Lingue straniere, ecco perché può essere difficile padroneggiarle

Ombrelli con lo Union jack
Rinfrescare la conoscenza di una lingua diversa dalla propria in vista delle tipiche possibilità di applicazione offerte dalla stagione estiva, dai viaggi oltre confine all’abbordaggio di turiste straniere sulle italiche spiagge, è un’impresa che non viene ostacolata solo dall’ozio e dalla calura che dominano il periodo. Lo spiega Nina Kazanina, esperta di psicolinguistica del dipartimento di psicologia sperimentale della britannica Università di Bristol, che ha cercato di chiarire per quale motivo sia spesso così difficile padroneggiare realmente un idioma che non sia la lingua madre. Utilizzando a tal fine tecniche non invasive come l’elettroencefalografia e la magnetoencefalografia, necessarie per registrare i segnali elettromagnetici provenienti dal cervello durante l’ascolto dei suoni che compongono la lingua parlata, la ricercatrice ha analizzato l’attività della corteccia uditiva, una regione del lobo temporale del cervello che elabora i suoni percepiti, scoprendo così che quest’ultima, nel caso di un parlante adulto, trattiene selettivamente solo quelle variazioni del discorso che sono significative nella lingua madre, ignorando le altre. L’esempio fornito al proposito è quello dei suoni associati alle lettere “r” e “l”, la cui differenza risulta evidenziata dalla corteccia uditiva di un parlante di madrelingua inglese, altrimenti sarebbero indistinguibili parole come “rice” (riso) e “lice” (pidocchi), con tutti i malintesi del caso, specialmente al momento delle ordinazioni. Che in ristoranti non troppo rinomati potrebbero causare qualche problema ai giapponesi, nel cui idioma i due suoni sono usati in modo intercambiabile, e risulteranno pertanto difficili da distinguere al volo, quanto meno prima dell’arrivo dei piatti. Questa strategia di funzionamento della corteccia uditiva si sviluppa durante i primi anni di vita, e serve a garantire la più rapida interpretazione del significato di una parola nella lingua madre, agendo però come un filtro che ostacola la percezione di contrasti sonori che sono fondamentali in un’altra lingua. Il prossimo passo della ricerca sarà quello di verificare se il fenomeno venga davvero alterato dall’ascolto continuo di una lingua straniera.

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