Quella di oggi potrebbe essere una data cruciale per Internet e per la musica online.
Il Copyright Royalty Board (CRB) di Washington deve decidere in merito a un aumento di pochi centesimi sui diritti di riproduzione meccanica per i download digitali, ma questi “pochi centesimi” equivalgono a un incremento del 66% sugli importi attuali e potrebbero trasformare anche uno schiacciasassi come iTunes Music Store un’operazione in perdita. La richiesta è partita dalla NMPA, che raggruppa gli editori musicali degli Stati Uniti. La “minaccia” di Apple di chiudere la baracca se ciò si verificasse, arriva invece per bocca del vicepresidente di iTunes, Eddy Cue, intervistato dalla testata Fortune.
Non aumentare il prezzo dei brani e “assorbire” questa quota senza magari dividerla in parte con i discografici che incassano il grosso del prezzo di un brano su iTunes e simili significherebbe non avere più nulla da incassare, nel migliore dei casi. Far ricadere i costi sul pubblico vorrebbe dire vedere i pezzi oltre i 99 centesimi - prezzo standard per la musica online sin dai primi esperimenti di vendita datati 1998. Superare anche di poco la “soglia psicologica” del dollaro sarebbe rischioso.
La Mela, a essere onesti, puntava persino a un ribasso di questo importo: sotto i 5 cents a pezzo contro gli 8,5 circa attuali. Gli editori puntano a 15 cents.
Certo, c’è che avrebbe da rimetterci ben più di Apple: per un servizio come eMusic per tipologia di business model (l’abbonamento a costo fisso mensile che permette di scaricare tot brani) un aumento del genere sarebbe davvero insostenibile. Un brano viene venduto a 40 centesimi di dollaro o anche meno: non c’è decisamente spazio per una quota fissa minima di 15 centesimi a favore dell’editore. Detratti i costi di licensing del formato mp3, delle transazioni e altro, non resterebbe quasi nulla da ripartire tra sito e aventi diritto.
Va detto che a un aumento eccessivo si opporrebbero i discografici stessi; una decisione del CRB in tal senso andrebbe ad impattare sia sul digitale che sui prodotti fisici: quest’anno è in scadenza quanto approvato dal CRB nel 1997 in merito alle royalty per i CD stampati; e la decisione attuale segnerà i limiti per i prossimi cinque anni. Di fatto le major del disco non vogliono certo ridurre i propri margini nell’online né tantomeno in un mercato del CD in gravi difficoltà.
Apple sta certamente facendo la voce grossa: con l’85% del mercato può permettersi questo ed altro. iTunes non chiuderà, ma non subirà passivamente un aumento di costi così macroscopico.
Va anche detto che per altri tipi di utilizzi online si è giunti il 23 settembre scorso a un accordo tra le varie parti in causa per una percentuale del 10,5% degli incassi. Con la benedizione anche di NMPA.
Forse la cosa più sensata sarebbe anche in questo caso non un forfettario a brano ma una percentuale sugli introiti: la DiMA, Digital Media Association che rappresenta anche Apple, proponeva 4.8 centesimi a brano o in alternativa un 6% sulle vendite.
Al di là della percentuale più o meno alta, passare a un sistema di percentuali in alternativa al forfait potrebbe salvare capra e cavoli. E far sì che oggi, 2 ottobre 2008, sia solo una noiosa giornata come un’altra, nel “circo” della musica online.
(Si ringrazia Nicola D’Agostino per la collaborazione)
- Giovedì 2 Ottobre 2008
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