Il pomodoro ogm e l’incubo del ragù che diventa viola

Riceviamo e pubblichiamo il racconto di Nicola A. Uccella, professore di chimica organica all’università della Calabria. Una cronaca semi-seria di reminiscenze oniriche, dove le notizie sul pomodoro ogm che combatte il cancro si animano in una commedia di Edoardo De Filippo

Di Nicola A. Uccella

Avevo riposato poco, e molto male, per tutta la nuttata. Mi avevano assalito le immagini di Eduardo de Filippo, di Nicodemo, il preside mio cognato, e di Umberto Veronesi, l’oncologo trendy, attivo nel promuovere gli OGM. Li voleva a tutti i costi anche sulla mensa imbandita dei mediterranei nazionali, e pure dell’Italia-Calabria, come nella memoria e nell’identità culturale, ereditate dalle antiche genti d’Oinotria. Poi, all’alba, e solo a mente fresca, meglio schiarita al mattino seguente, dopo una tazzulelle e cafè, corroborante all’amaro dei biofenoli, ero riuscito a collegare le origini oscure del turbamento notturno. Il sonno, di solito profondo, era stato disturbato, nel file neuronale, dalla memoria compulsiva, poi sfociata nell’incubo. La motivazione era stata la notizia eclatante, sparata, alle masse inconsapevoli e recettive, con la forza della comunicazione dei media, su tutti i TG nazionali, su tutte le prime pagine dei più prestigiosi quotidiani d’Italia.
Era stata una tempesta esistenziale, abbattutasi sul rischio ragù, ad assillare il mio riposo notturno. A Norwich, il John Innes Centre, per altro una valida struttura di ricerca da me stimata e frequentata, era stato in grado di sovvertire la natura. Il pomodoro rosso era stato trasportato sulle caravelle di Colombo. Poi, con gli ebrei in fuga dalla Spagna inquisitoria, era giunto a Livorno. E, solo quando era arrivato nel Mezzogiorno, alla Napoli verace, era divenuto il re dei sughi d’eccellenza. Era stato il condimento nella prima pizza rossa al licopene, la marinara, quindi trasformata in una patriottica margherita, col bianco della mozzarella, il rosso del pomodoro licopenico e il verde del basilico. Era raccolto fresco, nei prati della Mesca Valley, strappato e mai tagliato per spargerlo sulla pizza solo dopo il forno a legna, ben ravvivato dalla mitica Ninfa fluviale.
Il licopene non era il pene del licantropo, ma un terpene, non polare di solo idrogeno e carbonio, un carotenoide, fitomolecola priva d’ossigeno. Al licopene, s’aggiungeva anche il carotene, forse il più conosciuto pigmento, perché faceva bene all’abbronzatura estiva, ed era nelle carote il colore arancione. I pigmenti erano anche la tipica colorazione rosso-arancio nelle foglie d’autunno, svolazzanti alle brezze delle prime ventosità, nei già verdi, ma ancora ombrosi campi della solita Mesca Valley.
Le molte proprietà fisiologiche e gli importanti effetti, nei vegetali e negli altri organismi, durante i processi fotosintetici, svolgevano un ruolo centrale. Infatti, partecipavano alla catena di trasporto dell’energia, e proteggevano dalla reazione d’ossidazione. Negli organismi non fotosintetici, invece, esercitavano un’importante funzione nei meccanismi anti-ossidativi. La loro particolare struttura fitomolecolare li rendeva capaci di legare ed eliminare i radicali liberi, con effetto vitale nel sistema immunitario dei vertebrati, come anche dell’Homo sapiens. E l’epidemiologia aveva fatto risaltare i loro livelli fisiologici. Il ß-carotene e il licopene inducevano più bassi rischi nel contrarre il cancro ai polmoni e alla prostata nell’Homo e la capacità di sopprimere la crescita delle cellule tumorali mammarie.
(…)
A cancellare il tutto c’aveva pensato Cathie Martin, nell’équipe dei laboratori nell’East Anglia. Aveva creato il pomodoro viola, coltivato in serra, ma non accessibile ai solchi tracciati con saggezza dal fattore romantico nella Mesca Valley. E aveva pubblicato il risultato della sperimentazione su Nature Biotechnology. Per verità, non era una novità assoluta, sul piano naturale e nemmeno biotech. Alcuni pomodori di colore scuro esistevano già. In natura, c’erano i Neri di Crimea, gli altri erano solo trans-genici, i Kumato e i Sun Black. Gli ultimi erano stati ottenuti dagli italiani col Tom-Anto, tomato-antociani, finanziati dal MUR nazionale. Ma erano stati relegati nell’oscurità più assoluta, anche se gli antociani erano concentrati solo nella buccia.
E allora perché tanta risonanza al progetto Flora e forse solo in Italia? I viola erano assurti alla fama nazionale, celebri solo perché proposti come una frontiera di novello cibo-farmaceutico, un nutraceutical, nutritional-pharmaceutical, anticancro prescrizionale e brevettabile, perché c’era di mezzo lo IEO, Istituto Europeo di Oncologia, collegato alla Fondazione Umberto Veronesi. E così, il suo bel viso rassicurante era divenuto testimonial, apparso su tutte le TV, a tutte le ore della giornata, ma anche della nuttata. E a me aveva procurato gli incubi notturni. La notte avevo sognato con ansietà anche Eduardo de Filippo, nella sua commedia Sabato, domenica e lunedì. Mi era apparso sfrondato di ogni soverchiante connotazione ambientale. Era proiettato nel vuoto rarefatto del sonno veglia, dopo la fase REM. Era limpidamente scarno, asciutto, quasi alle soglie di una evanescente sospensione nano-molecolare di fullereni. Vagamente metafisico. Il protagonista del mio incubo notturno, sino alle 3,30 del mattino, era decantato da ogni eccesso folklorico verace, pittoresco. Ricondotto all’essenzialità, era in un’assoluta dimensione di purezza, fra il sorriso sarcastico e la pietà compassionevole rivolti a un buon-uomo, come me, dopo la grande innovazione del pomodoro viola.
Evidenziava la sua umana tenerezza nei confronti della fragilità dell’Homo edens moderno. E la sua figura spettrale nel mio sogno ricalcava virtuoso il fulcro drammaturgico ed emotivo del rito verace, tutto partenopeo, del pranzo domenicale. A me era già noto attraverso Nicodemo, sempre operativo all’alba, pronto a preparare il suo sontuoso ragù, ribollente a piccoli lenti flop, col coperchio appena sfasato. La scena dell’incubo era stata la realizzazione della ricetta post-colombiana, segnale della festa familiare, intorno alla mensa del sissitio, istituito 3.200 anni fa da Italo, mitico re delle antiche genti Oinotrie, come citato da Aristotele. Era tutta concentrata nella situazione tipicamente eduardiana, ma, in tale frangente, ben interpretata da Nicodemo, l’italico di Calabria. Era la cottura del ragù, un concentrato di radici antropologiche, di continuità dei valori familiari, di Mnemosyne proustiana, di sapienziale poter matriarcale. (…) E il ragù diventava viola cangiante, e non più rosso fuoco licopenico.
(…)
Un tempo, il viola della Quaresima era accetto solo in serra e distribuito in farmacia. Il pachino, il ciliegino, il sammarzano, il belmonte, il pennulo e il seccagno, per non dire il pomodorino di culo, cresciuto tra i pampini delle viti, erano salvi tutti.
Badate bene italici, non seguite i falsi profeti di sciagura gastronomica! Serbate la vostra identità territoriale e rispettate l’alterità, anche a tavola! A noi il rosso, a loro il viola! Così, adda a passà a nuttata!

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Il 30 Ottobre 2008 alle 19:06 Ogm, la comunità scientifica s’interroga sul pomodoro viola » Panorama.it - Hitech e Scienza ha scritto:

[...] LEGGI ANCHE: Il pomodoro ogm e l’incubo del ragù che diventava viola [...]

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