Il banco di un mercato del contadino
Contro frodi alimentari e cibi di dubbia provenienza che danno la sensazione di poter trasformare la propria tavola in una roulette russa, non sono pochi coloro che da tempo hanno scelto la strada del ritorno all’antico. A quelle realtà locali in cui produttori e consumatori dei generi alimentari spesso si conoscevano personalmente, o era comunque abbastanza facile risalire dal commerciante ai suoi fornitori. Una strada oggi percorribile, e di fatto percorsa con frequenza variabile da almeno la metà degli italiani, attraverso la filiera corta, ovvero tutti i sistemi che riducono il più possibile la distanza e i passaggi di intermediazione fra il produttore e il consumatore, per garantire a quest’ultimo nello stesso tempo cibi sulla cui genuinità si possa fare affidamento e prezzi più contenuti di quelli pagati in negozi e ipermercati. Largo dunque a modalità d’acquisto come i mercati del contadino, dove fare provvista di alimentari forniti nella stagione appropriata direttamente da piccoli produttori locali che fanno uso di tecniche di coltivazione biologica, rimedio per non riempire il piatto di sostanze tossiche, come anche ai menu a km zero, approntati da ristoranti e locali che ricorrono a cibi di provenienza provinciale o regionale. Se però i chilometri, come inevitabilmente accade, sono in realtà un po’ più di zero, essere amici della buona tavola e della propria salute potrebbe significare essere nemici dell’ambiente. A smorzare gli entusiasmi per il consumo su scala locale, che si riteneva essere anche un valido aiuto contro l’emissione di gas serra comportata dai lunghi trasporti necessari a rifornire la grande distribuzione, giunge infatti uno studio coordinato da David Coley, ricercatore presso il Centro per l’energia e l’ambiente della britannica Università di Exeter. Pubblicato dalla rivista Food Policy, esso ha messo a confronto i percorsi effettuati singolarmente da un consumatore diretto verso una rivendita di prodotti locali, con quelli coperti da aziende che forniscono ortaggi a domicilio, calcolando anche le emissioni derivanti in questo caso dall’imballaggio e dal trasporto dei beni verso centri di smistamento regionali. Il risultato è che se lo spostamento in auto di quanti vanno a scovare personalmente prodotti genuini dietro l’angolo supera i 6,7 km, i danni per l’ambiente saranno maggiori di quelli causati da un mezzo che percorre fino a 360 km rifornendo però un ampio numero di indirizzi, con emissioni per cliente che risulteranno sorprendentemente limitate. Benché nell’ultimo decennio in Gran Bretagna la spesa a domicilio, grazie a internet, abbia conosciuto un notevole incremento, gli spostamenti per gli acquisti rappresentano ancora il 5 per cento dell’uso dell’auto. Secondo Coley, è il momento di riconsiderare il tema con metodi di analisi più sofisticati, perché è troppo semplicistico stabilire cosa sia meglio o peggio per l’ambiente contando i chilometri, e ignorando la complessità dell’interazione tra metodi di produzione, ambiente stesso ed economie locali.
- Lunedì 9 Febbraio 2009
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