Archivio di Febbraio, 2009

Il nuovo smartphone Acer M900
Notebook, netbook, smartphone: avanti tutta su più fronti. Certo, la crisi economica in corso non può essere ignorata, ma Acer la affronta scegliendo una politica multi prodotto e multi target, e con uno sguardo al sociale, forte dei risultati positivi alle spalle. Terzo vendor nel mercato globale dei PC e seconda nel segmento notebook (dati Gartner 2008), ha chiuso l’anno scorso con un miliardo di euro di fatturato in Italia.
“Forte dell’esperienza nei notebook, la nostra ambizione è diventare leader nel mobile data market” annuncia Giampiero Morbello, Corporate Vice President Marketing & Brand di Acer Group, in occasione dell’annuale conferenza svoltasi a Milano. E così la società di Tapei, come già anticipato al Mobile World Congress di Barcellona, si lancia anche sul mercato degli smartphone: quattro modelli freschi freschi (M900, F900, X960, X900) della serie Acer Tempo, e altre quattro uscite previste per maggio, smartphone più elaborati nel design, più fashon e colorati. Inoltre, nella seconda parte dell’anno saranno annunciati nuovi prodotti. Lanciado la sfida all’iPhone e anche a Blackberry, Lg e Samsung.
Ma Acer, a seguito delle acquisizioni dello scorso anno, ha implementato anche una strategia multimarca che fa leva sul rapporto preferenziale che i brand del gruppo (Acer, Packard Bell, Gateway e eMachines) hanno nel tempo costruito con il proprio target di riferimento, conservando, quindi, per ognuno di loro identità e personalità.
“In un contesto economico non facile che registra una contrazione dei consumi” commenta Gianfranco Lanci, Presidente e CEO Acer Inc., “la multibrand strategy di Acer si rivela una soluzione lungimirante ed efficace: ci ha consentito di poter sviluppare prodotti che rispondono alle funzionalità richieste dagli utenti, ma soprattutto ai loro desideri, ideali, emozioni, aspettative future. Corrispondendo alle nuove modalità d’acquisto apre, di fatto, la via a una crescita del mercato PC”.
Ma non solo PC, e netbook è infatti un’altra leva su cui puntare. “Altri player hanno avuto paura del netbook perché lo hanno considerato una versione a basso costo del notebook, che poteva quindi deludere chi lo acquistasse. Per noi invece netbook non è un prodotto, ma una gamma di prodotti, in grado di soddisfare esigenze di mobilità”.
Il 2009 è anche nel segno di Acer&Sociale, il primo progetto tutto italiano di Corporate Social Responsibility, che coinvolge cinque associazioni nazionali: Cooperativa Sociale Agorà 97 (Bindun), Fondazione Pupi, Opere Sociali Santo Hermano Pedro, Otre Noi.. La vita, Futuro@lfemminile. In questo settore ancora poco esplorato dalle aziende hi-tech, Acer vuole diffondere la cultura alla solidarietà, attraverso il concreto sostegno economico, la promozione di azioni di comunicazione, attività di fund raising, organizzazione di eventi di beneficenza a livello nazionale.
Gateway
Torna Gateway in Europa con una strategia precisa: il marchio storico dell’informatica ha l’obiettivo di rivolgersi esclusivamente al mondo professionale attraverso una rete di rivenditori. Con particolare attenzione al mondo delle piccole e medie imprese. Gateway, acquistata da Acer per 710 milioni di dollari lo scorso anno, ha già lanciato nuove linee di laptop, desktop e server che sbarcheranno nell’Unione europea a partire da Italia, Spagna e Gran Bretagna. Poi si estenderà presto in Francia, Germania e Olanda, assicurandosi una penetrazione elevata. L’attenzione per le piccole e medie imprese ha spinto Gateway a puntare sui rivenditori: secondo gli analisti di mercato sono in grado di influenzare gli acquisti più della notorietà del marchio. La svolta è segnata dall’iniziativa “Business First Partner”: è il primo programma di canale a disposizione della sola clientela business, con il pieno supporto del vendor e nella maggior trasparenza. I partner che verranno selezionati occuperanno posizioni strategiche all’interno di aree business ad alta densità: saranno un numero limitato e potranno offrire una copertura di vendita e assistenza su scala nazionale.
Carta igienica
Carta igienica morbida nel mirino: le foreste americane sono a rischio per il successo del rotolo bianco nei bagni domestici di Stati Uniti, dove sempre meno persone si accontentano del velo classico. Ma i “quattro strati di morbidezza” non possono essere fabbricati con carta riciclata, inadatta alle esigenze tattili. Per garantire la resistenza, inoltre, sono necessarie elevate quantità di fibre di legno e, dunque, bisogna abbattere più alberi. Insomma, la comodità in bagno contribuisce ad accelerare l’erosione dei polmoni verdi della terra. Tanto che le associazioni ambientaliste Usa, come Greenpeace, si sono ribellate: hanno chiesto l’aiuto di testimonial per convincere gli americani all’acquisto di carta igienica riciclata. Ma la mobilitazione cresce anche in altre nazioni. In Giappone la campagna per salvare le foreste fa leva sulle poesie in versi brevi: un gruppo di creativi ha distribuito rotoli con dichiarazioni come “Love the toilet” e, secondo le prime stime, i consumi sarebbero diminuiti del 20 per cento. Anche dalla Ryanair arriva un aiuto indiretto: l’amministratore delegato Michel O’ Leary progetta di far pagare l’ingresso in bagno durante i voli. Una misura che potrebbe spingere i passeggeri a riflettere sul consumo di rotoli.
Le cifre rivelano consumi in crescita. Nel 2010 ogni persona srotolerà almeno quattro chili ogni anno di carta igienica, un chilo in più rispetto al 1996. Ma negli Stati Uniti la media si impenna fino a 21 chilogrammi l’anno, soprattutto morbida. E durante lo shopping acquistano volentieri le confezioni da 36. Nei supermercati tedeschi, invece, vanno a ruba le confezioni con tre o quattro veli. Con un impatto sulla deforestazione notevole: un pacco con otto rotoli a quattro veli pesa il 75 per cento in più rispetto all’equivalente a due veli. Se la Russia è una frontiera per la richiesta di carta di qualità nei bagni, in Norvegia la tradizionale attenzione per l’ambiente orienta le scelte verso le linee di prodotti riciclati. E l’Asia, dove abita più della metà della popolazione mondiale? La Cina è nota per il pessimo stato delle toilette pubbliche, maleodoranti e sporche. Spesso sono prive di carta igienica: se c’è, spesso si tratta di un “involtino” di cellulosa riciclata.
Ultima sigaretta?
Smettere di fumare e, forse, seguire questa scia per fare propri altri comportamenti salutisti, costa molto meno di quello che generalmente si ritiene. La fatica che di solito comporta la repressione di abitudini nocive per la salute, sembra diventare molto più tollerabile se c’è qualcuno che la allevia con il denaro. Cresce infatti il numero di indizi che dimostrano come alla fine sia sempre il portafoglio a trionfare sulle campagne informative e sulle generiche esortazioni a tutelare il benessere personale e altrui stando alla larga dalle sostanze in grado di pregiudicarlo gravemente. Questa volta lo sostengono i risultati, pubblicati dal New England Journal of Medicine, di un progetto di ricerca coordinato da Kevin Volpp, docente di medicina presso l’Università della Pennsylvania. Al centro dello studio, che prese il via nel 2005, sono stati posti 878 dipendenti distribuiti in 85 sedi della statunitense General Electric. Di questi, 436 hanno ottenuto incentivi finanziari per smettere di fumare, mentre 442 hanno dovuto accontentarsi di ricevere informazioni sui programmi di supporto disponibili, anche all’interno dell’azienda, per giungere al medesimo obiettivo. Risultato: i dipendenti che avevano intascato il non esorbitante extra di 750 dollari, hanno smesso di fumare per almeno sei mesi, e il 15 per cento di loro è riuscito a raggiungere un anno di astinenza dal fumo. In soldoni, è proprio il caso di dire, le probabilità che i fumatori abbandonino le sigarette risultano di fatto triplicate se a convincerli è il denaro, invece di un esclusivo supporto medico con contorno di prediche arcinote sui danni del fumo. L’esito dell’esperimento è apparso talmente convincente alla General Electric che nel 2010 l’azienda lo estenderà a tutti i dipendenti statunitensi, contando così di risparmiare almeno una parte dei 50 milioni di dollari che ogni anno se ne vanno per rimediare ai problemi causati dai lavoratori che fumano. Le previsioni sono quelle di recuperare nell’arco di tre o al massimo cinque anni i costi del programma di incentivi antifumo, grazie alle minori assenze per malattie causate anche dal fumo e quindi all’incremento della produttività. Ma negli Stati Uniti c’è anche chi, come Norman Edelman, la massima autorità medica all’interno dell’American Lung Association, pur non contestando la validità dello studio coordinato da Kevin Volpp, sostiene che pagare la gente per convincerla ad acquisire abitudini salutari rappresenta qualcosa di discutibile.
Residui chimici nell’acqua
Un nuovo metodo per contrastare il grave problema dell’inquinamento da farmaci, illustrato da un articolo pubblicato su Water Research, è stato messo a punto da un gruppo internazionale di chimici, appartenenti a centri di ricerca distribuiti tra Francia, Svizzera, Spagna e Colombia. Il sistema potrà trovare la sua applicazione primaria in impianti di depurazione delle acque, nelle quali i residui dei prodotti farmaceutici finiscono con facilità e in grandi quantità, provenienti dai singoli consumatori, dagli ospedali e dalle stesse aziende che li realizzano. Il meccanismo di depurazione, che è stato testato su campioni d’acqua contaminata con l’ibuprofen, un noto farmaco antidolorifico e anti-infiammatorio, prevede l’impiego di un generatore di ultrasuoni collocato sul fondo del contenitore in cui avviene il processo. Questo apparecchio è necessario a trasformare l’energia elettrica in energia meccanica, dando origine a una reazione chimica definita sonolisi che, dissociando l’acqua in radicali altamente ossidanti, come quello idrossilico, degrada l’ibuprofen in composti a minor peso molecolare. Come spiega Fabiola Méndez-Arriaga, ricercatrice dell’università di Barcellona, il processo, che libera anidride carbonica e produce bollicine microscopiche contenenti grandi quantità di energia, fa sì che con un’irradiazione di due ore il farmaco sia completamente eliminato e trasformato in sostanze biodegradabili, successivamente trattabili in un impianto di depurazione convenzionale. Poiché con farmaci diversi dall’ibuprofen la procedura potrebbe generare sostanze più tossiche di quella da neutralizzare, è stata utilmente studiata l’applicazione di altre tecniche di ossidazione avanzata, come la fotocatalisi eterogenea, una reazione nella quale un semiconduttore come il biossido di titanio assorbe la luce ultravioletta per degradare gli inquinanti organici in anidride carbonica, acqua e acidi minerali, che non sono tossici per l’ambiente.
Herdict, una mappa online per segnalare l’inaccessibilità di siti web
Accesso negato. Warning. Error 404. Sono messaggi che appaiono quando un sito non è raggiungibile. E da oggi è possibile segnalarlo a Herdict, una mappa collettiva che raccoglie, attraverso le denunce degli utenti, gli indirizzi delle “strade interrotte” della rete . Nelle prime ore sono già più di 200 gli spazi web che i navigatori cinesi hanno indicato come non raggiugibili: Bullogger.com e Twitter sono in cima alla classifica provvisoria. Un elenco che è destinato a crescere rapidamente. Nell’Iran degli ayatollah gli utenti dichiarano di non avere accesso a Balatarin.com e 5rah.com. Le liste per ogni nazione si allungano di ora in ora. Herdict è un gioco di parole: significa “verdetto del gregge” (verdict of herd, in inglese) e la mascotte dell’iniziativa è una pecora.
Il progetto è stato lanciato dal Berkman center, un istituto che analizza il rapporto tra internet e diritti civili. La cartina collettiva del web oscurato, però, non rivela i motivi dell’impedimento nell’accesso: interventi governativi, problemi tecnici o un attacco di hacker? Negli ultimi mesi iniziative private e pubbliche hanno puntato i riflettori sull’accesso alla rete e ai suoi contenuti. Cercando la collaborazione degli utenti su scala globale. È aperto, infatti, il dibattito sulla net neutrality (la neutralità tecnologica della rete nella circolazione dei contenuti): Google ha lanciato di recente Measurement labs, un’insieme di strumenti per monitorare la qualità della connessione ed eventuali filtri al peer to peer.
Una pecora-mascotte spiega come funziona Herdict (in inglese)
Traffico a Times Square, Manhattan
I gas di scarico delle auto e degli altri mezzi che percorrono incessantemente le vie urbane possono fare danni gravi anche a chi non è ancora venuto al mondo. Giunge infatti dagli Stati Uniti il primo studio, pubblicato da PloS ONE, che esamina gli effetti dell’esposizione prenatale agli agenti atmosferici inquinanti in relazione alle mutazioni epigenetiche associate all’asma. Coordinato da Shuk-mei Ho, biologa dell’Università di Cincinnati, un gruppo di ricercatori ha analizzato il sangue del cordone ombelicale di 56 bambini nati a New York da madri non fumatrici, scoprendo che un’alterazione epigenetica nel gene ACSL3 è legata all’esposizione della madre agli idrocarburi policiclici aromatici che si verifica durante la gestazione. Questi composti chimici sono sottoprodotti della combustione incompleta di combustibili fossili, e la loro concentrazione risulta pertanto particolarmente elevata nelle aree metropolitane più trafficate, incrementando i rischi di sviluppare non solo l’asma, ma anche patologie tumorali. Tali sostanze agiscono attraverso una riprogrammazione dei geni del feto che, pur non comportando una loro mutazione strutturale, prelude all’infiammazione delle vie respiratorie e all’asma durante l’infanzia. Come spiega la ricercatrice, si tratta di una riprogrammazione epigenetica dovuta all’interazione con l’ambiente durante periodi chiave dello sviluppo embrionale, nei quali i tessuti risultano modificati per manifestare anomalie dopo la nascita. Lo studio è stato dunque determinante per identificare un possibile biomarcatore per la diagnosi precoce del rischio asmatico, la cui l’utilità al fine della migliore prevenzione di un disturbo cronico che affligge non meno del 25 per cento dei bambini nell’area nord di Manhattan e altrove, dovrà ora essere confermata e approfondita da ulteriori studi.
Skebby, definito dai media lo Skype degli sms, diventa adulto e ora aggiunge funzionalità per mandare sms gratis o a un centesimo, con la nuova versione, la 3.12. A creare il programma è stato un giovane italiano, ora 26 enne, sforzandosi di migliorare quanto già possibile da tempo con programmi analoghi (come Jaxtr). Skebby funziona ancora appoggiandosi su siti di operatori che offrono sms gratis e sfruttando la connessioni dati del cellulare. La novità, nella nuova versione, è che permette di fare quanto è necessario (iscrizione, acquisto del credito…) direttamente dal cellulare, senza più passare dal sito web. Il tutto tramite un programma in java e in symbian (2nd edition). Si aggiunge inoltre il servizio “freeSms Skebby in” (chiaro il riferimento a Skype in), per scambiare messaggi tra utenti Skebby: gratis, se fatto via sim di 3 Italia, WiFi o tariffa dati flat. Altrimenti, su normale rete, costa un centesimo per ogni sms inviato o ricevuto.
Il programma, anche se installato su uno stesso telefonino, può essere associato a più numeri di cellulare, per personalizzare, con un diverso mittente, i propri messaggi. Un’altra comodità della nuova versione è la possibilità di inviare sms selezionando i contatti della rubrica del telefono (di cui Skebby può fare una copia, come fanno programmi di VoIP su cellulare).
Skebby vuole contare anche sul passa parola, infatti consente di trasferire il credito (acquistato per inviare gli sms a pagamento) da un utente all’altro. Con l’opzione “invita un amico” consente di inviare il programma via sms o bluetooth.
Obiettivo dichiarato: sostituirsi all’operatore per l’invio degli sms e consentire agli utenti- in particolare ai giovani, cui si rivolge- di abbattere i costi degli sms. Sull’altro piatto della bilancia c’è il fatto che, nonostante le novità, resta più scomodo inviare sms così invece che con il proprio operatore. Gli utenti che ne mandano molti, inoltre, aderiscono a tariffe speciali dei propri operatori, che abbattono di molto il costo unitario, e riducono così il vantaggio di usare Skebby.
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- Mercoledì 25 Febbraio 2009
Sono 25, tutti statunitensi e il loro valore oscilla tra 1 milione di dollari di VentureBeat e i 170 milioni del network Gawker. Nati come progetti indipendenti ora sono diventati piccoli colossi editoriali. E per la loro capacità di attirare utenti e pubblicità fanno sempre più gola ai grandi conglemerati dei media. Non a caso due dei blog che si trovavano nella classifica dell’anno scorso (Paid Content e Ars Technica) sono stati acquistati da Guardian e Wired.A realizzare la classifica è 24/7 Wall Street (compagnia specializzata in news finanziare online). Il calcolo non è preciso, ma la valutazione si avvicina abbastanza alla realtà: per ogni blog o network viene moltiplicato il traffico per il CPM (insieme ad altri fattori).
Ecco la top-ten di quest’anno:
1. Gawker Properties — $170 milioni.
2. Huffington Post — $90 milioni.
3. The Drudge Report — $48 milioni.
4. Perez Hilton — $32 milioni.
5. Sugar, Inc — $27 milioni.
6. TechCrunch — $25 milioni.
7. MacRumors — $21 milioni.
8. SeekingAlpha — $11 milioni.
9. GigaOm — $9.5 milioni.
10. Politico — $8.7 milioni.
MediaMemo ha fatto quache confronto con la classifica dello scorso anno ed ha notato “perdite” consistenti di cui, soprattutto tra le truppe hi-tech. Mentre sembrano resistere solo quelli a vocazione generalista.
Se Gawker e Huffington Post (quest’ultimo anche grazie all’exploit elettorale) hanno guadagnato terreno, blog storici come TechCrunch, Mashable hanno visto scendere di molto il loro valore: il primo ha perso oltre 10 milioni di dollari, il secondo oltre il 75% (da 10 milioni a 2,5 milioni di dollari). Stesso discorso per Boing Boing (passato da 8 a 3,6 milioni), ReadWrite Web (da 5 a 3,4 milioni di dollari), MacRumors (da 85 a 21 milioni). Il motivo? Presto detto: la crisi economica (e la riduzione dei budget pubblicitari) non sta toccando solo la carta stampata, ma tutti i settori editoriali, dal New York Times ai più piccoli network di informazione online.
- admin
- Martedì 24 Febbraio 2009
Arance, kiwi, cavoli: tutti ottimi veicoli di vitamina C, quella di cui la mamma ci ha sempre cantato le lodi, come lenitivo universale per i malanni dell’inverno. E se avessimo passato anni a imbottirci della vitamina sbagliata? Tutte quelle spremute e quei piatti di broccoli sono davvero stati ingurgitati invano?
Incoraggia a porsi la domanda il risultato di uno studio su larga scala appena pubblicato sulla rivista Archives of internal medicine, che sembrerebbe spostare l’attenzione sul ruolo di potenziale aiuto al sistema immunitario rappresentato dalla vitamina D, la cui carenza potrebbe aumentare il rischio di contrarre raffreddore e influenza. Gli studiosi della scuola di medicina dell’Università del Colorado a Denver, del Massachusetts General Hospital e del Children’s Hospital di Boston, guidati da Adit Ginde, assistente alla cattedra di chirurgia a Denver, hanno esaminato i dati del terzo screening nazionale sulla salute e la nutrizione dei cittadini, a cura del National Center for Health Statistics. Il gruppo di ricerca ha analizzato i livelli di 25-idrossivitamina D nel sangue, il migliore indicatore della presenza di vitamina D, in circa 19.000 persone, tra adulti e adolescenti, selezionati a formare un campione rappresentativo della popolazione generale degli Stati Uniti.
Cosa hanno scoperto? Che le persone con i livelli più bassi di vitamina D nel sangue (meno di 10 nanogrammi per millilitro) avevano il 40% di possibilità in più di aver avuto recenti infezioni respiratorie rispetto a coloro che presentavano livelli di vitamina D pari o superiori a 30 nanogrammi per millilitro di sangue. Questa associazione è stata riscontrata in tutte le stagioni ed è risultata ancora più forte nelle persone con una storia di asma o di broncopatia cronica ostruttiva, incluso l’enfisema.
Allora largo all’olio di fegato di merluzzo, uova, latte e agli altri (pochi) alimenti che sono fonte di vitamina D? Una corretta assunzione di questa vitamina attraverso il cibo è sicuramente da consigliare. E’ noto il ruolo della vitamina D nel fissare il calcio nelle ossa. Anche l’esposizione alla luce aiuta il corpo a produrre più vitamina D, contribuendo a questo processo. Quanto all’opportunità di una supplementazione in funzione preventiva delle infezioni del tratto respiratorio, i ricercatori sono i primi a frenare. “Servono studi clinici”, avvertono, “per confermare il ruolo protettivo della vitamina D che sembra emergere dal nostro studio”. E Adit Ginde fa sapere che sono in preparazione studi clinici mirati a verificare proprio questo effetto di potenziamento del sistema immunitario in persone con asma e broncopatie croniche ostruttive, così come in bambini e anziani, tutti gruppi considerati a più alto rischio.
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