Tumore al pancreas, uno studio italiano fa luce sul meccanismo di diffusione

E’ uno dei big killer, quarta causa di morte per tumore nel mondo occidentale, un killer silenzioso, perché non dà avvisaglie fino a che spesso non è già tardi: solo il 5 per cento dei pazienti operati può sperare nella guarigione. Negli ultimi decenni la sua incidenza è sensibilmente aumentata, sia perché si fanno più diagnosi, sia per un aumento generalizzato dell’età media. Questo tumore colpisce infatti maggiormente gli anziani, per lo più maschi.

Ora uno studio italiano ha finalmente fatto luce su una delle basi molecolari che guida il cancro del pancreas a diffondersi invadendo i nervi che lo circondano: si tratta del recettore di una proteina che fa parte della famiglia delle chemochine. Lo ha scoperto un gruppo di ricercatori di Fondazione Humanitas per la Ricerca, in collaborazione con i ricercatori dell’Istituto Scientifico San Raffaele, che hanno pubblicato i risultati sulla rivista scientifica Cancer Research. Lo studio è stato condotto con il sostegno di AIRC, Associazione Italiana per la Ricerca contro il Cancro.

La diffusione della malattia attraverso i nervi è uno dei motivi per cui i tumori, anche in seguito all’esportazione, possono ricomparire nelle vicinanze dell’organo malato in forma di metastasi. Capire il meccanismo biologico che sta alla base della loro diffusione all’interno dell’organismo può perciò essere un aiuto per combattere la formazione di metastasi. “Invasione e metastasi, cellule maligne che lasciano il tumore d’origine per colonizzare altri organi, riprodursi e formare altri tumori, sono uno dei principali problemi legati al cancro - spiega Alberto Mantovani, Direttore Scientifico di Humanitas e docente dell’Università degli Studi di Milano -. Se il tumore fosse solo una malattia locale sarebbe più semplice sconfiggerlo. Oggi infatti il tasso di guarigione nei tumori individuati precocemente è altissimo, e la battaglia si concentra sulle metastasi, vero pericolo per il paziente. Prevedere, al momento della diagnosi, se e dove queste si svilupperanno, è determinante per la cura. Perciò è molto importante capire in che modo, con quale meccanismo i tumori invadono e metastatizzano. Una via è quella nervosa: alcuni tipi di tumori, primi fra tutti quelli del pancreas e del colon, invadono i nervi e li utilizzano come una vera ‘autostrada’ per diffondersi nei tessuti circostanti”.

Che ruolo ha la chemochina al centro dello studio? “Si tratta di una famiglia di proteine che fanno muovere le cellule in una direzione”, spiega a Panorama.it Lorenzo Piemonti, Responsabile dell’Unità della Biologia della cellula Beta all’Istituto Scientifico San Raffaele. “Si sa da sempre che le chemochine hanno un ruolo nella migrazione dei globuli bianchi e ora si sta sempre più valutando come siano in grado di modulare la migrazione anche di cellule tumorali. Nel nostro caso in realtà quello che abbiamo dimostrato è che il tumore al pancreas esprime un recettore (CX3CR1) per una chemochina (CX3CL1) che viene espressa dai nervi”. Come può questa scoperta aiutare nella cura di un tumore che ancora oggi quasi non lascia scampo? “Individuato un meccanismo molecolare che sta alla base della sua diffusione” spiega Piemonti, “l’idea è sviluppare dei farmaci che vadano a bloccare questo ‘messaggio’ e così facendo impedire che il tumore dilaghi a livello dei nervi”.

“Purtroppo”, prosegue Piemonti, “non esistono metodiche di screening che ci permettano di trovare efficientemente la malattia in stadi abbastanza precoci. Le correlazioni con fattori di rischio sono poche e i sintomi molto poco specifici: si va dai dolori alla schiena alla difficoltà a digerire, alla comparsa o al peggioramento del diabete. Quindi si arriva a intervenire quasi sempre quando il cancro è in stadio localmente avanzato, impossibile da asportare chirurgicamente, o ha già sviluppato metastasi. Al di là di qualche avanzamento minimo nella terapia farmacologica avvenuto negli ultimi 10 anni, con poca incidenza clinica, questo è un tumore che uccide sempre e la sua incidenza, per quanto bassa, è in aumento”.

Si spera che i risultati di questa ricerca possano aiutare gli studiosi a elaborare strategie di contrattacco efficaci per aumentare la sopravvivenza dei pazienti.

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