mila anni fa rinvenute a Vindija in Croazia è stato annunciato dalla rivista Cell Press e messo a punto dall’équipe tedesca di Richard Green del Max-Planck Institute for Evolutionary Anthropology. Si apre così un nuovo capitolo della storia evolutiva della nostra specie e del nostro parente più prossimo, cioè l’uomo di Neanderthal. La novità più importante è che si è scoperto che i nostri antenati Sapiens, pur avendo coabitato con Neanderthal migliaia di anni fa, non hanno mai “mescolato” il proprio patrimonio genetico. Ad accentuare le differenze l’individuazione di una specifica proteina, la COX2, che nell’uomo dopo la separazione genetica dal Neanderthal ha iniziato a svilupparsi in maniera estremamente complessa. Non solo, si è anche scoperto che l’uomo di Neanderthal è vissuto tra i gli 800.000 e i 520.000 anni fa.
La mappatura ha inoltre svelato che l’uomo di Neanderthal viveva nel continente europeo ma che a causa del gran numero di mutazioni accumulate, i suoi insediamenti non dovevano essere così numerosi. Perché comunque alla fine è scomparso? La scoperta fatta attraverso la mappatura del Dna porta a un’inquietante ipotesi. L’uomo di Neanderthal potrebbe essere stato eliminato in modo violento dall’homo sapiens. Sarebbe, dunque, il primo omicidio, avvenuto nella preistoria. La risposta definitiva a questa ipotesi, comunque, si avrà solo quando il Progetto Genoma Neanderthal sarà definitivamente completato nei prossimi mesi.

Allevamenti hitech: il recinto “virtuale” per le mandrie

Mucche al pascolo

Una ricerca svolta dall’Università di Duisburg-Essen in Germania ha appena stabilito che le mucche sono in grado di trovare il nord, essendo particolarmente sensibili al campo magnetico terrestre. Le immagini satellitari di Google Earth avrebbero aiutato i ricercatori a raggiungere questa conclusione. Le implicazioni? I risultati spingono gli scienziati a cercare di capire in che modo questi animali interagiscano con il campo magnetico della Terra, se qualcosa di simile accade anche nell’uomo e con quali conseguenze per la salute. E se Google Earth è servita a capire che le mucche sanno trovare il nord, c’è chi pensa ad usi assai più pratici della tecnologia applicata al bestiame.

Governare una mandria di mucche a chilometri di distanza dal proprio pc di casa o dal cellulare. Sarà questo il futuro per i pastori: via i recinti dai pascoli e limitare al minimo gli spostamenti in jeep in mezzo alle mucche. Almeno secondo due ricercatori americani, che hanno progettato un trasmettitore satellitare capace di radunare il bestiame a distanza chilometrica solo attraverso i suoni. Il prototipo si chiama “Ear – a – Round”, ed è stato presentato a luglio durante la Jornada Experimenal Range a Las Crucis nel New Mexico (Usa), organizzata dal dipartimento americano dell’Agricoltura.

È una piccola scatola, montata sul collo delle mucche, cui sono collegate delle cuffie in grado di “sussurrare” comandi e suoni nelle orecchie per guidare la mandria al pascolo. Il dispositivo contiene un chip, un sistema Gps e un trasmettitore che può essere programmato a distanza ed è alimentato da batterie al litio a energia solare. «La risposta è passare dal recinto vero a quello virtuale», hanno detto all’Economist Dean Anderson, uno scienziato del dipartimento americano dell’Agricoltura, e Daniela Rus, un’esperta informatica del Mit, i due ricercatori che hanno progettato il nuovo dispositivo.

L’idea non è nuova: i sistemi di controllo per gli animali domestici, come i collari per i cani, sono stati studiati sin dal 1970. Ma quelli per controllare le mandrie sono quasi sempre falliti. Il nuovo progetto, invece, dovrebbe superare le difficoltà del passato. «L’apparecchio fa parte di un sistema integrato che sfrutta le tecnologie satellitari e dei pc, riuscendo in questo modo a comandare le mandrie anche a distanze chilometriche», hanno spiegato i due ricercatori.

Il problema, per ora, è il prezzo: un singolo trasmettitore sonoro da montare costerebbe intorno ai 600 dollari, una spesa ingente, visto che le mandrie sono composte da centinaia di esemplari, e superiore a quella necessaria per montare una recinzione. Per questo i due ricercatori stanno cercando di abbassare il prezzo sino a 100 $ ad apparecchio.

Protesi pronte in due ore, nuova frontiera dell’ortopedia

Prototipo di femore in titanio

Gli interventi di chirurgia ortopedica sono sempre più diffusi, in Italia e in Europa. E ad agevolarli potrebbe essere nei prossimi anni una nuova tecnologia messa a punto dall’ingegner Siavash Mahdavi, giovane esperto di robotica formatosi allo University College di Londra. Qui si è unito all’azienda Within Technologies che tra gli altri avveniristici progetti ha trasformato in realtà l’idea di produrre su misura protesi ortopediche in titanio, pronte in poche ore per l’impianto. Il procedimento si basa sull’impiego di una stampante tridimensionale che, attraverso un laser, trasforma in un oggetto tridimensionale i sottili strati di polvere di titanio depositati in un camera al suo interno. Facendo tesoro dei suoi studi sull’intelligenza artificiale, Mahdavi ha messo a punto un software di ottimizzazione della microstruttura delle protesi, che permette alla stampante di realizzarle rapidamente elaborandone con precisione le dimensioni e la struttura interna, integrando l’uso del software stesso con quello di tecnologie già note, dalla risonanza magnetica ai programmi CAD.
Le ricerche di Mahdavi hanno già destato l’attenzione dei più importanti media britannici e internazionali, ed egli illustra ai lettori italiani le caratteristiche e le prospettive di applicazione di questa tecnologia rispondendo alle domande di Panorama.it.

Dottor Mahdavi, le protesi in titanio sono create da una stampante tridimensionale. Come funziona esattamente?
L’osso esistente viene dapprima analizzato attraverso uno scanner per l’imaging a risonanza magnetica. L’immagine così ottenuta viene trasferita grazie a un programma CAD alla stampante a sinterizzazione laser, che realizza il nuovo osso in titanio pronto per l’impianto. La macchina per la sinterizzazione dà forma a un materiale polverizzato, come il titanio, che viene poi sciolto da un laser per creare un oggetto tridimensionale.

Ci sono particolari ragioni che richiedono l’impiego del titanio?
Viene impiegato semplicemente perché è un materiale resistente e molto leggero che è stato certificato come sicuro da un punto di vista medico, ed è stato usato per molti anni nella chirurgia ortopedica. E’ un materiale inerte, e perciò non reagisce con il corpo umano.

Il tempo necessario per realizzare le protesi è sempre lo stesso, anche in casi chirurgici complessi?
Dal punto di vista produttivo è sempre lo stesso, perché dipende esclusivamente dalle dimensioni dell’impianto. Nel caso di una procedura complessa, si tratta solo di ricevere i parametri dai chirurghi, il che è noto per essere l’aspetto che porta via più tempo.

Prototipo di femore in titanio
Questa nuova tecnologia può essere utilizzata per ogni osso del corpo?
Certamente, e più l’osso in questione è complicato e intricato, più è utile produrlo con questo sistema.

Il suo sistema offre vantaggi ai pazienti indipendentemente dalla loro età?
Procedure come le protesi d’anca sono attualmente disponibili solo per i pazienti più anziani, in quanto non si verifica l’allentamento dell’impianto dovuto alla crescita ossea, che è il caso dei pazienti più giovani. Con questa tecnologia la protesi d’anca diventa utile anche per questi ultimi, perché la struttura porosa all’interno dell’impianto attira a sé l’osso in crescita, e ne risulta così una congiunzione più stretta.

Per quali motivi protesi in titanio fatte su misura si possono ritenere migliori di quelle ora esistenti?
Perché sono molto più leggere, mentre quelle già disponibili sono oggetti del tutto solidi: con questa tecnologia si ottiene una struttura porosa simile a quella di un osso naturale. Quest’ultimo, che circonda l’impianto, sarà dunque in grado di unirsi alla protesi andando a chiudersi al suo interno. E benché il peso sia un quarto di quello dei normali impianti, la struttura è molto più robusta, in quanto la sinterizzazione produce un materiale di miglior qualità. L’intero procedimento è molto più economico, anche dal punto di vista del risparmio di tempo, dato che impianti che ora, per i casi chirurgici più complessi, possono richiedere anche due settimane per essere realizzati, potranno essere prodotti in un paio d’ore. Senza tralasciare i vantaggi per l’ambiente: la polvere di titanio rimanente al termine della produzione può infatti essere riciclata.

Sono in vista altre applicazioni mediche di questa tecnologia?
Le applicazioni future includono gli stent coronarici e le strutture per l’ingegneria tissutale.

Entro un anno questa tecnologia sarà disponibile in Gran Bretagna. Lo sarà altrettanto presto in Italia o in altri Paesi europei?
I piani prevedono di lanciare i prodotti su scala globale, e siamo in contatto con alcune aziende in Italia per discutere potenziali collaborazioni.

Fedine penali online, l’ultima trovata made in Usa

Manette
Se volete conoscere la fedina penale di un cittadino americano o almeno sapere se è passato almeno una volta nella sua vita con il rosso, ora è possibile farlo dal proprio pc. Basta collegarsi al sito CriminalSearches.com, il motore di ricerca dei reati negli Usa, creato da PeopleFinders, una società americana fondata da un ex investigatore privato con sede a Sacramento (California) che da vent’anni si occupa di archivi informatici. Da un mese CriminalSearches ha messo online le fedine penali dei cittadini americani, raccogliendo informazioni giudiziarie dagli archivi di 50 stati e 3.500 contee. Una volta, per avere queste informazioni, si doveva pagare un investigatore privato mentre ora basta un click, perché l’uso del sito è gratuito. In questo modo CriminalSearches entrerà in concorrenza con i siti a pagamento simili, che raccolgono tutte le informazioni personali disponibili online su qualsiasi persona, come Intelius.com e peoplescanner.com.

«Abbiamo provato a raccogliere tutte queste informazioni e metterle a disposizione degli utenti. Sarà uno strumento utile per le famiglie», ha spiegato Bryce Lane, presidente di People Finders. Su Criminalsearches si possono fare ricerche per stato, sesso, cognome, nome e per tipo di reato. Ai dettagli sul nome, data di nascita e luogo di residenza è abbinato un simbolo che indica le varie categorie di reato: finanziari, abusi sessuali, droga e alcool, infrazioni automobilistiche, rapine e scippi, violenza e teppismo. Ci sono anche delle statistiche: secondo il sito tre reati su dieci negli Usa si commettono guidando l’auto 32.4%, due su dieci sono legati al consumo di stupefacenti e alcool (23.9%) o sono rapine e scippi (25,4%). Circa l’11% sono violenze, il 4,6% atti di vandalismo e altre tipologie di reato e il 2,4 % sono violenze sessuali. Solo lo 0,3% sono reati finanziari.

Ed è subito scattata la polemica sul rispetto della privacy, violata dal motore di ricerca. Un giornalista del New York Times ha provato a mettere il nome di un suo collega scoprendo che aveva commesso un reato per guida in eccesso di velocità. Ma il sito non aveva aggiunto che poi il collega aveva recuperato la patente seguendo un corso di guida. Il giornalista scoperto si è rivolto alla PeopleFinders chiedendo di rimuovere le informazioni che lo riguardavano. La risposta: rivolgetevi alle autorità, noi ci basiamo sui loro database.

Il 7 per cento dei giovani abusa di alcol una volta la settimana

Cresce il consumo di alcol tra i giovanissimi
La diffusione dell’alcol tra i giovanissimi suscita allarme tra gli esperti: nei fine settimana o durante il cosiddetto “happy hour” spesso si ubriacano senza pensare alle conseguenze. Un’analisi dell’Istituto superiore della sanità (Iss) dice che 3 ragazzi su 4 tra i 16 e i 25 anni bevono alcolici e se si abbassa l’età a 15 anni, un anno in meno del limite di legge per poterli acquistare, i dati non cambiano: beve il 67 per cento. Il 7 per cento dei giovani fa abuso di alcol almeno una volta alla settimana e il primo approccio alle bevande alcoliche si è abbassato a 10-11 anni. Il problema, oltre che sociale, è anche medico: negli adolescenti l’alcol viene metabolizzato con maggiore difficoltà e i danni al fegato e al sistema nervoso sono maggiori che negli adulti. Così si facilita l’insorgenza di malattie del fegato, come la steatosi (o fegato grasso) e la steatoepatite che, nel corso degli anni, possono trasformarsi in cirrosi ed epatocarcinoma. Solo a 18-20 anni si sviluppa maggiore capacità di metabolizzare l’alcol: perciò, come ricorda l’Oms, fino ai 20 anni non bisognerebbe bere più di un bicchiere di vino al giorno. Superare la soglia indicata dall’Oms aumenta la probabilità di contrarre un danno epatico indipendentemente dalle bevande che si assumono, siano esse vino, birra o superalcolici.E’ stato accertato che un consumo superiore agli ottanta grammi al giorno, per dieci anni, aumenta di cinque volte il rischio di cancro del fegato. Un ruolo lo svolgono anche il sesso maschile e l’età: l’attività dell’alcol-deidrogenasi, infatti, risulta significativamente ridotta nelle donne giovani e in quelle con più di sessanta anni. Negli uomini, invece, è del cinquanta per cento in meno nella fascia che va dai sessanta agli ottant’anni. Cosa fare allora? Smettere di bere resta la soluzione più sensata. E se in Italia resta alto il rischio di abuso di alcol, anche in età precoce, negli Stati Uniti il consumo si sta progressivamente riducendo, come sottolinea una ricerca della Boston University, condotta su 8 mila soggetti e pubblicata nel numero di agosto dell’American Journal of Medicine, secondo la quale si beve un terzo di meno rispetto a 50 anni fa. In particolare, è calato il consumo di birra, rimane costante quello di superalcolici, mentre il vino resta sempre il prodotto preferito dagli statunitensi.

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