Metalli pesanti nel vino, ma l’etichetta non lo dice

Sai cosa bevi?

Al momento di ordinare il vino al ristorante, o di acquistarne una bottiglia da bere a casa, meglio puntare su quello italiano, brasiliano o argentino. Lo suggerisce uno studio pubblicato dal Chemistry Central Journal e coordinato da Declan P. Naughton, professore di scienze biomolecolari presso la Kingston University di Londra. Con l’aiuto della collega Andrea Petróczi, Naughton ha raccolto gli studi disponibili sulle sostanze contenute nei comuni vini da tavola bianchi e rossi prodotti in 15 Paesi distribuiti tra Europa, Sudamerica e Medio Oriente, per ricavarne indicazioni sui loro livelli di contaminazione metallica. La pericolosità di quest’ultima è stata valutata in base a un indice definito Target Hazard Quotient (THQ), originariamente messo a punto dall’Agenzia statunitense per la protezione ambientale allo scopo di stabilire i rischi per la salute comportati dai pesticidi. Un valore del quoziente in questione che sia superiore a 1 rappresenta una minaccia alla salute, perciò i due ricercatori sono rimasti sorpresi dalla constatazione che esso viene abbondantemente superato dai vini di 12 dei 15 Paesi presi in considerazione, con le virtuose eccezioni, per l’appunto, dell’Italia, del Brasile e dell’Argentina. I principali metalli responsabili della contaminazione sono il vanadio, il rame e il manganese, seguiti dallo zinco, dal nichel, dal cromo e dal piombo. La maglia nera dei vini che sanno di metallo va all’Ungheria e alla Repubblica Slovacca, dove il quoziente di rischio può superare il 350, ma non scherzano Paesi come la Francia, l’Austria, la Spagna, la Germania e il Portogallo, nei cui bicchieri nuotano ioni metallici in grado di proiettare le probabilità di una pesante bevuta oltre quota 100. Un po’ meno a rischio sono invece i vini prodotti in Grecia, Repubblica Ceca, Giordania, Macedonia e Serbia. Questi dati appaiono allarmanti soprattutto se confrontati con quelli dei valori della contaminazione da metalli pesanti che hanno destato preoccupazione per il pesce, misurati con lo stesso indice, che tuttavia sono normalmente compresi tra 1 e 5. Con l’aggravante che il consumo di vino è più continuo e regolare di quello di altri alimenti meno contaminati, dinamica particolarmente rischiosa quando insieme a esso venga bevuto il manganese, la cui accumulazione nel cervello è stata associata alla malattia di Parkinson. Naughton ipotizza che i metalli pesanti possano provenire dai terreni dei vigneti, dagli antiparassitari spruzzati sui grappoli e da sostanze contaminanti contenute nei lieviti usati per la fermentazione del vino. “Anche l’uso di materiali e contenitori composti da metalli pesanti può fare la sua parte, specialmente nei paesi più a rischio indicati da questo studio, che hanno un’enologia più povera e più difficilmente possono permettersi l’acciaio ampiamente impiegato in Italia da una ventina d’anni nei processi di vinificazione e stoccaggio, che ha un costo davvero elevato”, spiega a Panorama.it l’enologo Salvo Foti, aggiungendo che “resta inoltre da valutare il ruolo del cambiamento climatico”. Nel frattempo, Naughton auspica etichette che informino i consumatori della quantità di metalli pesanti che potrebbero scolarsi con la bottiglia acquistata. “Un’idea probabilmente giusta, ma da portare avanti senza sensazionalismo, perché nessuna etichetta potrà mai essere una garanzia autentica quanto l’etica e l’onestà dei produttori”, conclude Foti.

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