Archivio di Novembre, 2008
Venere occultato dalla Luna, in compagnia di Giove e della Stazione Spaziale Internazionale
E’ considerato uno degli eventi astronomici più belli di tutto il 2008 e sarà visibile da tutta Italia a partire da qualche minuto dopo le 17 fino alle 18.30 circa di lunedì primo dicembre. Si verificano due eventi alquanto eccezionali: saranno visibili contemporaneamente una falce di luna crescente, Venere e Giove e si verificherà, all’interno degli orari che abbiamo indicato, ma con durata variabile nelle diverse zone del Paese, il fenomeno dell’occultazione di Venere da parte della Luna.
Una congiunzione di due pianeti, molto vicini tra loro e particolarmente brillanti è un evento di per sé abbastanza raro. La vicinanza dei tre corpi celesti è ovviamente solo un’illusione ottica dal momento che la Luna dista 403,900 km mentre Venere è 371 volte più lontano (149,67 milioni di km) e Giove è 2.150 volte più lontano da noi della Luna (869 milioni di km). Nuvole permettendo i tre copri celesti dovrebbero vedersi molto chiaramente, così come dovrebbe essere ben visibile in fenomeno dell’occultazione di Venere: in pratica si nasconderà completamente dietro la Luna per poi rispuntare dall’altra parte.
“Al nord Italia”, si legge sul sito dell’Esa, “si dovrà aspettare circa un’ora e venti minuti per vedere Venere spuntare di nuovo mentre nella Sicilia sud-orientale il fenomeno sarà meno evidente e l’occultazione durerà solo pochi minuti. A Milano l’occultazione comincerà alle 17:08 per finire alle 18:24, a Roma avrà luogo dalle 17:21 alle 18:22 mentre a Catania dalle 17:44 alle 18:08″.
Ad aggiungere interesse all’osservazione del cielo ci sarà anche la possibilità di vedere per diversi giorni, da alcune zone d’Italia, la stazione spaziale internazionale. Si può cercare qui la propria città per vedere se è tra le fortunate che potranno dare un’occhiata all’ISS.
Mark Zuckerberg, fondatore di Facebook
Di Simon Garfield
Mi era stato detto di non aspettarmi un tornado umano, ma quando Mark Zuckerberg entra nella stanza si sente appena un refolo di vento. Il ragazzo ha 24 anni, è timido, come spesso i ragazzi non molto alti e con i capelli rossi, cammina a testa bassa come se stesse portando un grosso peso, per esempio quello di essere il ragazzo più ricco del mondo.
Zuckerberg, fondatore di Facebook, ha qualcosa che la maggioranza dei fanatici di computer non ha: 3 miliardi di dollari. Sfortunatamente non li ha con sé, si tratta di soldi virtuali, una stima del suo valore netto, però i soldi vengono comunque menzionati ogniqualvolta si parla di lui. La somma è stata calcolata quando la Microsoft ha pagato 240 milioni di dollari per una quota dell’1,6 per cento della Facebook nell’ottobre 2007, valutando l’azienda di cui Zuckerberg deteneva il 20 per cento 15 miliardi di dollari. In quest’epoca di recessione Facebook forse vale meno, ma chi può dirlo? Un’azienda come la sua finora non aveva mai dovuto affrontare la crisi economica: centinaia di nuovi clienti affluiscono sul sito ogni ora. È un successo senza crepe perché si basa su un’idea tanto semplice e fondamentale per la nostra crescita emotiva che quando le persone scoprono Facebook, anche a quattro anni dalla sua creazione, si sentono come se avessero trovato ciò che cercavano da tutta la vita. Come se l’idea fosse dedicata esattamente ed esclusivamente a loro.
“Catturare” ogni persona. E qui sta il trucco: far sentire più di 100 milioni di persone come individui preziosi. Facebook si basa sull’idea di condivisione. Zuckerberg spiega che condivisione era l’unica parola che aveva in mente quando ha ideato Facebook nella sua stanza di studente a Harvard, nel 2004. Non stava pensando ai soldi o a diventare famoso, voleva solo sapere di più sugli altri studenti del suo stesso corso. Harvard produceva il tradizionale annuario con le foto sorridenti e brevi note biografiche, che però richiedeva molto tempo per la pubblicazione e non poteva essere aggiornato fino all’anno successivo, Ma soprattutto non conteneva un’informazione di vitale importanza: quella persona del tuo corso che trovavi attraente era single o fidanzata? Zuckerberg pensò che poteva fare di meglio sulla rete: si poteva inserire ogni tipo di informazioni personali, il gruppo musicale preferito, il proprio hobby; e tutte le informazioni potevano essere modificate a piacere. Quattro anni dopo la sua intuizione è diventata realtà in ogni strada e in quasi ogni paese del mondo. Zuckerberg ha fatto sviluppare Facebook al punto che oggi figura tra i siti web con la maggiore crescita nella storia di internet. Ma lui afferma che la sua missione è rimasta la stessa: condivisione. A dire il vero utilizza questa parola talmente tante volte che viene da chiedersi se sto parlando con una macchina. Dice: “L’idea è sempre stata quella di convincere le persone a condividere più informazioni. In questo modo si può capire meglio cosa succede a chi sta attorno a noi”. Il numero di utenti registrati nel Regno Unito che condividono informazioni è 12,5 milioni. Aaron Sorkin, creatore della serie tv The West Wing (Tutti gli uomini del presidente), ha annunciato che condividerà presto la storia della nascita di Facebook con un film. “Gli esseri umani hanno sempre passato molto tempo a comunicare, a creare legami e condividere fatti ed emozioni con chi li circonda” continua Zuckerberg. “È un bisogno molto umano, Facebook aiuta a far partecipare persone con cui parliamo sempre, la famiglia e gli amici. Il suo punto di forza è creare un contatto con persone che si conoscono ma con le quali non si riesce a parlare granché”.
L’inizio di Facebook. Come è cominciata questa ricerca di informazioni? “Con i miei amici a scuola abbiamo sempre detto che il mondo sarebbe un posto decisamente migliore se ci fossero più informazioni disponibili, e se si potesse capire di più quel che succede agli altri, in sintesi se le persone condividessero più informazioni su se stesse”. Un libro su Facebook che uscirà a breve ha un’altra genesi: è stata un’idea di Zuckerberg per conoscere le donne. Registrarsi su Facebook non costa niente, salvo che buona parte del vostro tempo. Una volta registrati e dopo avere forse inserito una vostra foto vi sentite connessi a tutto il mondo. Magari potete cominciare a cercare le persone nella vostra rubrica email (basta un clic), o i vostri colleghi. Quando avrete trovato qualcuno che conoscete, dovete inviare una “richiesta di amicizia” e in questo modo avrete accesso a tutte le sue foto e ai suoi amici. Presto potreste trovarvi a organizzare eventi, o creare gruppi di persone con interessi simili, o scrivere sulla vostra “bacheca”, o inviare a qualcuno un abbraccio virtuale, o semplicemente dire alle persone quello che state facendo.
“Simon sta mangiando una fetta di torta” potrebbe essere un messaggio tipo, e improvvisamente una vostra lontana cugina vi scriverà che anche lei sta mangiando una fetta di torta, e così via, verso una grande condivisione di assurdità; e così il giorno dopo aprite Facebook e scoprite che i produttori di vassoi per torte vogliono vendervi qualcosa. Si tratta della forma di pubblicità più nuova ed efficace: non solo diretta ma anche sottile, come se il vostro computer capisse i vostri bisogni fondamentali. Ecco come Facebook fa soldi.
Chi è Mark Zuckerberg? Nonostante la sua passione per la condivisione mondiale, il fondatore di Facebook non è molto prodigo di informazioni su se stesso. La sua pagina su Facebook informa che è un po’ stanco dopo il suo tour europeo, ma non si tratta certo di informazioni scottanti come quelle condivise da altri, tipo: “La notte scorsa ho fatto la scopata migliore della mia vita…”. Ero stato avvertito di non fare domande su come la sua vita è cambiata da quando è diventato un miliardario virtuale, quindi decido di chiedere come è cambiata la sua vita da quando Facebook è decollato. Non mi risponde ma scambia sguardi con i suoi consulenti. Uno di loro suggerisce che una domanda migliore sarebbe come passa le giornate. Zuckerberg è più felice di questa domanda e la risposta è un capolavoro di banalità: “Per la maggior parte del tempo mi occupo di sviluppo prodotto. Adesso si tratta di incontrare e parlare con le persone piuttosto che programmare come qualche anno fa”. Chiedo a chi si ispiri. “Spesso rispondo così a questa domanda: c’è un tizio che dirige il Washington Post e si chiama Don Graham, mi sono ispirato a lui per un po’ perché ha una visione a lungo termine delle cose, e quello che stiamo facendo con Facebook non è qualcosa a breve termine, ma un progetto a 10, 15, 20 anni”. Ci sono un paio di altre informazioni che riesco a racimolare da fonti sicure. Zuckerberg è nato in un sobborgo benestante vicino a New York, il padre faceva il dentista. È stato un ragazzo precoce con i computer e ha avuto offerte di lavoro da Microsoft e Aol quando ancora frequentava la scuola. Per informazioni più recenti possiamo tornare alla sua università. Il sito degli ex alunni di Harvard si è recentemente rivoltato contro Zuckerberg, forse animato da gelosia, più precisamente dal fatto che, sebbene lui non abbia finito gli studi, oggi si ritrova a essere più ricco di tutti i suoi ex compagni di scuola messi assieme. L’articolo conteneva la sua domanda di ammissione a Harvard nella quale affermava di essere molto interessato alla scherma. Lo considerava “lo strumento perfetto…. Mi capita raramente di fare qualcosa di più piacevole che tirare di scherma”. La storia ha rivelato pure che era portato per il latino e il greco e una volta aveva creato una versione per computer di Risiko, il celebre gioco per il dominio del mondo. L’articolo afferma che Zuckerberg ha “un senso dell’umorismo secco e malizioso che a volte sfocia nell’odioso”, e che preferiva ragazze asiatiche. La maggioranza delle informazioni su Zuckerberg si basa sui documenti del tribunale presentati quando si è trovato coinvolto in un contenzioso con i fondatori di un sito di networking sociale chiamato ConnectU, anch’esso nato a Harvard. In realtà ConnectU fu fondato a Harvard più o meno nello stesso momento di Facebook e Zuckerberg ha partecipato alle prime fasi di codifica del sito. A ConnectU sostengono che Zuckerberg abbia rubato le loro idee, lui controbatte che ConnectU ha successivamente rubato una grossa fetta degli indirizzi email degli utenti di Facebook. I primi documenti legali sono stati presentati nel 2004, pochi mesi dopo la nascita di Facebook, e il procedimento si è concluso con un accordo segreto all’inizio di quest’anno. Per gli inserzionisti pubblicitari e per le organizzazioni politiche Facebook è un mercato sconfinato: è il focus group più grande e di più immediata ricezione al mondo. “Quello che cerchiamo di fare è mantenere una piattaforma neutrale” afferma Zuckerberg. “Facebook non ha un’opinione su questioni specifiche”. Esiste uno strumento online che si chiama Facebook for good (Facebook per il bene), dove le persone scrivono come hanno utilizzato il sito per aiutare se stessi o gli altri. Zuckerberg ricorda quando, dopo un uragano, alcuni mandarono messaggi ai conoscenti per dire che stavano bene.
Cosa ne pensa invece di chi usa Facebook per scopi malvagi, come offrire sostegno al terrorismo o a gruppi razzisti? “Se qualcuno sul sito trova qualcosa di questo genere e vuole comunicarcelo, può scriverci. Si tratta di trovare un equilibrio. Vogliamo rimanere neutrali, ma allo stesso tempo prestiamo attenzione per evitare discorsi basati sull’odio”. Quindi la comunità si autoregola? “Si tratta di tante comunità diverse, l’idea è quella che Facebook non sia una nuova comunità ma semplicemente l’unione delle diverse comunità che già esistono nel mondo”. Alcune di esse però non sono gradite a Facebook, per esempio la comunità delle madri che allattano, che ha offeso la sensibilità dell’azienda quando alcune madri hanno inserito foto di se stesse mentre allattavano i figli, mostrando le camicette slacciate. Poi c’è il peggio di Facebook, inevitabile data la dimensione raggiunta dal sito. Qualche settimana fa c’è stato “l’omicidio Facebook”: un uomo accusato di avere ucciso la moglie a Londra dopo che lei lo aveva cacciato da casa e aveva cambiato il suo status su Facebook in “single”. C’è qualcosa nel passato di Zuckerberg che è un elemento chiave nello sviluppo di Facebook, per esempio è stato un bambino solo, senza amici… “Quando ero ragazzino ero molto appassionato di computer e mi piaceva costruire cose, all’università ho studiato informatica e psicologia, interessante per quello che stiamo facendo, visto che Facebook in realtà è un connubio delle due cose”. Forse nella sua infanzia le è mancata la comunicazione con gli altri, Facebook è la compensazione? “Non lo so, non ci ho mai pensato”.
I progetti. Oggi Zuckerberg passa la maggior parte del suo tempo a pensare come far crescere Facebook in modo esponenziale e come indurre le persone a usarlo con costanza. È abbastanza comune per gli utenti innamorarsi di Facebook per un paio di settimane, durante le quali pensano quanto sia fantastico e contattano anche persone di cui in realtà non gli importa molto, però la passione si raffredda presto, quando si rendono conto di quanto tempo si perda e di quanto in realtà sia vuoto il livello della comunicazione. “Il nostro obiettivo non è quello di essere di moda. Miriamo alla sostenibilità. Quello che ci interessa non è quanto tempo le persone passano sul nostro sito, ma quante informazioni condividono”. Fra un anno a suo parere Facebook avrà milioni di utenti in più. E fra tre? “Difficile a dirsi, ma niente di molto diverso. Più condividiamo più impariamo, più impariamo più sappiamo e più sappiamo più felici saremo”.© Guardian News & Media Ltd 2008,
traduzione di Mariangela Piol.
LEGGI ANCHE: Facebook: fra liti e manie della webmoda - Cinque buone ragioni per non essere su Facebook - FORUM: Quanto durerà la moda di Facebook?
La possibilità di ottenere dal web, in men che non si dica, informazioni su qualsiasi argomento ha anche i suoi risvolti negativi. Uno di questi si chiama “cyberipocondria”. Da uno studio condotto da alcuni ricercatori della Microsoft, guidati da Ryen White ed Eric Horvitz, risulta che ben otto americani su dieci consultano con frequenza preoccupante siti web di medicina per confrontare i propri sintomi, o quelle che per loro sono le avvisaglie di un malanno, con le diagnosi sommarie offerte dalla rete. Il rischio è quello di formare un popolo di utenti ipocondriaci nelle mani “dell’oracolo” nascosto dietro allo schermo del pc. Basta un click e un mal di testa diventa un tumore incurabile al cervello o un raffreddore una broncopolmonite. Una suggestione questa che nel mondo reale è difficilmente possibile.
Per White e Horvitz “internet ha la potenzialità di accrescere l’ansia delle persone che hanno poche conoscenze nel campo, soprattutto quando queste utilizzano il web per ottenere una diagnosi ai propri mali”.
Sotto accusa tutti i siti che offrono diagnosi, da quelli delle facoltà di medicina ai forum dove sono contenute semplici “chiacchiere” a sfondo medico. Il problema è che molti utenti paragonano il contenuto di queste pagine al parere di un medico esperto. Senza contare, altro aspetto dello studio di Microsoft, quanto tempo utile si perde dietro alle diagnosi “naif” offerte dai siti della rete.
RIM, produttore del BlackBerry, non poteva sperare in una pubblicità migliore. Il neoeletto Presidente degli Stati Uniti d’America, quindi non esattamente l’ultimo arrivato, proprio non ne vuole sapere di “mollare” il suo adorato smartphone al momento di insediarsi alla Casa Bianca il prossimo 20 gennaio.
Ma facciamo un passo indietro per capire un po’ meglio le dinamiche di questo “tira e molla” tra Barack Obama e i servizi segreti americani. Innanzitutto, secondo il Presidential Records Act, tutta la corrispondenza del Presidente deve essere archiviata e resa pubblica su richiesta del Congresso. È una misura precauzionale entrata in vigore nel 1978 dopo lo scandalo Watergate quando Richard Nixon distrusse diversi documenti utili alle indagini. Inoltre il “sequestro” del suo BlackBerry è dettato da motivi di sicurezza. Per quanto lo smartphone di RIM possa essere sicuro, non esiste dispositivo al mondo a prova di hacker, né tanto meno di eventuali servizi segreti stranieri.
Intanto l’episodio dell’accesso non autorizzato alle informazioni di un suo vecchio cellulare a opera di alcuni dipendenti del provider telefonico Verizon Wireless segna un punto a favore dei servizi segreti. Ma Obama non si arrende, e durante una recente intervista rilasciata al network televisivo ABC News fa sapere che sta “negoziando” per trovare una soluzione che gli permetta di comunicare con il mondo esterno perché “una delle cose peggiori che può capitare a un Presidente è perdere il contatto quotidiano con la gente”.
Che dite, ce la farà il nuovo inquilino della Casa Bianca a spuntarla o dovrà dire addio per quattro, se non addirittura per otto anni, al suo inseparabile strumento di comunicazione?
Aspiranti astronauti cercansi
Se crisi economiche interminabili, caste professionali blindate e corsi universitari di dubbia utilità cooperano per togliere ai giovani la speranza in un lavoro serio e ben pagato, per salvarsi dalla disoccupazione e dalla sottoccupazione non resta che guardare al cielo: alla ricerca di un santo in paradiso, o di una galassia da esplorare. E poiché dalla britannica università di Leicester era difficile attendersi un corso di laurea sull’arte della spintarella, ecco arrivare un percorso accademico che insegnerà agli studenti ad affrontare al meglio tutte le incognite del volo spaziale, svelando i segreti che permettono di vivere e lavorare al meglio in orbita. In cattedra, per la prima volta, l’ex astronauta della Nasa Jeff Hoffman, che nel suo curriculum vanta cinque missioni a bordo dello Shuttle, oltre a numerose passeggiate spaziali. In passato ricercatore nella stessa università, Hoffman si attende nei prossimi decenni una maggiore partecipazione britannica ai programmi di esplorazione spaziale, e intende diffondere tra gli studenti non solo la sua vasta esperienza in materia, ma anche le sue idee sulla futura sinergia tra gli esseri umani e i robot in questa affascinante impresa. Con particolare attenzione alla futura esplorazione del sistema solare, che potrebbe essere realizzata attraverso robot rover spediti da una base lunare per condurre esperimenti in siti remoti. Martin Barstow, responsabile del dipartimento di fisica e astronomia dell’università che ospiterà Hoffman in qualità di visiting professor, mette tuttavia le mani avanti: solo pochi studenti diventeranno davvero astronauti, la maggior parte di loro saranno invece fisici e ingegneri altamente qualificati, dotati di tutte le competenze necessarie per lavorare nei differenti ruoli richiesti dall’industria spaziale. Precisazione che sgombra il campo dalle illusioni e, se le previsioni di Barstow risulteranno attendibili, anche dalla tentazione di guardare al cielo con più italiche intenzioni.
Possiamo dimenticare a casa il portafoglio o il cellulare, ma c’è qualcosa di cui proprio non possiamo fare a meno quando ci apprestiamo a partire, e sono le chiavi della macchina. La buona notizia è che ben presto basterà una chiave per effettuare tutti i micro pagamenti necessari durante il viaggio.
BMW, in collaborazione con NXP (azienda del gruppo Philips), sta infatti sviluppato una chiave “intelligente” in grado di funzionare anche come carta di credito grazie a un chip integrato. L’innovativo sistema, ancora allo stadio di prototipo, permetterà di pagare i pedaggi autostradali, i biglietti per il trasporto pubblico e i parcheggi a pagamento, oppure di acquistare del carburante. Una carta di credito a tutti gli effetti che opera sui circuiti delle carte tradizionali sfruttando la tecnologia contactless, ossia senza la necessità di doverla inserire o “strisciare” sui terminali di pagamento.
Dagli organismi più semplici come i lieviti ai mammiferi, tutti gli esseri viventi hanno almeno una cosa in comune: il meccanismo dell’invecchiamento. Questa in sintesi l’eccezionale scoperta di uno studio, che viene pubblicato il 28 novembre sulla rivista Cell, ad opera di David Sinclair, professore di patologia della Harvard Medical School e del team di scienziati da lui guidato. La ricerca mostra come un danno al Dna invalidi le capacità della cellula di regolare in maniera appropriata quali geni devono essere attivati e quali disattivati in particolari contesti. E questo meccanismo sarebbe universalmente responsabile del processo di invecchiamento.”Scoprire che l’invecchiamento nella semplice cellula di un lievito ha una diretta relazione con l’invecchiamento dei mammiferi è davvero una sorpresa”, ha dichiarato Sinclair.
Già da tempo gli scienziati sapevano dell’esistenza delle sirtuine, un gruppo di geni coinvolti nel processo di invecchiamento. Questi geni, appropriatamente stimolati con il resveratrolo, sostanza contenuta nel vino rosso, o con una restrizione calorica nella dieta sembrano avere un effetto positivo sia sull’invecchiamento sia in generale sulla salute. E quasi dieci anni fa Sinclair e i suoi colleghi del laboratorio di Leonard Guarente al Massachusetts Institute of Technology avevano scoperto che una particolare sirtuina nel lievito condizionava il processo di invecchiamento in due modi: aiutando a regolare l’attività dei geni nelle cellule e riparando i danni del Dna. Ma man mano che i danni nel Dna si accumulavano la sirtuina non riusciva più a regolare l’attività dei geni e si facevano largo i sintomi dell’invecchiamento. “Per dieci anni si è pensato che il fenomeno osservato nei lieviti valesse solo per i lieviti”, ha dichiarato Sinclair. “Ma noi abbiamo deciso di verificare se lo stesso processo avviene anche nei mammiferi”.
Si è così scoperto che nei mammiferi la funzione primaria della sirtuina consiste nel controllare i geni che non devono essere attivati e assicurarsi che restino silenti. Ma quando si verifica un danno al Dna, causato per esempio dai radicali liberi, le sirtuine abbandonano la loro postazione di controllo e contribuiscono al meccanismo di riparazione del Dna nel punto in cui questo è danneggiato. Nel frattenmpo può succedere che i geni che avrebbero dovuto restare inattivi si “accendano”. In condizioni normali le sirtuine dovrebbero essere in grado di tornare in posizione in tempo per ingabbiare nuovamente i geni ribelli prima che questi causino danni permanenti. Ma nei topi si è osservato che con l’invecchiamento la frequenza dei danni al Dna aumenta e così le sirtuine devono abbandonare la loro guardiola più spesso. Di conseguenza la “deregulation” dell’espressione genica diviene cronica.
“Allora ci siamo chiesti: cosa succederebbe se introducessimo più sirtuina nei topi?”, racconta un ricercatore. “La nostra ipotesi era che con più sirtuine la riparazione dei danni al Dna sarebbe stata più efficiente e il topo avrebbe mantenuto un’espressione genica ‘giovanile’ più a lungo”. Così è stato e la conseguenza sperabile di questa scoperta è che si possano in futuro mettere a punto farmaci in grado di stabilizzare la ridistribuzione delle sirtuine nel tempo.
Gli autori dello studio concludono ottimisti: “attraverso questa ricerca abbiamo dimostrato che alcuni elementi dell’invecchiamento sono reversibili”.
Non gradite le scelte di interfaccia di Google? Trovate le funzionalità wiki inutili e invasive?
Allora fanno al vostro caso due ‘hack’ divulgati in questi giorni.
Il primo permette di far sparire quelle icone SearchWiki che vede chi ha un account presso il motore di ricerca di Mountain View. Si chiama No SearchWiki ed è uno script per Mozilla Firefox che richiede l’estensione Greasemonkey. Per chi invece come browser usa Internet Explorer c’è un equivalente.
L’altro intervento invece va a toccare l’interfaccia di Google Reader. Si chiama Helvetireader ed ha un pedigree prestigioso, a partire dall’autore che è il designer Jon Hicks, noto per i lavori su Mozilla, Camino, Mahalo e da poco in forza a Opera.
Helvetireader ripulisce e reimposta il layout del lettore di feed di Google facendo largo uso del font Helvetica (da cui prende il nome). Anche qui si tratta di uno script per Firefox con Greasemonkey usabile però anche con Safari e compagnia (con l’aggiunta di GreaseKit, Opera e Google Chrome.
in alternativa si può adottare un più semplice ed universale foglio di stile css.
Solo il 44 per cento dei pc che entrano sul mercato secondario prende la strada del riuso, e solo un pc su cinque può essere reimpiegato nei Paesi in via di sviluppo a causa, principalmente, delle tariffe di esportazione e degli elevati costi per il trasporto.
E’ il quadro sconfortante che fa Gartner con lo studio “Secondary Pc Market Offerts Growing Opportunity” effettuato sui pc che ritornano al mercato dopo essere stati usati per almeno tre mesi. Un mercato - per questo definito secondario - in grado di offrire grandi opportunità a intermediari, rivenditori o addirittura agli stessi vendor, malgrado l’elevato livello di competizione e frammentazione, come spiegano gli analisti. “Sfortunatamente le leggi sulla tutela dei dati personali e sulla responsabilità del produttone non aiutano, rendendo difficile la vita ai piccoli operatori che, con i grandi, dovrebbero avviare al riuso una maggiore percentuale di pc”. E’ improbabile
Gartner valuta tra i 10 e i 50 dollari il margine di profitto su ogni pc con meno di tre anni che viene riciclato. Per i rivenditori c’è il vantaggio di poter accedere a questo mercato con pochi capitali e contare su elevati ritorni d’investimento. I margini possono essere addirittura superiori al nuovo per sistemi già configurati che provengono dai parchi delle grandi aziende.
Lo studio tocca anche alcuni punti critici. La pirateria informatica si alimenta molto più facilmente sul mercato secondario, dove le garanzie sull’autenticità del software si limitano alle sole etichette con i codici di licenza originali presenti sui pc. Gli elevati requisiti hardware di Windows Vista hanno incrementato l’offerta sul mercato secondario che però trova anche nuovi ostacoli, rappresentati dal maggior costo dei trasporti, tariffe doganali, legislazioni ecologiche, qualità dei prodotti, caduta dei prezzi del nuovo e dallo spostamento della domanda verso i notebook.
Tra maggiori ‘produttori’ di pc per il mercato secondario ci sono il Nord America, l’Europa Occidentale, Giappone e Australia. La domanda si colloca invece nel Medio Oriente, America Latina, Africa e nell’area Asia-Pacifico e in particolare in Cina. “In molti Paesi c’è necessità sistemi per compiti base quali la navigazione internet e l’accesso e-mail - spiega l’analista Meike Escherich -. Il recente sviluppo dei mini-notebook a bassissimo costo potrà comunque portare nuovi utenti a preferire il mercato del nuovo”. Nell’attuale fase di recessione dell’economia, Gartner si aspetta comunque un rallentamento nella sostituzione dei pc, fatto che alimenterà il divario già esistente tra domanda e offerta sul mercato secondario.
Chi frequenta gli USA o altri Paesi esteri sa bene che in molti computer shop può trovare, a fianco dei prodotti nuovi, componenti usati o ‘refurbished’. Manca da noi la sensibilità al riuso o c’è il timore che, così facendo, si sottragga mercato al nuovo?
Diverse proprietà medicinali della cannabis (la pianta della marijuana) sono note da tempo, ma gli utilizzi effettivi delle sostanze presenti nella pianta, e soprattutto dei recettori che tali sostanze attivano nel nostro corpo, sono ancora al centro di numerosi studi.
I recettori sono proteine già presenti nel nostro sistema nervoso, che si attivano reagendo a particolari sostanze, creando effetti nel nostro organismo che possono essere benefici o dannosi. La cannabis attiva, tra gli altri, i recettori cannabinoidi CB1 e CB2. Il primo, CB1, è noto per essere il principale recettore in grado di contrastare efficacemente il dolore. Il problema del recettore CB1, che è lo stesso attivato da sostanze antidolorifiche come la morfina, è che è presente anche nel sistema nervoso centrale, quindi nel cervello, e la sua attivazione causa effetti collaterali indesiderati come nausea e assuefazione, oltre ad effetti psicoattivi.
Secondo uno studio pubblicato sull’autorevole Journal of the American Medical Association (Jama), i ricercatori dell’Imperial College di Londra hanno scoperto che, attivando solo il ricettore CB2, attraverso l’utilizzo di sostanze sintetizzate simili alla marijuana, è possibile ottenere gli stessi effetti antidolorifici, senza però coinvolgere il cervello. Il recettore cannabinoide CB2, infatti, è presente solo nel sistema nervoso periferico, e la sua attivazione contrasta efficacemente il dolore eliminando il rischio di assuefazione e abuso.
Attraverso esperimenti effettuati su tessuti umani, gli scienziati hanno rilevato che gli agonisti del recettore CB2 (sostanze che ne favoriscono la produzione da parte del corpo) agiscono attraverso un meccanismo simile a quello degli oppiacei nel trattare il dolore traumatico e infiammatorio, oltre al dolore neuropatico cronico, per il quale non esistono attualmente cure sicure ed efficaci.