È stato uno dei suoi principali sostenitori, lo ha votato alle Presidenziali della scorsa settimana, ma non intende entrare a far parte del suo staff. Non che Barack Obama glielo abbia chiesto ufficialmente, ma Eric Schmidt – attuale amministratore delegato di Google – ci tiene a marcare le differenze.
“Amo lavorare a Google – ha detto ai giornalisti – e sono molto felice di rimanervi.” Una frase che mette il punto alle indiscrezioni nate nei giorni scorsi dopo la sua partecipazione a una riunione informale, presieduta dal neoeletto presidente degli Stati Uniti, in cui si è discusso di crisi finanziaria e sviluppo economico. Il numero tre di Google ha dichiarato di aver percepito in Obama il desiderio di intervenire in fretta per arginare il problema e che nei prossimi mesi si aspetta dal nuovo presidente un atteggiamento attento, improntato all’ascolto e propositivo.
Ha anche aggiunto che ne condivide la posizione sul ruolo delle cosiddette green tech (tecnologie non inquinanti) nel ridare impulso alla stagnante economia americana, creando eventualmente nuove opportunità di business e nuovi posti di lavoro in un Paese dove la disoccupazione sta diventando una piaga sociale.
Dopo gli endorsement di Vint Cerf e dello stesso Schmidt a favore del candidato democratico, in molti avevano pensato a un ruolo più attivo di Google (o anche solo di alcuni suoi dirigenti) nel complesso scenario della politica americana, un ambiente dove interessi collettivi e lobby, ragion di Stato e potere industriale spesso si incontrano fino a confondersi.
Non sarà così, non in questa forma almeno. Schmidt tornerà a occuparsi di advertising online e degli altri mille business in cui opera Google, e Obama proverà a realizzare il cambiamento promesso in campagna elettorale. A ognuno il suo, insomma. Almeno per il momento.
- Lunedì 10 Novembre 2008


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