La ricerca che crea ricchezza: una lezione dagli Usa

Il Logo del Festival della Scienza di Genova campeggia in piazza De Ferrari
Sono arrivati al Festival della Scienza di Genova come degli alieni. Non sono scienziati, non hanno meravigliose teorie da illustrare né mondi sconosciuti da farci scoprire. Ma allora perché lunedì sera la Sala del Minor Consiglio del Palazzo Ducale è piena di gente che li vuole ascoltare? Perché si sussurra che abbiano la risposta alla domanda dalle 100 pistole: è possibile fare i soldi con la ricerca scientifica? E quella risposta è sì.

La conversazione internazionale moderata da Manuela Arata, presidente del Festival e neo-eletta technology transfer officer al Cnr, è organizzata dall’Associazione Bridges to Italy, il cui scopo è quello di promuovere le relazioni scientifiche e commerciali tra Italia e Stati Uniti, e ha come oratori tre americani, probabilmente non a caso tutti di origine italiana. Gli Stati Uniti sono maestri nell’arte del trasferimento tecnologico, quella serie di procedure che facilitano il trasferimento dei risultati della ricerca scientifica all’industria per la produzione di dispositivi, terapie, farmaci che portino alle persone i benefici delle scoperte che i ricercatori fanno in laboratorio.

Peter Lauro, esperto di brevetti e proprietà intellettuale, ha confrontato le leggi americana e italiana e parlato di come si possono e si devono tutelare le idee. I requisiti per la brevettabilità anche in campo biomedico, quello su cui la conferenza si è maggiormente concentrata, sono la novità, l’utilità e la non ovvietà (la scoperta deve cioè effettivamente contenere un’invenzione). Anthony Coia, di Bioventures Investors, ha spiegato come funziona il Venture capital che investe sulle biotecnologie e sulle scienze della vita, dalla diagnostica alla medicina rigenerativa, mettendo capitali soprattutto allo stadio iniziale dei progetti, un autentico investimento nelle idee.  Frances Toneguzzo, del Dipartimento di trasferimento tecnologico all’interno del Massachusetts General Hospital di Boston, ha spiegato come per fare il suo mestiere sia importante sapere di scienze, lei stessa ha un dottorato in biochimica, ma anche sapere di industria. E di business.

E’ questa probabilmente la parola chiave, quella che, accostata alla parola ricerca, suona quasi sempre come un pessimo presagio che fa pensare a speculazioni fatte sulla pelle della gente. Negli Stati Uniti, per tradizione assai più business oriented di noi, questo accostamento non fa invece paura ed è anzi considerato il miglior viatico per implementare quella ricerca, anche d’avanguardia, anche “pazzesca” come ha letteralmente detto Toneguzzo, che altrimenti non troverebbe finanziamenti. I progetti che funzionano vanno commercializzati, l’idea deve uscire dai laboratori e diventare prodotto, per consentire ai pazienti, nel caso di ricerca medica, di beneficiarne e ai ricercatori di ricavare nuovi fondi per continuare a cercare le soluzioni ai problemi che ci assillano.

“Alla fine dell’anno noi facciamo profitti”, afferma candidamente Toneguzzo, “e di tutti i soldi che otteniamo negoziando accordi tra i nostri ricercatori e l’industria il 25 per cento va all’inventore, la persona che ha fatto in effetti la scoperta, il 25 per cento al laboratorio dove è stata prodotta, che li potrà usare per futura ricerca, il 25 per cento resta al nostro dipartimento e l’ultimo 25 per cento va all’ospedale”. “In Italia”, ha chiosato Manuela Arata, “la difficoltà nel mettere insieme ricerca e industria consiste soprattutto nel fatto che il panorama industriale è molto frammentato. L’unico modo per muoversi consiste nel cercare di distribuire la conoscenza per sollecitare le imprese a interessarsi alla ricerca”.
Il Festival di Genova, infondo, serve anche a questo.

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