Facebook, risarcimento da record sul fronte spam

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Ottocentosettantatré milioni di dollari: a tanto ammonta il risarcimento dei danni attribuito a Facebook da un tribunale federale statunitense per i messaggi indesiderati - nello specifico, prodotti di natura sessuale - inviati da uno spammer professionista ai propri utenti.

Calcolatrice alla mano, si tratta di 683 milioni di euro: abbastanza per fare impallidire i 230 milioni di dollari che Sanford Wallace, autoproclamato Re dello Spam, deve versare nelle casse di MySpace per lo stesso motivo. Il giudice californiano Jeremy Fogel ha equamente ripartito i danni procurati da Adam Guerbuez e dalla sua Atlantis Blue Capital a Facebook: poco più di 400 milioni di dollari cui fa il paio una somma analoga per danni aggravati.

Ma si tratta di una somma destinata a rimanere più sulla carta che ad entrare nelle casse di Facebook. “Non c’è dubbio che quel tipo non valga 873 milioni di dollari. - ha commentato Sam O’Rourke, uno dei principali consulenti del social network californiano - Ma è nostra intenzione perseguirlo fino all’ultimo, anche se si dovesse trattare di incassare qualche centinaio di dollari. Abbiamo intenzione di proteggere i nostri utenti da questo tipo di violazioni nella maniera più decisa possibile”.

Di fatto, quella di Facebook è una vittoria platonica, che tuttavia rappresenta un segnale molto forte: stando all’ufficio legale del social network fondato da Mark_Zuckerberg, quello appena comminato è il risarcimanto-record dall’introduzione del Can-Spam Act, uno dei capisaldi antispam a stelle e strisce in procinto di compiere il quinto anno di vita. “Facebook ha intentato causa - ha spiegato O’Rourke - a Guerbuez verso metà agosto, dopo che l’analisi del traffico di rete ha svelato un’impennata di messaggi non sollecitati a marzo e aprile. Guerbuez è uno spammer molto noto nell’ambiente”.

Beh, magari non il Re dello Spam - almeno, così non si è ancora autoproclamato - ma di sicuro un buon professionista dell’illecito, diciamo un piccolo principe della materia: basta dare un’occhiata a un numero del 2003 del Montreal Mirror per rendersene conto. Nell’affaire-Facebook, l’imputato, contumace all’inizio di settembre, si è presentato a deporre in aula pochi giorni fa, risultando evidentemente poco convincente. Così come dimostra buona parte degli atti, disponibile online.

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