Archivio di Ottobre, 2008

Le 50 invenzioni dell’anno secondo Time

Creato un cromosoma articifiale

Alcune le avevamo beccate anche noi. Parliamo delle 50 invenzioni migliori del 2008 secondo la rivista Time, che ne ha appena pubblicato la classifica. Di molte di queste vi abbiamo parlato su Panorama.it nel corso dell’anno. Ma vediamo le scelte più interessanti.

Ha vinto, come forse c’era da aspettarsi, la genetica, con il test personalizzato messo a punto da 23andme, azienda fondata da Ann Wojcicki, una bella mente e casualmente anche la moglie di Sergey Brin, uno dei fondatori di Google. Con “soli” 399 dollari e un campione di saliva, ognuno di noi può cercare di conoscere la predisposizione a sviluppare malattie, disturbi e passarle ai propri figli. Alla squadra del Time magazine, rivista che da sempre sa cogliere le tendenze in atto nella società e a volte ad anticiparle, questa idea è sembrata la più degna di salire sul gradino più alto del podio nella classifica delle 50 migliori invenzioni dell’anno appena pubblicata. Al secondo posto si piazza un’auto, la Tesla Roadster, elettrica,verde, silenziosa e pulita, in terza posizione si colloca la Lunar Reconnaissance Orbiter, missione studiata quest’anno ma che sarà portata a compimento nel 2009, che andrà sul nostro satellite a caccia della presenza di acqua, risorsa vitale per una futura base lunare, e compilerà mappe tridimensionali del suo suolo inclusi, per mettere a tacere i molti dietrologi scettici, anche i siti dei sei allunaggi delle varie missioni Apollo.

Hulu, il sito che fa da contraltare a YouTube offrendo non video prodotti e caricati dagli utenti, bensì show televisivi e film grazie ad accordi con i network e le case di produzione, è quarto mentre quinto è il Large Hadron Collider del Cern, il cui guasto che ne ha momentaneamente bloccato le operazioni, viene paragonato dai redattori del Time a una semplice ruota sgonfia su un’automobile sensazionale. Al sesto posto troviamo il deposito artico delle sementi, una cassaforte globale che si trova a nord della Norvegia dove possono essere conservati per 1000 anni i semi che ci salveranno in caso di una disastrosa carestia. Al nono posto c’è internet per gli astronauti: la connessione è molto lenta, del resto sono i primi passi dell’Internet interplanetaria. Al decimo troviamo il computer più veloce del mondo, soprannominato Roadrunner, che ha superato il quadrilione di calcoli al secondo: chi non ne vorrebbe uno? La torre rotante di Dubai è al numero 16, seguita a ruota da Nexi, il robottino “sociale” creato al Mit di Boston. Spore, il videogioco che permette di costruire forme di vita e farle evolvere, si piazza ventesimo, mentre al ventottesimo posto troviamo il “mantello dell’invisibilità“, prodigio simil-Harry Potter estratto dal cappello dei ricercatori della Berkeley University. Ed è proprio vero che la necessità aguzza l’ingegno, perché non poteva che essere inventato in tempi che obbligano a ridurre gli sprechi l’accumulatore di energia da ginocchio che troviamo al 33° posto: voi camminate, lui conserva l’energia prodotta, che potrete poi usare per ricaricare il cellulare e il lettore mp3. In 39a posizione troviamo la tecnica per rilevare le impronte digitali anche quando queste sono state accuratamente cancellate, che ha già fatto riaprire parecchi casi dubbi, mentre al 40° posto compare qualcosa che di tecnologico ha ben poco: la nuova lista dei sette peccati capitali compilata dal Vaticano che tiene conto delle tentazioni e dei rischi del mondo moderno (peccati di bioetica, esperimenti sugli embrioni, abuso di droghe, inquinamento, ingiustizia sociale, eccessiva ricchezza, creazione di povertà). E poi scarpe da corsa tecnologiche, orologi che invece di segnare il tempo lo “mangiano” simboleggiando l’inesorabile fine, data center galleggianti (Google) e prodigiose macchine fotografiche per non vedenti, che trasformano le immagini in disegni in rilievo stile Braille da leggere appoggiandoli sulla fronte. E’ stato un 2008 molto ricco, arrivederci nel 2009.

Hawking in Vaticano: un confronto sulle origini dell’Universo

Una tempesta di gas nella costellazione del Sagittari

(ANSA)

Fede e scienza a confronto, al più alto livello, sulle origini della vita e dell’universo: accade oggi in Vaticano, dove si è aperta una sessione plenaria della Pontificia accademia delle scienze dedicata a questi temi e alla quale partecipa, oltre a Nicola Cabibbo, presidente della Pontificia accademia, anche il fisico Stephen Hawking, padre di teorie scientifiche decisamente anti-creazioniste.
L’incontro si svolge a porte chiuse e si protrarrà fino al 4 novembre. Questa mattina i partecipanti al convegno, tra i quali lo stesso Hawking, sono stati ricevuti da papa Ratzinger, il quale, citando anche i suoi predecessori, ha riaffermato che, secondo la Chiesa, ”creazione e scienza empirica non sono in opposizione”, ma che l’universo è ”un libro scritto da Dio”, un disegno ordinato intelligibile nonostante le più recenti scoperte.
Il discorso del Papa è stato preceduto da un intervento di Cabibbo, il quale, ricostruendo gli ”enormi progressi” nella conoscenza sull’inizio dell’universo e della vita, ha sottolineato che ”molti interrogativi sono ancora aperti”.
L’incontro verterà sul tema dell’evoluzione, sul quale il Vaticano ha espresso nel corso degli anni forti aperture, senza però giungere a una riabilitazione del darwinismo, e confrontandosi anche con le discusse teorie sul cosiddetto intelligent design.

I notebook? Li sviluppa la community, li disegnano gli artisti

wepc

Il portatile lo volete ancora più sottile? Il netbook lo immaginate con lo schermo 3D? Il gaming notebook lo sognate ancora più potente e magari parlante? Chi ha velleità di suggeritore del computer dei sogni può cimentarsi da oggi con WePC.com, il sito che hanno lanciato Asus e Intel per ricevere dagli utenti le “dritte” necessarie a realizzare nuovi prodotti ad uso e consumo della community. In altre parole l’invito rivolto dalle due compagnie è quello di diventare co-progettisti dei notebook e dei mini pc che verranno, di essere protagonisti attivi della nuova onda tecnologica. Di dare un contributo personale all’innovazione. Un po’, se vogliamo, come ha fatto Microsoft per Windows 7, scritto sulla base delle (tante) migliorie di cui necessitava Vista.

La fabbrica delle idee ipotizzata da Intel e Asus avrà come soggetti tre diversi gruppi di “lavoro” (le virgolette le metto perché l’iniziativa in questione non prevede un compenso bensì un premio a coloro che “si saranno distinti per la loro creatività nello sviluppo del progetto”): uno per i netbook, uno per i notebook e un terzo per i portatili dedicati al gaming. Ogni partecipante potrà fare più proposte e condividerle con gli altri membri della community. Per mettere in pista il computer perfetto – entro quali confini possa andare la fantasia dei consumatori progettisti non è dato a sapersi – Intel e Asus hanno fissato solo qualche paletto: i processori devono essere Atom, Centrino 2 o Core 2 Extreme.

Sempre in tema di computer sviluppati con il contributo degli utenti (parleremo un giorno di “user generated notebook”?) Hp e Mtv hanno annunciato il concorso “Engine Room” dedicato ai giovani artisti di tutto il mondo. Il premio andrà a chi disegnerà il miglior design per un portatile della linea Pavilion che sarà prodotti in edizione speciale utilizzando la ben nota finitura Imprint. I lavori verranno raccolti fino al 7 dicembre sul sito mtvengineroom.com e l’intento è quello di ripetere il successo dell’iniziativa “Take Action. Make Art”, che ha raccolto l’anno passato più di 8.500 lavori provenienti da 112 paesi di tutto il mondo (a vincere fu il ventenne portoghese Joao Oliveira).

Padroni della strada con Google StreetView

google_street_view

Street View è un’evoluzione di Google Maps, già da tempo presente negli Stati Uniti, che consente una vista dei luoghi ricercati dalla prospettiva di chi cammina lungo una strada. Per realizzare questo tipo di esplorazione del territorio Google si è servita di fotografie panoramiche scattate a livello della strada: specifiche auto Street View equipaggiate con fotocamere in grado di scattare fotografie in movimento hanno percorso le strade di alcune nostre città italiane (le prime a essere navigabili sono Roma, Milano, Firenze e la zona del lago di Como) in modo da mappare tutto il territorio.  

Cliccando sul bottoneStreet View in Google Maps, si può pertanto evidenziare iil luogo prescelto per un appuntamento, controllare il ristorante prima di prenotare, o anche andare a vedere in anticipo il luogo dove si è scelto di andare in vacanza o di passare il week-end.
Street View si presta a una quantità di contesti applicativi diversi che vanno dalla sfera personale legata alla pianificazione di itinerari turistici o di viaggio a quella professionale e commerciale, come la promozione della propria attività o punto vendita o la verifica dell’esatta ubicazione di un cliente prima di andargli a far visita, fino a quella educativa visto l’utilizzo a cui si presta nelle lezioni di storia e geografia.

Particolare cura è stata posta agli aspetti di tutela della privacy che negli Stati Uniti nei mesi passati avevano causato non pochi guai a Google. Considerando la sensibilità che vige in Europa su questi temi, Google si è tutelata innanzitutto utilizzando nella fase di acquisizione delle immagini una tecnologia di offuscamento delle targhe delle automobili e dei volti delle persone che ne impedisce l’identificazione.

Qualora comunque qualcuno ritenesse una foto lesiva della propria privacy è disponibile un servizio di segnalazione richiesta di rimozione accessibile all’interno della Guida di Street View che si trova in alto a destra dell’home page del servizio. 
l’Italia è il terzo Paese in Europa le cui città possono essere esplorate mediante Street View di Google Maps. A tutt’oggi le città coperte da tale servizio sono oltre 50 negli Stati Uniti, oltre ad aree estese dell’Australia, del Giappone e ad altre città in Francia e Spagna.

Nel nostro paese sono stati fatti accordi specifici con la Regione Toscana per sfruttare il servizio come una sorta di guida turistica: l’omino giallo di Google Street accompagna i turisti mostrando loro i luoghi più suggestivi e i monumenti più famosi. Grazie all’integrazione con il portale ufficiale InToscana.it i viaggiatori vengono anche condotti in un tour virtuale alla scoperta dell’economia regionale e delle sue attrazioni eno-gastronomiche. La collaborazione con il gruppo Tecnocasa prevede invece il posizionamento di un motore di ricerca degli immobili sulle mappe di Google affinché i potenziali clienti possano vedere gli immobili a cui sono interessati direttamente nelle vie dove si trovano. Il servizio è naturalmente disponibile nelle città pilota aderenti a Street View. Infine Google Italia ha stretto una collaborazione con il motore per la ricerca di hotel TVTrip consentendo agli utenti di visualizzare gli hotel su Google Maps e visitarne i dintorni prima di procedere alla prenotazione.

Il dolore cronico colpisce di più le donne

Emicrania
di Elisa Manacorda

Uno spiacevole compagno di vita che impedisce di lavorare, concentrarsi, mantenere le relazioni sociali, dormire. E che predilige il sesso femminile, visto che ne soffrono 57 donne su 100: è il dolore cronico fotografato dall’indagine dell’Osservatorio nazionale sulla salute della donna (Onda). A colpire sono cefalee ed emicranie (15,4 per cento), artrosi, artriti e osteoporosi (11,5 per cento) e dolori alla schiena (11,1 per cento).
“Sono situazioni che durano a lungo nella vita delle donne” dice Francesca Merzagora, presidente dell’Osservatorio: dalla ricerca, condotta su un campione rappresentativo della popolazione femminile italiana, 514 donne tra 30 e 75 anni, emerge che l’88 per cento ne ha sofferto per oltre un anno, e in modo intenso: quasi tre quarti delle intervistate riporta un valore superiore a 5 nella scala di intensità da 1 a 10. L’esperienza del dolore aumenta con l’età, dato che tra 60 e 75 anni sono coinvolte 70 donne su 100, ma le più giovani non ne sono immuni: il mal di testa segna quasi una su tre fra 30 e 40 anni.
“Obiettivo dell’indagine” dice Merzagora “è fare luce su un problema che molti tendono a dimenticare: le donne con dolore cronico sono spesso abbandonate da medici e istituzioni, incapaci di farsi carico di un disagio spesso di difficile soluzione”. Un tema così delicato che anche il Tribunale per i diritti del malato ha appena realizzato una “Raccomandazione civica sul dolore cronico non oncologico”, per evidenziare gli ostacoli nell’accesso alle terapie, la carenza di centri di cura specificamente dedicati, e una mancanza di informazione sul tema.
“La specificità del dolore femminile è dovuta agli estrogeni” dice Anna Maria Aloisi, docente di fisiologia all’Università di Siena e direttore della European pain school dell’ateneo toscano. Quando sono presenti ad alte concentrazioni nell’organismo, questi ormoni influiscono sul sistema nervoso rendendolo più reattivo agli stimoli, come quelli dolorosi. “Gli estrogeni sollecitano l’attività cognitiva legata al circuito di attenzione-apprendimento-memoria» continua Aloisi. Significa che le donne sono più attente allo stimolo doloroso, lo registrano con maggiore intensità, e lo ricordano meglio quando si ripresenta. “Per questo è importante curarlo subito, prima che il cervello ne immagazzini il ricordo” aggiunge Aloisi. Gli uomini sono più protetti dal testosterone, che ha un’azione inibitoria sul cervello e consente di selezionare gli stimoli dolorosi, e di ricordare con più difficoltà quelli provati in passato.
L’indagine di Onda mostra anche che a influenzare l’atteggiamento nei confronti del dolore è lo stato civile. “Quando si tratta di curarsi, per esempio, le donne sposate o vedove seguono una terapia più spesso di single o divorziate” commenta Massimiano Bucchi, professore di sociologia della scienza all’Università di Trento e tra i curatori della ricerca. “Le donne con figli si curano più di quelle senza figli, probabilmente perché il fare parte di una rete familiare aumenta il senso di responsabilità verso se stesse”.

Ogm, la comunità scientifica s’interroga sul pomodoro viola

Pomodori

Il pomodoro viola (il frutto ogm che ha due geni del fiore Bocca di leone) è un anti-cancro. Più precisamente, produce le antocianine, antiossidanti del gruppo dei flavonoidi che nei topi (anch’essi manipolati per essere meno difesi dal cancro) ha dimostrato di tenere lontano il tumore. Lo sostiene Umberto Veronesi. E lo ripete Mario Pappagallo sul Corriere della Sera. Che, in un lungo articolo del 27 ottobre, mette in evidenza i promettenti risultati dello studio europeo Progetto Flora, cui partecipa l’Ieo. E, in una manciata di righe a conclusione dell’articolo, precisa: “I pomodori scuri, comunque, non sono una novità. Esistono già il Kumato, un ogm, e il Nero di Crimea, anch’esso con una colorazione scura. Queste varietà non hanno antociani. Infine, c’è il pomodoro Sun Black (progetto italiano Tom Anto finanziato dal ministero dell’Università e della Ricerca): non è un ogm, ma gli antociani sono accumulati nella sola buccia”.
Ma allora il pomodoro ogm con le antocianine per difendersi dal cancro c’è già in natura? Parte della comunità scientifica si interroga.
“Perché impiegare così tante risorse in uomini e denaro solo per produrre chimere, in questo caso vegetali, per ottenere le stesse cose già presdenti in natura, in particolare nei mirtilli e in molti altri frutti di bosco?” si domanda Fabio Firenzuoli, presidente dell’Associazione nazionale medici fitoterapeuti e docente di fitoterapia clinica all’università di Firenze. “Perché trasformare il pomodoro in mirtillo, senza sapere quale possa essere il reale vantaggio? Quale comitato etico” si chiede ancora Fiorenzuoli “autorizzerebbe mai uno studio sui benefici di questi prodotti quando abbiamo a disposizione le stesse sostanze in frutti sicuri?” e ancora: “Chi mai ci garantisce della loro innocuità se mangiati per lunghi periodi? Meglio impiegare i soldi per spiegare alla gente che cos’è un’alimentazione sana”, conclude. Tanto più che “Il pomodoro viola non sarebbe mai consumato da chi sa mangiare perché ha un sapore sgradevole”, aggiunge Nicola Uccella, professore di chimica organica all’università della Calabria. “Il pomodoro viola, in una qualsiasi campagna del nostro Paese, non potrebbe mai crescere” commenta “Il pomodoro non ogm è buono perché contiene licopene, che dà il colore rosso ai pomodori, è benefico per tutto l’organismo e difende in particolare dal tumore alla prostata” dice il professor Uccella, invitando infine a “Non seguire gli imbrogli della pseudoscienza”.

LEGGI ANCHE: Il pomodoro ogm e l’incubo del ragù che diventava viola

FORUM: Pensate che possano esserci ogm “buoni” e “cattivi”? Lo mangereste il pomodoro manipolato geneticamente?

Il pomodoro ogm e l’incubo del ragù che diventa viola

Riceviamo e pubblichiamo il racconto di Nicola A. Uccella, professore di chimica organica all’università della Calabria. Una cronaca semi-seria di reminiscenze oniriche, dove le notizie sul pomodoro ogm che combatte il cancro si animano in una commedia di Edoardo De Filippo

Di Nicola A. Uccella

Avevo riposato poco, e molto male, per tutta la nuttata. Mi avevano assalito le immagini di Eduardo de Filippo, di Nicodemo, il preside mio cognato, e di Umberto Veronesi, l’oncologo trendy, attivo nel promuovere gli OGM. Li voleva a tutti i costi anche sulla mensa imbandita dei mediterranei nazionali, e pure dell’Italia-Calabria, come nella memoria e nell’identità culturale, ereditate dalle antiche genti d’Oinotria. Poi, all’alba, e solo a mente fresca, meglio schiarita al mattino seguente, dopo una tazzulelle e cafè, corroborante all’amaro dei biofenoli, ero riuscito a collegare le origini oscure del turbamento notturno. Il sonno, di solito profondo, era stato disturbato, nel file neuronale, dalla memoria compulsiva, poi sfociata nell’incubo. La motivazione era stata la notizia eclatante, sparata, alle masse inconsapevoli e recettive, con la forza della comunicazione dei media, su tutti i TG nazionali, su tutte le prime pagine dei più prestigiosi quotidiani d’Italia.
Era stata una tempesta esistenziale, abbattutasi sul rischio ragù, ad assillare il mio riposo notturno. A Norwich, il John Innes Centre, per altro una valida struttura di ricerca da me stimata e frequentata, era stato in grado di sovvertire la natura. Il pomodoro rosso era stato trasportato sulle caravelle di Colombo. Poi, con gli ebrei in fuga dalla Spagna inquisitoria, era giunto a Livorno. E, solo quando era arrivato nel Mezzogiorno, alla Napoli verace, era divenuto il re dei sughi d’eccellenza. Era stato il condimento nella prima pizza rossa al licopene, la marinara, quindi trasformata in una patriottica margherita, col bianco della mozzarella, il rosso del pomodoro licopenico e il verde del basilico. Era raccolto fresco, nei prati della Mesca Valley, strappato e mai tagliato per spargerlo sulla pizza solo dopo il forno a legna, ben ravvivato dalla mitica Ninfa fluviale.
Il licopene non era il pene del licantropo, ma un terpene, non polare di solo idrogeno e carbonio, un carotenoide, fitomolecola priva d’ossigeno. Al licopene, s’aggiungeva anche il carotene, forse il più conosciuto pigmento, perché faceva bene all’abbronzatura estiva, ed era nelle carote il colore arancione. I pigmenti erano anche la tipica colorazione rosso-arancio nelle foglie d’autunno, svolazzanti alle brezze delle prime ventosità, nei già verdi, ma ancora ombrosi campi della solita Mesca Valley.
Le molte proprietà fisiologiche e gli importanti effetti, nei vegetali e negli altri organismi, durante i processi fotosintetici, svolgevano un ruolo centrale. Infatti, partecipavano alla catena di trasporto dell’energia, e proteggevano dalla reazione d’ossidazione. Negli organismi non fotosintetici, invece, esercitavano un’importante funzione nei meccanismi anti-ossidativi. La loro particolare struttura fitomolecolare li rendeva capaci di legare ed eliminare i radicali liberi, con effetto vitale nel sistema immunitario dei vertebrati, come anche dell’Homo sapiens. E l’epidemiologia aveva fatto risaltare i loro livelli fisiologici. Il ß-carotene e il licopene inducevano più bassi rischi nel contrarre il cancro ai polmoni e alla prostata nell’Homo e la capacità di sopprimere la crescita delle cellule tumorali mammarie.
(…)
A cancellare il tutto c’aveva pensato Cathie Martin, nell’équipe dei laboratori nell’East Anglia. Aveva creato il pomodoro viola, coltivato in serra, ma non accessibile ai solchi tracciati con saggezza dal fattore romantico nella Mesca Valley. E aveva pubblicato il risultato della sperimentazione su Nature Biotechnology. Per verità, non era una novità assoluta, sul piano naturale e nemmeno biotech. Alcuni pomodori di colore scuro esistevano già. In natura, c’erano i Neri di Crimea, gli altri erano solo trans-genici, i Kumato e i Sun Black. Gli ultimi erano stati ottenuti dagli italiani col Tom-Anto, tomato-antociani, finanziati dal MUR nazionale. Ma erano stati relegati nell’oscurità più assoluta, anche se gli antociani erano concentrati solo nella buccia.
E allora perché tanta risonanza al progetto Flora e forse solo in Italia? I viola erano assurti alla fama nazionale, celebri solo perché proposti come una frontiera di novello cibo-farmaceutico, un nutraceutical, nutritional-pharmaceutical, anticancro prescrizionale e brevettabile, perché c’era di mezzo lo IEO, Istituto Europeo di Oncologia, collegato alla Fondazione Umberto Veronesi. E così, il suo bel viso rassicurante era divenuto testimonial, apparso su tutte le TV, a tutte le ore della giornata, ma anche della nuttata. E a me aveva procurato gli incubi notturni. La notte avevo sognato con ansietà anche Eduardo de Filippo, nella sua commedia Sabato, domenica e lunedì. Mi era apparso sfrondato di ogni soverchiante connotazione ambientale. Era proiettato nel vuoto rarefatto del sonno veglia, dopo la fase REM. Era limpidamente scarno, asciutto, quasi alle soglie di una evanescente sospensione nano-molecolare di fullereni. Vagamente metafisico. Il protagonista del mio incubo notturno, sino alle 3,30 del mattino, era decantato da ogni eccesso folklorico verace, pittoresco. Ricondotto all’essenzialità, era in un’assoluta dimensione di purezza, fra il sorriso sarcastico e la pietà compassionevole rivolti a un buon-uomo, come me, dopo la grande innovazione del pomodoro viola.
Evidenziava la sua umana tenerezza nei confronti della fragilità dell’Homo edens moderno. E la sua figura spettrale nel mio sogno ricalcava virtuoso il fulcro drammaturgico ed emotivo del rito verace, tutto partenopeo, del pranzo domenicale. A me era già noto attraverso Nicodemo, sempre operativo all’alba, pronto a preparare il suo sontuoso ragù, ribollente a piccoli lenti flop, col coperchio appena sfasato. La scena dell’incubo era stata la realizzazione della ricetta post-colombiana, segnale della festa familiare, intorno alla mensa del sissitio, istituito 3.200 anni fa da Italo, mitico re delle antiche genti Oinotrie, come citato da Aristotele. Era tutta concentrata nella situazione tipicamente eduardiana, ma, in tale frangente, ben interpretata da Nicodemo, l’italico di Calabria. Era la cottura del ragù, un concentrato di radici antropologiche, di continuità dei valori familiari, di Mnemosyne proustiana, di sapienziale poter matriarcale. (…) E il ragù diventava viola cangiante, e non più rosso fuoco licopenico.
(…)
Un tempo, il viola della Quaresima era accetto solo in serra e distribuito in farmacia. Il pachino, il ciliegino, il sammarzano, il belmonte, il pennulo e il seccagno, per non dire il pomodorino di culo, cresciuto tra i pampini delle viti, erano salvi tutti.
Badate bene italici, non seguite i falsi profeti di sciagura gastronomica! Serbate la vostra identità territoriale e rispettate l’alterità, anche a tavola! A noi il rosso, a loro il viola! Così, adda a passà a nuttata!

Dagli Usa il codice di condotta globale del Net. Ma i cinesi non aderiscono

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Il nuovo codice di condotta globale per proteggere la libertà di espressione in rete e impedire ogni prevaricazione da parte dei governi firmato da Microsoft, Google e Yahoo! fa sembrare lontani i tempi in cui le “soffiate” di Yahoo! potevano portare all’arresto e alla condanna di dissidenti e giornalisti cinesi quando ai funzionari di Pechino veniva garantita l’opportunità di mettere le mani sulla loro corrispondenza.

Eppure, gli ultimi due casi documentati risalgono al 2006, anno in cui sono stati arrestati il dissidente Li Zhi e il giornalista  Shi Tao. Il primo per aver tentato di aderire al Partito Democratico Cinese, il secondo per aver diffuso in rete la circolare con la quale il governo aveva vietato ai giornali di parlare del quindicesimo anniversario del massacro di piazza Tiananmen.

Più recente la notizia secondo cui anche i messaggi di Skype inviati in o recapitati dalla Cina sarebbero controllati e, se necessario, censurati. Infine, Google è da tempo accusato di aver installato filtri aggiuntivi al suo motore di ricerca per impedire ai cinesi di rintracciare documenti o informazioni su questioni delicate (come il massacro di Tiananmen o le attività del gruppo Falun Gong), mentre Microsoft è stata incolpata di aver volontariamente bloccato alcuni blog di attivisti cinesi.

I giganti della comunicazione globale si sono sempre difesi sostenendo che il collaborazionismo fosse la loro unica opportunità per entrare in Cina e che, in ogni caso, una volta firmato un accordo con la Repubblica Popolare è sempre stato necessario rispettare i regolamenti interni al Paese.

Oggi Microsoft, Google e Yahoo! sembrano aver cambiato idea, e, in Europa, anche France Telecom e Vodafone hanno dato la propria disponibilità a firmare la Global Network Initiative promossa dagli statunitensi. Secondo Mike Posner di Human Rights First l’iniziativa dei giganti americani è lodevole perché con essa viene dimostrata la volontà di mantenere una linea più ferma verso le interferenze del governo di Pechino. Vero, ma allo stesso tempo non va trascurato il fatto che al tavolo dei negoziati non si è seduto nessun rappresentante cinese. Nonostante le buone intenzioni, quindi, è possibile che l’iniziativa sfoci in un nulla di fatto. Quantomeno in Cina.

Subbuteo: il videogioco è tutto italiano

subbuteo

Il Subbuteo è un gioco di calcio da tavolo nato in Inghilterra alla fine degli anni ‘40 ma, come tutti i giochi a sfondo calcistico, ha ottenuto un successo enorme in Italia, soprattutto negli anni ‘70 e ‘80.

Nel 2000 il gioco ha smesso di essere prodotto perché non poteva più competere con il realismo dei videogiochi calcistici ed è piuttosto ironico che, grazie alla passione di un’azienda italiana, siano proprio i videogame a sancirne la rinascita virtuale. Anzi forse era proprio destino…

“Credo proprio che il fato ci abbia messo lo zampino”, spiega Riccardo Cangini, presidente della software house Artematica, una delle poche in Italia ad aver realizzato videogame di successo. “Mi sono presentato da 505 Games per proporre un videogioco per Nintendo DS sul calcio, proprio quando avevano appena definito l’acquisizione della licenza Subbuteo”.

505 Games è la divisione dedicata al publishing di videogiochi del Gruppo Digital Bros che distribuisce il titolo in Italia e che, in termini di fatturato, è la più grande azienda italiana attiva nella produzione e commercializzazione di videogame.

Il Subbuteo vituale non sarebbe però potuto esistere senza la console Nintendo. Grazie al doppio schermo, infatti, è possibile regolare la forza e la direzione da imprimere alla palla. Il risultato è un videogioco simile al biliardo ma molto più divertente.

“Per far capire ai programmatori come funziona il Subbuteo e quali sono le sue caratteristiche abbiamo letteralmente rispolverato il panno e le squadre con cui giocavamo anni fa”, prosegue Cangini. “Ne è immedatamente nato un torneo tra tutti i dipendenti”. Ora il divertimento potrà coinvolgere le nuove generazioni e tutti i possessori di Nintendo DS, con sfide multiplayer all’ultimo rigore attraverso il wi-fi integrato.

L’ora solare fa bene al cuore

Un sonno perfetto?

Più di un miliardo e mezzo di persone nel mondo sono sottoposte due volte l’anno al cambiamento d’orario che potrebbe, secondo gli autori della ricerca,  “scombussolare i ritmi cronobiologici e influenzare la durata e la qualità del sonno”.  E gli effetti si farebbero sentire per diversi giorni dopo l’avvenuto cambio d’ora. Gli scienziati hanno sempre saputo che la mancanza di sonno fa male al cuore, perché fa impennare la pressione del sangue, alzare i battiti e aumentare la tendenza alla formazione di pericolosi coaguli. Quello che non avevano realizzato è che bastasse una sola ora in più o in meno per vedere già effetti significativi.

Gli epidemiologi svedesi Imre Janszky e Rickard Ljung devono aver avuto invece forti sospetti in tal senso se si sono presi la briga di esaminare i dati di tutti gli attacchi di cuore avvenuti nel corso di vari anni nel loro paese che risultavano in ricovero o, nei casi più infausti, decesso. Hanno così appurato che il numero di attacchi di cuore tipicamente registrato in un lunedì d’autunno era 2140, ma il lunedì successivo al ritorno all’ora solare scendeva a 2038: un calo del 5 per cento.  Per contro in primavera il numero di infarti aumentava nei giorni immediatamente successivi all’inizio dell’ora legale, con un incremento compreso tra il 6 e il 10 per cento.

Se resta vero che la stragrande maggioranza delle persone colpite da infarto deve ricercarne le cause in una predisposizione genetica o in cattive abitudini di vita (dal fumo all’alimentazione, alla mancanza di esercizio fisico), il collegamento con la perdita di una singola ora di sonno può fornire un arma in più per la prevenzione.

Il futuro di Facebook

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