YouTube ora fa sul serio. Dopo aver archiviato un 2008 vissuto non certo da protagonista, il portale video di Google sta costruendo la sua riscossa. Il terreno fertile per generare ricavi in modo credibile e continuativo c’è: 300 milioni di utenti al mese e un interesse planetario da parte di navigatori, aziende e istituzioni pubbliche.
Ora si tratta solo di trovare la giusta strategia per mettere a valore questo enorme potenziale, opportunità che Google non vuole (e non può) lasciarsi scappare, se non altro perché il gioiellino del video-sharing gli è costato qualcosa come 1,3 miliardi di euro.
Il “new deal”di YouTube inizia da un più solido rapporto con le istituzioni politiche, come a voler ottenere un crisma di ufficialità. Così, se fino a qualche mese fa politici e deputati americani caricavano in modo semi-artigianale i loro filmati (peraltro in piena sintonia con il motto “Broadcast Yourself”), adesso hanno a loro disposizione due canali ufficiali – uno per la Camera dei Rappresentanti e uno per il Senato – e uno staff che li aiuterà a coordinare lo sbarco sul 2.0.
Sarà anche merito di Barack Obama e della sua storica campagna elettorale; certo è che nessuna istituzione politica di rilievo ora può permettersi di trascurare questo trend. Dell’appeal di YouTube se n’è accorta anche la Santa Sede (non certo una Ferrari quanto a modernità), che si sta costruendo un canale tutto suo da usare come nuovo pulpito digitale.
Negli ultimi mesi c’è stata una ridda di nuove feature, che se da un lato fanno pensare a un rilancio della piattaforma, dall’altro sottolineano una maggior maturità e consapevolezza della stessa azienda di Mountain View, che ora punta anche a razionalizzare gli asset.
Google Video chiuderà nel giro di qualche mese, vista l’evidente ridondanza in termini di servizio offerto. Intanto YouTube sperimenta il download dei video e i sottotitoli. Poi ci sono gli overlay pubblicitari, forse un po’ fastidiosi ma perfettamente rispondenti alla necessità di monetizzare gli user generated content, che ad oggi rappresentano oltre la metà dei contenuti presenti. C’è spazio anche per “click-to-buy”, iniziativa legata all’e-commerce che coinvolge nomi di primo piano come Amazon e iTunes.
Poi c’è una gestione più attenta del diritto d’autore e dei contenuti “forti”. Messa da parte l’improvvisazione della prima fase, fonte di non poche preoccupazioni, si silenziano i video che violano il copyright e si procede a spron battuto verso nuovi accordi con le major e le emittenti televisive. D’altra parte si bloccano i filmati ritenuti sconvenienti. Basterà tutto questo per fare del 2009 l’anno del cambiamento?
- Lunedì 19 Gennaio 2009
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