Le prime ore della giornata, che per molti sono quelle più produttive, statisticamente sono anche quelle maggiormente funestate dagli attacchi di cuore, e non solo. Ora un gruppo di cardiologi della statunitense Emory University School of Medicine di Atlanta è in grado di spiegarne le ragioni, illustrate nel corso dell’ultimo convegno dell’American Heart Association tenutosi a New Orleans. Responsabili del fenomeno sono le cellule endoteliali, che servono da interfaccia tra il sangue e le arterie controllando il tono arterioso e aiutando a prevenire i pericolosi coaguli di sangue all’origine delle due patologie. In particolare, le cellule endoteliali progenitrici, che derivano dal midollo osseo, sono molto importanti per il funzionamento dei vasi sanguigni, trattandosi essenzialmente di cellule staminali che, benché il loro ruolo non sia ancora del tutto chiaro, sembra contribuiscano a rimpiazzare le cellule endoteliali laddove si producano delle lesioni e a costruire nuovi vasi nelle aree prive di adeguata irrorazione sanguigna. Il gruppo di cardiologi statunitensi, guidato da Ibhar Al Mheid, ha quindi esaminato per un giorno intero, a intervalli di quattro ore, 12 volontari di mezza età in buona salute, scoprendo rispettivamente dalla misurazione della pressione e dall’analisi del sangue, prelevato alle quattro del mattino (ora in cui la pressione non è stata misurata), che tanto la funzione endoteliale, ovvero la possibilità per i vasi sanguigni di rilassarsi, quanto la capacità di crescita delle cellule endoteliali progenitrici, raggiungono il loro picco a mezzanotte, per poi declinare nelle ore successive, fino a creare così le condizioni di rischio di infarto e ictus che agiscono nelle prime ore del mattino. In attesa di ulteriori studi, l’ipotesi avanzata da Al Mheid per spiegare questa dinamica temporale è quella dell’esistenza nel cervello di una specie di orologio circadiano innato, che già altri scienziati hanno scoperto condizionato dalla luce, dal buio e dalle attività quotidiane, e che in questo caso potrebbe guidare le variazioni cicliche riscontrate nella funzione endoteliale e nelle cellule endoteliali progenitrici.
- Lunedì 17 Novembre 2008
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Il 24 Novembre 2008 alle 16:09 Aneurisma cerebrale, primo passo verso una prevenzione efficace » Panorama.it - Hitech e Scienza ha scritto:
[...] Un importante risultato per la possibile prevenzione dell’aneurisma cerebrale, la rottura spesso fatale dei vasi sanguigni che colpisce mezzo milione di persone all’anno nel mondo, è stato raggiunto presso la statunitense Università di Yale da un gruppo internazionale di ricercatori guidati da Murat Gunel, professore di neurochirurgia e neurobiologia, e da Richard Lifton, esperto di genetica. Come sottolinea il loro studio, pubblicato da Nature Genetics, l’ictus è la terza causa di morte su scala mondiale, e l’aneurisma intracranico ne è una delle origini, che agisce mediamente intorno ai 50 anni, ma di solito in assenza di sintomi che lo facciano presagire. La scansione del genoma di più di 2mila soggetti sofferenti di aneurisma cerebrale (distribuiti tra Finlandia, Paesi Bassi e Giappone, in modo da garantire maggiore attendibilità allo studio) e di 8mila soggetti sani, ha dunque permesso di scoprire, tramite il confronto tra i due gruppi, tre segmenti cromosomici nei quali variazioni genetiche comuni possono giungere a triplicare il rischio di aneurisma cerebrale. La scoperta è essenziale per disporre in futuro di test di screening necessari a identificare tempestivamente centinaia di migliaia di soggetti a rischio, che oggi i medici sono costretti a curare solo dopo che il danno si è ampiamente prodotto. E sarà possibile puntare a nuove terapie che potrebbero rinforzare i vasi sanguigni nel cervello evitandone la rottura. Nell’aneurisma cerebrale sono infatti coinvolte variazioni nel gene SOX17, noto per il ruolo determinante che svolge nel primo sviluppo delle cellule endoteliali. Come spiega Gunel, le variazioni in questione possono cioè interferire, nei soggetti geneticamente predisposti, con la capacità di produrre cellule che riparano le lesioni ai vasi sanguigni, e rappresentano pertanto la direzione in cui deve muoversi la ricerca per mettere a punto strategie di prevenzione adeguate alla natura dei mutamenti genetici e biochimici che causano questa patologia cerebrale. [...]
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