- Tags: alcol, dipendenze, fumo, tasse
- Un commento
Complice forse la crisi economica globale, da tempo si sta facendo strada presso istituzioni di rilevanza internazionale, dalla Banca Mondiale all’Organizzazione mondiale della Sanità, passando per la Commissione europea, l’idea che essenziale per la lotta alla dipendenza dal fumo sia l’incremento delle tasse sulle sigarette. Colpire le tasche dei fumatori sembra molto più efficace di qualsiasi campagna di dissuasione puntata sulla dettagliata illustrazione dei danni ben noti provocati dal fumo, e a dimostrarlo è da ultimo il caso della Francia, dove le sigarette sono pesantemente tassate e il prezzo medio di un pacchetto è quasi raddoppiato nel giro di un decennio, facendo crollare le vendite al minimo storico nel 2008.
Che la stessa soluzione possa rivelarsi utile anche contro il consumo smodato di alcolici viene ora evidenziato da uno studio pubblicato dalla rivista Addiction e coordinato da Alexander Wagenaar, epidemiologo presso l’Università della Florida. Molti studi avevano finora analizzato in che modo le tasse e i prezzi influiscano sulla tendenza degli individui a bere, ma questo è il primo a trarre conclusioni generali, non limitate cioè a un singolo Paese o a una specifica legislazione, in quanto ottenute grazie a una procedura statistica definita meta-analisi. I ricercatori hanno quindi passato pazientemente in rassegna 112 studi sull’argomento, contenenti poco più di mille stime statistiche distribuite nel corso di quattro decenni, che confermano senza ombra di dubbio che le tasse e i prezzi sono in rapporto con le abitudini al consumo di alcolici, in un contesto riassunto da Wagenaar in termini lapidari: “Quando i prezzi scendono, la gente beve di più, e quando salgono beve di meno”, che si tratti di forti bevitori o di chi si concede due dita di whisky solo in particolari occasioni. Una tendenza che però, precisa lo studioso, non sempre agisce nel modo lineare e semplicistico a cui può far erroneamente pensare una simile affermazione: le politiche fiscali in materia di alcolici probabilmente producono questo risultato interagendo con tutta una serie di condizionamenti culturali e individuali legati al loro consumo, non ultimo il fatto che in tempi di crisi possano essere considerati beni più superflui di altri. Ma la matematica basta e avanza a Frank Chaloupka, economista dell’Università dell’Illinois, per sostenere in un commento allo studio che quest’ultimo dimostra in modo minuzioso che incrementare le tasse sugli alcolici serve a tutelare la salute pubblica riducendo la propensione ad alzare troppo il gomito, molto più di quanto possano fare l’inasprimento delle pene per i reati commessi sotto il loro effetto, l’informazione dei media e i programmi di educazione scolastica.
- Lunedì 26 Gennaio 2009
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Il 27 Febbraio 2009 alle 11:19 Pagati per smettere di fumare: l’esempio della General Electric » Panorama.it - Hitech e Scienza ha scritto:
[...] Smettere di fumare e, forse, seguire questa scia per fare propri altri comportamenti salutisti, costa molto meno di quello che generalmente si ritiene. La fatica che di solito comporta la repressione di abitudini nocive per la salute, sembra diventare molto più tollerabile se c’è qualcuno che la allevia con il denaro. Cresce infatti il numero di indizi che dimostrano come alla fine sia sempre il portafoglio a trionfare sulle campagne informative e sulle generiche esortazioni a tutelare il benessere personale e altrui stando alla larga dalle sostanze in grado di pregiudicarlo gravemente. Questa volta lo sostengono i risultati, pubblicati dal New England Journal of Medicine, di un progetto di ricerca coordinato da Kevin Volpp, docente di medicina presso l’Università della Pennsylvania. Al centro dello studio, che prese il via nel 2005, sono stati posti 878 dipendenti distribuiti in 85 sedi della statunitense General Electric. Di questi, 436 hanno ottenuto incentivi finanziari per smettere di fumare, mentre 442 hanno dovuto accontentarsi di ricevere informazioni sui programmi di supporto disponibili, anche all’interno dell’azienda, per giungere al medesimo obiettivo. Risultato: i dipendenti che avevano intascato il non esorbitante extra di 750 dollari, hanno smesso di fumare per almeno sei mesi, e il 15 per cento di loro è riuscito a raggiungere un anno di astinenza dal fumo. In soldoni, è proprio il caso di dire, le probabilità che i fumatori abbandonino le sigarette risultano di fatto triplicate se a convincerli è il denaro, invece di un esclusivo supporto medico con contorno di prediche arcinote sui danni del fumo. L’esito dell’esperimento è apparso talmente convincente alla General Electric che nel 2010 l’azienda lo estenderà a tutti i dipendenti statunitensi, contando così di risparmiare almeno una parte dei 50 milioni di dollari che ogni anno se ne vanno per rimediare ai problemi causati dai lavoratori che fumano. Le previsioni sono quelle di recuperare nell’arco di tre o al massimo cinque anni i costi del programma di incentivi antifumo, grazie alle minori assenze per malattie causate anche dal fumo e quindi all’incremento della produttività. Ma negli Stati Uniti c’è anche chi, come Norman Edelman, la massima autorità medica all’interno dell’American Lung Association, pur non contestando la validità dello studio coordinato da Kevin Volpp, sostiene che pagare la gente per convincerla ad acquisire abitudini salutari rappresenta qualcosa di discutibile. [...]
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