Archivio di Gennaio, 2009
Il business dei videogiochi musicali non accenna a calare, in barba a ogni crisi. Campioni di vendite per tutto il periodo natalizio, le serie Rock Band di Electronic Arts e Guitar Hero di Activision Blizzard continuano a evolversi e a coinvolgere fan di ogni tipo. Chi non li ha mai provati (anche chi non ha mai videogiocato in vita sua) rimane sempre stupito da quanto siano divertenti e coinvolgenti fin dalle prime battute. D’altra parte il compito non è così difficile (almeno nella modalità “Facile”): basta premere i tasti giusti seguendo il ritmo della musica. Già nella modalità “Media”, però, bisogna avere una manualità da musicista il che, secondo molti veri musicisti, rende questi giochi perfetti per cominciare a capire cosa vuol dire suonare uno strumento.
Guitar Hero è ormai giunto al quarto episodio (intitolato World Tour) e, tra le varie versioni per PS3, PS3, Xbox 360 e Wii, oltre a due epsiodi per DS, ha venduto la bellezza di 30 milioni di copie nel mondo (fonte: VGchartz), senza contare tutto il business degli accessori (le chitarre a cui, seguendo l’esempio di Rock Star, sono stati aggiunti batteria e microfono) e dei brani scaricabili attraverso i servizi di gioco online PSNetwork e Xbox Live di Sony e Microsoft.
Durante lo scorso Natale anche altri player sono entrati nel mercato dei rhythm game, Nintendo in primis che, con il suo Wii Music, ha cercato di portare l’emozione di suonare oltre 50 diversi strumenti, attraverso il controller Wiimote, agli utenti vecchi e nuovi della console Wii, anche in gruppo fino a quattro giocatori. Gameloft ha invece lanciato Guitar Rock Tour, un divertente rhythm game per DS, mentre Midway ha introdotto Popstar Guitar, che permette di simulare la chitarra virtuale utilizzando il controller del Wii.
Questo però sembra essere solo l’inizio e il connubio tra videogiochi e musica pare destinato a diventare sempre più inscindibile. Nel 2009 si rinnoverà la sfida tra EA e Activision, già a partire dai primi mesi, quando usciranno in Italia Guitar Hero: Metallica (espansione di Guitar Hero 4 dedicata alla carriera del più celebre gruppo hard rock) e Rock Band 2 (già uscito negli USA) che introdurrà centinaia di nuovi brani a quello che secondo molti è il miglior vidoegioco musicale per qualità del gameplay e degli accessori compatibili. Entro fine anno arriverà l’espansione AC/DC Live: Rock Band. Più avanti si vedranno i frutti anche di un altro importante investimento di EA quando verrà lanciato il gioco dedicato ai Beatles, che promette di non essere solo un semplice rhythm game, ma un vero e proprio viaggio nella carriera e attraverso tutto ciò che ha rappresentato l’esperienza del quartetto di Liverpool.
Per l’ultima parte dell’anno la battaglia si intensificherà: Activision ha già lasciato trapelare che lancerà Guitar Hero 5, sfruttando ulteriormente quella che è la particolarità della serie a partire dal quarto capitolo, cioè la possibilità di utilizzare gli strumenti in uno studio di registrazione virtuale per creare la propria musica originale e condividerla in rete, mentre EA sta lavorando a Brutal Legend, videogioco d’azione con protagonista l’attore Jack Black (School of Rock, Il Plettro del Destino) in cui, sullo sfondo di un mondo fantasy ispirato al metal, bisognerà sconfiggere i nemici a colpi di rock utilizzando gli strumenti di Rock Band.
Nella prima parte di quest’anno anche altre aziende cercheranno di capitalizzare sul fenomeno dei giochi musicali, tra queste spiccano colossi come Disney, che lancerà Ultimate Band per Wii e DS, dedicato ai più piccoli, e Konami che è stata la primissima azienda a puntare sui rhythm game con la serie Dance Dance Revolution (in cui si giocava ballando a ritmo su appositi tappetini) e che adesso lancerà Rock Revolution, titolo dedicato solo alla batteria.
Non ci sono però solo i giochi e la musica a trainare questo ricco business: gli accessori hanno un ruolo fondamentale, tanto che EA e Harmonix hanno addirittura lanciato un sito www.rockbandstore.com) dedicato alla vendita di prodotti per migliorare ulteriormente l’esperienza di gioco. Il kit completo di Rock Band (chitarra, batteria e microfono) costa circa 100 euro ma, visto che bisogna aggiungere una chitarra per il basso è possibile ad esempio comperare una Fender Stratocaster, così come era possibile utilizzare una Gibson Les Paul con GH3 (fino a quando Gibson e Activision hanno litigato sui diritti e ora sono in causa). E non finisce qui: si possono aggiungere sgabelli, borse, adesivi e persino uno stage kit con fumogeni e luci.
Tutti gli accessori per Guitar Hero sono compatibili con Rock Band ma non viceversa. Per capire come mai bisogna addentrarsi nella storia “antica” di questi giochi. I creatori del gioco (che nasce come Guitar Hero) sono gli sviluppatori di Harmonix, mentre il marchio appartiene al primo publisher, Red Octane. Dopo l’incredibile successo del primo episodio (uscito nel 2005), Activision ha acquisito Red Octane, affidando al suo più abile studio interno (Neversoft) la realizzazione di Guitar Hero 2. Harmonix è stata invece acquisita da MTV (in partnership con EA) e, per necessità, ha creato il marchio Rock Band, introducendo la possibilità di utilizzare ben 4 strumenti. Grazie alla riconoscibilità del marchio e ad una maggiore accessibilità, Guitar Hero ha ottenuto e continua ad ottenere un successo commerciale molto maggiore dei rivali e questo Harmonix non lo ha mai digerito.
Oggi però sembra esserci spazio per tutti. Tutti i più grandi musicisti hanno messo o metteranno a disposizione (a pagamento, naturalmente) i propri successi e sono milioni i brani già scaricati. Alcuni sono già andati oltre: Slash è il testimonial sulla cover di Guitar Hero 3 e gli Aerosmith hanno già avuto un capitolo a loro dedicato. Molti musicisti, tra cui Axl Rose per Chinese Democracy o gli Oasis hanno lanciato i propri nuovi single in esclusiva per i titoli musicali ancora prima che nei negozi.
Pale eoliche
Con una serie di direttive firmate il 26 gennaio scorso alla Casa Bianca, Obama non ha perso tempo per fare capire al mondo che gli Stati Uniti erano ormai pronti a giocarsi il loro futuro per preservare l’ambiente del pianeta. Mettendo il cambiamento climatico al cuore della sua riflessione strategica, il presidente americano ha chiesto di anticipare l’applicazione di norme restrittive sul consumo di carburante dei veicoli dal 2020 al 2011.
Ma la partita non si annuncia per nulla facile. Un conto infatti è presentare piani ambiziosi, un altro è convincere il popolo statunitense di stravolgere un american way of life improntato negli ultimi 50 anni sul consumismo più sfrenato. Per Barack Obama è quindi il caso di gettare lo sguardo oltreoceano e rintracciare quei modelli di vita con cui concretizzare il motto “Yes, we can” nell’ambito ambientale.
In Germania, un modello c’è. Bisogna recarsi a Dardesheim, una cittadina di appena mille abitanti conficcata nel cuore della Germania, ma nota tra gli ambientalisti per essere interamente autonoma sul piano energetico. Ogni anno, Dardesheim produce una quantità di elettricità quaranta volte superiore rispetto al suo consumo annuale. A pochi chilometri da lì, dal nulla spunta l’eolica più potente del mondo. Il parco di Druiberg ne conta altre 27, attraverso le quali la regione di Harz intende coprire il fabbisogno elettrico di oltre 250.000 abitanti da qui ai prossimi quattro anni. Ma si sa, il vento non basta. E nemmeno il sole, che pure fa la sua parte. A Dardensheim non c’è edificio che non sia coperto da installazioni fotovoltaiche. Di fronte al Comune, c’è addirittura un contatore che indica la quantità di energia solare prodotta in tempo reale e le emissioni di CO2 risparmiate. E c’è pure una centrale al biogas alle porte della città. Per completare il dispositivo, una centrale idraulica è stata “riallacciata” al parco eolico di Druiberg, consentendo ai residenti locali di poter contare su due enormi cisterne pronte a entrare in moto e fornire alla popolazione l’elettricità non appena calano il sole o il vento. Il successo registrato a Dardesheim ha convinto lo Stato federale di espandere questo modello ecologico alla regione di Harz con una sovvenzione pari a 10 milioni di euro.
Non è un caso se progetti di questo tipo nascono in un land tedesco. La Germania è tra i paesi più all’avanguardia sul fronte ecologico. Non a caso, Berlino è stato uno dei più “feroci” sostenitori dell’Agenzia internazionale per le energie rinnovabili (Irena). Dopo anni di sforzi contrastati da numerosi ostacoli politica (tra cui l’opposizione dell’amministrazione Bush), Irena è stata lanciata il 26 gennaio scorso a Bonn. Con un budget annuale di 25 milioni di euro, l’agenzia ha per missione di abbandonare l’era del “tutto carbone” sostituendo le attuali fonti energetiche con l’energia solare, quella eolica, la biomassa, i biocarburanti e la geotermia.
La crisi economica può trasformarsi in emergenza sanitaria? Si rischia di trascurare la salute per le preoccupazioni finanziarie, l’andamento della borsa fa alzare troppo le pulsazioni e non si fa più sport perché la palestra è diventata una spesa esosa? Oppure è possibile che la nostra alimentazione peggiori perché dobbiamo tirare la cinghia anche a tavola?
“Abbiamo visto un aumento nel numero di pazienti che lamentano palpitazioni, ansia e stress negli ultimi mesi”, dichiara Karol Watson, professore di cardiologia alla David Geffen School of Medicine alla Università della California a Los Angeles (UCLA). “Ma la maggior parte delle malattie cardiache si può prevenire, ecco perché è così importante seguire uno stile di vita salutista e controllare il proprio fattore di rischio cardiovascolare”. Parole che non restano generiche, ma che si traducono in un vero decalogo per l’autodifesa del cuore in un periodo di particolari tribolazioni.
Tra i consigli più importanti, evitare i cibi troppo grassi e troppo salati (rinunciare al ristorante e far da mangiare piatti semplici a casa), non prendere le cure e i controlli medici alla leggera (saltare le visite o dimezzare le pillole non è mai una buona idea), fare esercizio (anche senza palestra, basta camminare di buon passo per 30-60 minuti al giorno). E poi dire no al fumo, anche passivo, tenere a bada lo stress passando più tempo in famiglia svolgendo attività rilassanti, controllare i livelli di colesterolo, e mantenere quello cattivo (Ldl) sotto i 100, controllare la pressione e mantenerla a livelli accettabili (l’ideale è 90 di minima e 140 di massima) e far visita al dottore regolarmente se si sono avuti problemi cardiaci: il follow-up è importantissimo.
Altri 10 consigli per i tempi di crisi, questa volta sul fronte dell’alimentazione, arrivano da Cathy Hix-Cunningham, professore di nutrizione alla Tennessee Tech University. “Anche in tempo di economia stagnante possiamo mangiare bene spendendo meno” assicura Hix-Cunningham. “La chiave di tutto è di contare di più sui vegetali come fonte di proteine e fibre. Dal punto di vista della salute, la nostra dieta è probabilmente più sana se la rendiamo almeno parzialmente vegetariana. Un’alternativa anche meno cara”, soprattutto rispetto alla dieta americana standard, molto ricca di carne.
Ecco i consigli. Consumare un piatto di legumi più volte alla settimana, sono un’ottima fonte di proteine. Bere più acqua (e meno bevande alcoliche o zuccherate) e non trascurare i latticini (ricchi di calcio e vitamina D) e la frutta secca. Preferire i cereali integrali a quelli raffinati (pasta, pane, riso), aggiungere le cipolle alle proprie ricette, magari da cucinare grigliate come contorno (costano poco e sono ricche di vitamina A). Tenere un orto, è economico e molti ortaggi sono facili da coltivare, e scegliere don attenzione il metodo di cottura degli alimenti: “Qualsiasi cibo cuciniate, sarà più sano se sceglierete di farlo al forno, bollito, grigliato o stufato”.
Googleplex, la sede di Google a mountain View, in California
Molti utenti sono abituati a scaricare canzoni, filmati, testi. Ma può succedere che i trasferimenti di file siano troppo lenti. Da chi dipende? Dalle condizioni di accesso alla rete o dai computer dei navigatori? Google ha lanciato Measurement Labs, un laboratorio aperto per aiutare utenti e ricercatori a capire quali sono gli anelli deboli della catena. E per farlo avranno a disposizione alcuni strumenti. Glasnost, per esempio, è un’applicazione che permette di avere maggiori informazioni su una questione spinosa: se sono le società fornitrici di accesso a internet che limitano il download o l’upload con BitTorrent, il software peer to peer più usato nei paesi anglofoni (che, però, ha un vasto seguito anche in altre nazioni: eMule, invece, è il preferito di italiani, francesi e spagnoli). Semplificando, se paragonassimo i file alle automobili in viaggio sull’autostrada, Glasnost consente di capire se è stato imposto un limite di velocità sulle corsie. Il test completo dura sette minuti e non richiede l’installazione di software.
Ma gli obiettivi di Google sono ben più ambiziosi. Qual è la velocità effettiva della connessione? E che cosa potrebbe rallentarla? Network diagnostic tool analizza le comunicazioni in profondità: valuta la capacità del traffico di dati e, inoltre, è in grado di rilevare almeno due problemi in grado di rallentare i trasferimenti di file. Dice se il network è congestionato. Oppure se, invece, il limite dipende dal computer dell’utente (per esempio, a causa dei parametri di buffer size). Al momento il servizio non è disponibile perché è intasato da un’improvvisa ondata di richieste: meno affollato, invece, un sistema equivalente offerto dai laboratori del cern di Ginevra. Nei prossimi mesi saranno accessibili altri strumenti, più raffinati, come Diffprobe per sapere se alcuni contenuti sono classificati a “bassa priorità”.
Intendiamoci, le tecnologie accessibili adesso dal Measuremnt lab non sono una novità. Ma Google progetta di potenziare i “laboratori” online con 36 server in 12 località negli Stati Uniti e in Europa. È un passo per aiutare la consapevolezza degli utenti. E, allo stesso tempo, un tentativo di comprendere se sono discriminati alcuni servizi online compatibili con il modello di business di Google. Secondo il Wall street journal l’iniziativa nasce dall’esperienza del caso Comcast, un provider americano che rallentava il traffico di BitTorrent sulle sue linee. Sono stati alcuni ricercatori a scoprire il “limite di velocità” imposto all’insaputa dei clienti. L’antitrust americano delle comunicazioni (Fcc) ha protestato. E, dopo mesi di trattative, l’azienda ora filtra soltanto gli utenti che superano le soglie nelle ore di punta sulla rete. Cosa succederebbe, però, se in altre nazioni si scoprissero regolamentazioni non dichiarate?
Dove hanno fallito secoli e secoli di prediche moralistiche, forse trionferà la scienza. Con argomenti molto più terrorizzanti per convincere gli uomini ad andarci piano con il sesso, laddove da altrettanti secoli essi fanno a gara nel vantarsi del contrario. E non conta affatto che ci sia effettivamente qualcosa di cui vantarsi oppure no. Perché pare che il sesso faccia male al maschio, tanto a chi colleziona realmente prede femminili, quanto a chi si limita a immaginarlo e, più sbrigativamente, tende a fare da sé. Lo sostiene uno studio pubblicato dal British Journal of Urology, coordinato da Polyxeni Dimitropoulou, oncologo presso l’Università di Nottingham, mettendo a confronto la vita sessuale di 431 uomini colpiti da tumore alla prostata con quella di 409 soggetti sani. Entrambi i gruppi hanno risposto a domande sulla frequenza della loro attività sessuale dalla tarda adolescenza in poi, sul numero di partner avuti e sulle eventuali infezioni sessuali contratte. In proporzioni simili (nel 59 per cento dei casi), gli uomini di entrambi i gruppi hanno sostenuto di aver praticato attività sessuali 12 o più volte al mese tra i venti e i trent’anni, quantità che però, a partire dai trent’anni, andava già incontro a un triste declino. Ma, come spiega Dimitropoulou, consapevole che soprattutto in questo ambito non è tutto oro quel che luccica, il suo è il primo studio che ha costretto gli uomini alla sincerità, intendendo per attività sessuale tanto il rapporto con un partner in carne e ossa quanto l’autoerotismo. Con risultati comunque inquietanti: almeno i due quinti di quanti hanno sviluppato il tumore avevano avuto sei o più partner femminili nella vita, numero invece raggiunto da meno di un terzo dei soggetti sani. La masturbazione stessa non è esente da rischi, perché più del 40 per cento dei tumori è stato sviluppato da uomini che, anche con il ricorso a tale pratica, raggiungevano o superavano venti atti sessuali al mese tra i venti e i trent’anni, record eguagliato solo dal 32 per cento degli uomini rimasti in salute. Dimitropoulou ipotizza che un elevato livello di ormoni sessuali in alcuni uomini sia nello stesso tempo alla base, nell’età più giovanile, di un’attività sessuale esuberante e del successivo sviluppo del tumore alla prostata. Peccato però che non troppi anni fa, e sulla stessa rivista, c’era chi al maschio in crisi lasciava almeno la magra consolazione del sesso solitario, sostenendo che fosse proprio la masturbazione a proteggerlo da questa forma tumorale.
Sempre più indeciso sul da farsi in camera da letto, il vero maschio è in pericolo anche fuori, magari durante una passeggiata serale per pensare a come uscire dall’impasse: ecco pronto uno studio congiunto di medici delle Università di Haifa e del Connecticut che dimostra, con dati relativi a 164 Paesi, che il rischio di tumore alla prostata è potentemente incrementato dall’esposizione alla luce artificiale, probabilmente per la sua azione repressiva sulla produzione di melatonina, l’ormone coinvolto nella regolazione del ciclo sonno-veglia. Chi a questo punto preferisce il sesso alla scienza, torni a casa e ricordi di spegnere la luce.
I malati di Alzheimer sono 500.000, assistere un malato affetto da demenza è un compito difficile, a volte un fardello pesantissimo. Mettere insieme le esperienze, conoscersi, darsi una mano a vicenda può aiutare le famiglie ad alleggerire il peso e ad affrontare la malattia in maniera più costruttiva, uscendo dalla solitudine. E in un contesto più armonico anche i malati possono avere una qualità della vita migliore. E’ questo lo scopo dell’Alzheimer Café, uno spazio di incontro informale per i malati di Alzheimer e i loro familiari. Ce ne sono tanti in Italia e non tutti hanno lo stesso approccio. Alcuni si focalizzano esclusivamente sui malati, altri solo sulle famiglie. “Noi crediamo che abbia senso fare entrambe le cose”, racconta Simona Sertorio, dell’Alzheimer Café di Bresso, nella periferia nord di Milano. “Le nostre iniziative consistono in una serie di incontri, cominciati nell’aprile del 2008, che sono l’occasione per parlare e condividere la fatica della cura del proprio caro, porre domande a persone qualificate e ottenere risposte utili per affrontare un po’ più serenamente la quotidianità”.Si tratta di incontri nel corso dei quali un esperto affronta un argomento specifico (si è già parlato di aspetti degenerativi e tappe del morbo, aspetti assistenziali, aspetti legali e burocratici, le rete dei servizi sul territorio, le associazioni del territorio a sostegno delle famiglie). “Gli esperti trattano la malattia da diversi punti di vista”, spiega Simona Sertorio, “le famiglie ascoltano e fanno domande mentre i malati sono gestiti in una sala separata da personale formato per questo. Alla fine dell’incontro ci si ritrova tutti insieme per un caffè e una fetta di torta”.
Intervengono in media 20-25 famiglie, quali sono le richieste più frequenti? “Di incontrarsi più spesso, anche in maniera informale, uscire di casa, alleggerirsi un po’ rispetto al carico della cura. Vorrebbero incontri almeno quindicinali (ora sono mensili). E poi”, conclude Sertorio, “chiedono aiuto pratico, che per il momento non siamo in grado di fornirgli anche se sul lungo periodo ci piacerebbe. Quello che emerge è che i servizi territoriali non forniscono quello di cui le famiglie hanno bisogno”. Parlare con chi capisce perfettamente quello che stai dicendo, però, è già una forma di sollievo e i familiari dimostrano di apprezzare questa opportunità.
Il calendario dei prossimi, che si terranno dalle 17.30 alle 19.30 presso i locali della Cooperativa Sociale dei Fiori di via don Minzoni 52 a Bresso, prevede tre appuntamenti.
Giovedì 29 gennaio “ Il malato Alzheimer: come aiutare il familiare nell’assistenza domiciliare” (M.Rosa Merli, Responsabile visite domiciliari, Fondazione Manuli).
Giovedì 26 febbraio “L’arte del parlare con il malato Alzheimer” (Dott. Pietro Vigorelli, Gruppo Anchise)
Giovedì 26 marzo “Il contributo della spiritualità cristiana nell’esperienza di ascolto, condivisione e comunicazione tra medico e paziente” (Padre Davide Magni SJ).
Ecco i numeri per prenotare: 338-1526693 oppure 02-87393531.
Una recente ricerca di mercato di ABI Research indica come nel 2009 il mercato dei netbook sia destinato a crescere in maniera esponenziale, toccando quota 35 milioni di pezzi venduti nei prossimi 12 mesi.
Le previsioni si spingono però anche molto oltre questo 2009, con dati che indicano 140 milioni di netbook venduti entro il 2013.
Le stime derivano in parte da considerazioni sul prezzo d’acquisto dei netbook, accessibili anche in periodi di crisi come quello attuale, oltre che dalla convinzione che i prossimi modelli, venduti già a da quest’anno, avranno prestazioni nettamente superiori alla prima generazione.
Voi sarete tra i 35 milioni di nuovi possessori netbook quest’anno?
Per una come me che perde costantemente le sue chiavette Usb, per poi ritrovarle (e ci tengo a precisarlo) nei posti più impensati, è una di quelle curiose notizie che fa piacere leggere. Una ricerca condotta da Credant Technologies, un’azienda specializzata in prodotti per la sicurezza, svela dove i Londinesi perdono con maggiore frequenza le loro chiavette (e probabilmente anche molti altri piccoli oggetti).
Si tratta delle lavanderie a secco. All’interno delle tasche di pantaloni o giacche, poco importa: l’anno scorso ne sono state ritrovate ben 9.000. E sarebbe anche curioso sapere le loro dopo un bel lavaggio. L’azienda non lo svela, ma rincara la dose sulla sbadataggine delle gente con un altro studio condotto questa volta tra Londra e New York. Indovinate nel mese di settembre scorso quanti notebook, iPod e dischi esterni sono stati dimenticati sul sedile posteriore dei taxi? 12.000! Non proprio pochi, direi.
Nuvole nere
Da tempo l’Asia del Sud è avvolta da una gigantesca nuvola scura, una sorta di nebbia che, soprattutto in inverno, crea una cappa talmente fitta da impedire ai raggi del sole di illuminare e riscaldare le giornate. Una nebbia simile aveva coperto nel 2006 il Sud-est Asiatico, e in quel caso la tossicità delle nuvole era dovuta alle emissioni inquinanti dei porti, delle raffinerie di petrolio e delle megalopoli asiatiche.
Gli scienziati studiano da anni la composizione di quella che in gergo chiamano “nuvola marrone” per determinarne composizione e origine. Il loro obiettivo è appunto quello di individuare in quale misura la fuliggine che crea la cappa dipenda dall’emissione di combustibili fossili bruciati da automobili e impianti industriali e quanto dalle quantità di legno o altri tipi di biomasse bruciate nelle case e nelle campagne.
Inaspettatamente, Orjan Gustafsson, ricercatore presso l’Università di Stoccolma, ha scoperto che sarebbero proprio le biomasse organiche ad alimentare una nebbia che diventa ogni giorno più fastidiosa. Per arrivare a questa conclusione il team di Gustafsson, in una ricerca pubblicata su Science, ha studiato la composizione di campioni di fuliggine raccolti a Sinhagad, cittadina dello stato occidentale indiano del Maharashtra, e Hanimaadhoo, un’isola dell’arcipelago maldiviano. Dal momento che nei combustibili fossili l’isotopo radioattivo carbone-14 normalmente decade ben prima che gli stessi vengano bruciati, il fatto che nei campioni raccolti sia stata rintracciata una considerevole quantità di C-14 ha portato a concludere che la fuliggine fosse originata essenzialmente dai fumi delle foreste bruciate per essere trasformate in terreni agricoli e dalla legna e dallo sterco consumati nelle cucine.
Le biomasse, quindi, sarebbero responsabili per il 63 per cento dell’inquinamento dell’area. Ecco perché i ricercatori di Stoccolma sono convinti che per ridurre la compattezza della “nuvola marrone” che copre l’Asia del Sud, sarebbe più efficace monitorare la deforestazione della regione e migliorare l’efficienza degli impianti di combustione domestici piuttosto che imporre rigidi blocchi del traffico o costringere le aziende ad acquistare nuovi bruciatori e fornaci.
I ghiacci della Groenlandia a rischio scioglimento rapido
(Credits: Lapresse)
L’annuncio ben poco ottimista arriva quasi in contemporanea con la svolta ecologista annunciata dal Presidente Usa Barack Obama. “La gente immagina che se smettessimo di emettere biossido di carbonio il clima tornerebbe alla normalità nell’arco di 100 o 200 anni, ma non è vero”. Così Susan Solomon, ricercatrice dell’Earth System Research Laboratory di Boulder, Colorado, puntualizza la situazione nella quale ci troviamo. La studiosa definisce come irreversibili tutti i cambiamenti destinati a rimanere per 1000 anni anche se gli umani smettessero immediatamente di scaricare emissioni in atmosfera. “I cambiamenti climatici sono lenti ma irrefrenabili”, ha spiegato Solomon, a capo del gruppo che ha effettuato lo studio pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences.
Nello studio, Solomon, una delle più note ricercatrici mondiali nel campo dei cambiamenti climatici, fa notare che le temperature sono aumentate in tutto il mondo e sono stati rilevati cambiamenti nelle modalità delle precipitazioni in molte aree geografiche, come il Mediterraneo, l’Africa del Sud, e il Sud-ovest del Nord America. Il clima più caldo sta causando l’innalzamento degli oceani che aumenterà ancora con lo scioglimento dei ghiacci in Groenlandia e in Antartica. “Io non credo che gli effetti a lunghissimo termine di questi cambiamenti siano stati compresi”, conclude.
Il problema del biossido di carbonio, e il motivo per cui è considerato il principale responsabile dell’effetto serra alla base del riscaldamento globale, è che, a differenza di altri gas che concorrono al fenomeno ma si degradano rapidamente, il CO2 rimane nell’aria per centinaia di anni. La concentrazione raggiunta oggi è di 385 ppm, contro i 280 ppm dell’era pre-industriale, e quello su cui i politici discutono è la possibilità di arrestarne l’aumento. La ricerca giunge alla conclusione che se lasceremo che la concentrazione di CO2 in atmosfera raggiunga le 450-600 parti per milione, tra i risultati che dobbiamo attenderci potranno esserci persistenti diminuzioni delle precipitazioni nella stagione secca paragonabili alla grande siccità che colpì le pianure americane negli anni Trenta, nota come North American Dust Bowl, e che causò la migrazione di oltre 5 milioni di cittadini in altre zone del Paese. Questi fenomeni potrebbero avvenire in zone come l’Europa meridionale, il Nord Africa, il sud-Ovest del Nord America e l’Australia occidentale.
Fino ad ora, avverte Solomon, il riscaldamento globale è stato rallentato dall’oceano, perché l’acqua ha assorbito gran parte del calore. Ma questo meccanismo virtuoso non solo diminuisce col tempo, ma in pratica darà luogo all’effetto contrario: l’oceano manterrà più caldo il pianeta restituendo all’aria il calore accumulato. In pratica più aspetteremo a intervenire e maggiore sarà il livello di cambiamento irreversibile del clima al quale dovremo adattarci.
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