(Credits foto: matt browne by flickr)
Di Gianna Milano
È ormai noto e lo si è sentito ripetere negli ultimi anni più volte che gli intrecci fra mercato e salute sono stretti e molto profondi. Marcia Angell, già direttore del New England Journal of Medicine, una delle più prestigiose riviste scientifiche, ha descritto e documentato questo intreccio nel suo libro Farma&Co (Il Saggiatore). E non è stata la sola. Anche altri saggi lo hanno denunciato con dovizie di storie esemplari e di dati inoppugnabili. Come Gli inventori delle malattie (Lindau) del giornalista medico Jörg Blech, che nel 2006 ha seguito di pochi mesi Farmaci che ammalano (Nuovi Mondi Media) di Ray Moynihan e Alan Cassels. Tanti gli attori (industria, scienziati, ricercatori, medici, istituzioni, agenzie regolatorie, politici, opinion leader o i cosiddetti “esperti”, associazioni di pazienti e di cittadini) e gli strumenti (massmedia, campagne promozionali, informatori farmaceutici, riviste scientifiche, convegni) che hanno permesso di fare, in maniera quasi sempre implicita, della salute un mito da vendere, così da coinvolgere l’opinione pubblica in un gioco di suggestione e di timori tali da renderla dipendente da promesse-paure.
La stampa “scientifica” - le stesse riviste che dovrebbero essere al di sopra di ogni sospetto - risulta essere profondamente coinvolta nei meccanismi che tengono in piedi ciò che succede all’interno della produzione della scienza. La stampa e i mass-media svolgono spesso un ruolo profondamente funzionale, e diventano parte integrante del sistema che crea, mantiene, regola ciò che riguarda la comunicazione. E a far sì che essa si trasformi in un incentivo al consumo di farmaci, e alla creazione di dipendenze. Gli esempi sono tanti, e ricorrono con frequenza periodica in tutti i campi che riguardano la salute, dalle terapie alla prevenzione.
Gli antidepressivi di nuova generazione, promossi e abusati, che a una recente analisi dei dati raccolti sono risultati per lo più efficaci quanto il placebo. I “nuovi” farmaci per abbassare il colesterolo (il cui valore totale nel frattempo è stato man mano abbassato per ampliare l’ambito di mercato per le molecole che dovrebbero ridurlo) sperimentati con troppo fretta e disinvoltura per poi scoprire che anziché rallentare la formazione di placche di colesterolo nelle arterie, le favorirebbero. Due i casi negli ultimi due anni. Torcetrapib ed Ezetimide. Gli effetti del primo sono stati talmente drammatici, con un aumento della mortalità già nel corso della sperimentazione che avrebbe dovuto consacrarlo come il nuovo blockbuster, da cancellarne con urgenza tutto lo sviluppo. Per il secondo, ezetimide, già gran successo di mercato con un milione di prescrizioni per settimana nel 2007, sono stati pubblicati alla fine dello stesso anno (con ritardo!) risultati che fanno più che sospettare una tossicità cardiovascolare, con addirittura un interrogativo su un aumento di rischio di tumore (mentre sono ancora in corso, finiranno nel 2011, due studi che ne dovrebberovalutare “seriamente” efficacia e sicurezza). A fronte dei dubbi irrisolti ci si chiede come mai le agenzie regolatorie per i farmaci in Usa, l’Fda, e in Europa, l’Emea, lo abbiano approvato così celermente.
Un’altra storia emblematica è quella dell’eritropoietina, o EPO, l’ormone reso noto dalla cronaca sul doping sportivo. Ai pazienti con insufficienza cronica renale, che vanno incontro ad anemia, si somministra l’eritropoietina per mantenere alti i livelli dei globuli rossi. L’idea prevalsa negli ultimi anni, ricavata da studi di osservazione e mai suffragata da studi clinici randomizzati, è che elevare i livelli dell’emoglobina costituisca un vantaggio anche in termini di sopravvivenza, in dializzati e non. Quando già nella pratica quotidiana si insisteva da anni, con un’ovvia pressione delle ditte produttrici, per raggiungere e mantenere livelli di emoglobina simili a quelli delle persone adulte sane, l’analisi sistematica di tutti gli studi disponibili dimostrava che questi livelli “normali” non erano per nulla utili, e probabilmente dannosi per i malati, tanto da imporre a livello internazionale raccomandazioni più conservative (anche se un altro studio continua a esplorare la “vecchia” ipotesi).
Che dire della campagna mediatica a favore della vaccinazione contro il papillomavirus? Si è detto, e fior di “opinion leader” lo hanno avallato, che il vaccino serve a prevenire il tumore al collo dell’utero, lo si è dato per certo quando ancora mancano tante conoscenze e servirebbero ulteriori studi su efficacia e sicurezza per provarlo. Infine, aumenta l’elenco delle malattie inventate (il disease mongering), come le cosiddette disfunzioni della sessualità (il calo fisiologico del desiderio sessuale con l’avanzare dell’età), la menopausa, la timidezza, la distrazione, l’iperattività, la sindrome delle gambe irrequiete… E perché no, il pre-diabete e la pre-ipertensione, una condizione “pre-patologica” che amplia l’uso dei farmaci e trasforma i sani in malati.
È tempo di prendere l’iniziativa, di aprire la stampa e tutti i mass-media a un confronto con i suoi lettori e utenti sulla percezione della comunicazione scientifica, sui conflitti di interesse generati proprio dall’intreccio tra mercato e salute, su quanto è visto come più problematico dell’interazione fra gli attori in gioco. Qualcosa di più e di diverso dai dibattiti saltuari, che avvengono per lo più in occasione di scandali, e qualcosa che supera i confini delle discussioni che restano all’interno della “comunità scientifica”.
Un forum di scambio non occasionale, specificamente mirato alla comunicazione scientifica: non “gossip”: ma contributi di commento, analisi, suggerimenti, denunce e documentazioni concrete nei settori più critici, della salute e del mercato: dall’oncologia alla psichiatria, fino alle malattie “inventate” ad arte. Per creare insieme e sperimentare un nuovo linguaggio e una nuova abitudine a saper guardare oltre il messaggio mediatico e a interrogarsi. Tanto più importante in un tempo di trasformazione anche istituzionale della sanità, e a una esplicita trasformazione in senso privato, e perciò di spinta ad aspetti di mercato. In modo da sollecitare la discussione e la trasparenza. In modo che si cominci a parlarne.
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- Lunedì 8 Settembre 2008


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