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Un’immagine del telescopio Kepler
Oltre a essere il nome dell’astronomo tedesco che scoprì le leggi che regolano il movimento dei pianeti, Kepler è il nome del telescopio (o fotometro spaziale) che la NASA lancerà nello spazio il prossimo 5 marzo a bordo di un razzo Delta 2. Anche se
si tratta di un macchinario relativamente poco complesso (uno degli apparati più avanzati è una videocamera a 95 mila pixel, la più grande mai mandata nello spazio), la missione di Kepler è di fondamentale importanza: dovrà infatti dimostrare che nei sistemi planetari extra-solari esistono altri pianeti simili alla Terra.
Uno degli obiettivi principali della spedizione di Kepler, infatti, sarà capire quanto siano frequenti i pianeti solidi, di dimensioni simili a quelle della Terra, a una distanza dalla stella attorno a cui orbitano tale da essere in grado di ospitare acqua allo stato liquido, condizione ritenuta fondamentale per supportare la vita come la conosciamo oggi.
Non sarà un’impresa facile. Usando i telescopi terrestri, dalla scoperta del primo pianeta extra-solare nel lontano 1994, gli scienziati sono riusciti a individuarne altri 330 ma si tratta per lo più di pianeti gassosi di dimensioni enormi, più simili a Giove o Saturno. Il problema è che le dimensioni e la luminosità di una stella rendono impossibile osservare un pianeta piccolo come la Terra dalla superficie terrestre.
Anche per Kepler non sarà facile. Il telescopio dovrà essere assolutamente immobile, con il suo occhio sempre puntato nella stessa direzione. Anche per questo non si troverà in un’orbita terrestre ma seguirà la terra orbitando intorno al Sole, in modo che il nostro pianeta non si ponga mai di fronte al suo campo visivo (che misurerà 3.000 anni luce e includerà circa 170.000 stelle).
Inoltre, passando davanti ad una stella delle dimensioni del Sole, un pianeta grande come Giove ne altera la luminosità di circa l’1%. Per un pianeta delle dimensioni della Terra, l’effetto sulla luminosità del Sole è inferiore a 0,0001 per cento. Secondo gli scienziati sarà come “vedere un moscerino passare davanti a un riflettore da Stadio”.
Tanto più che per essere certi che si tratta proprio di un pianeta come la Terra bisognerà osservarlo passare davanti alla sua stella almeno 4 volte, un compito che richiederà come minimo 3 anni e mezzo. Le probabilità di successo sono comunque considerate buone: se tutte le stelle osservate avessero pianeti come la Terra nella propria orbita, Kepler ne individuerebbe circa 400. Torvarne anche solo uno, però, avrebbe implicazioni di portata storica nella ricerca della vita nell’Universo.
- Venerdì 6 Febbraio 2009
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