C’è voluto un bel po’ di tempo, ma alla fine anche YouTube ce l’ha fatta: sono finalmente arrivate le licenze Creative Commons. Uno strumento che su altri servizi (si pensi a Flickr) è stato sperimentato da tempo con buoni risultati, favorendo da una parte una migliore riutilizzo dal basso e, dall’altra, permettendo ai detentori di copyright di esplicitare meglio le proprie intenzioni.
Il paragone con Flickr finisce qui, perché YouTube per il momento sta proponendo le licenze CC solo ad un gruppo ristretto di partner (e non di default a tutti gli utenti come avviene su Flickr).
La mossa si inserisce, infatti, in un più vasto programma che per la prima volta permette ai Partner di rendere scaricabili i propri video. A che scopo? Per renderli visualizzabili anche offline (su pc o i player multimediali) e, a seconda della licenza associata, permettere di riutilizzarli (ad esempio per un mash-up). Il download può essere a pagamento (del tipo 1 dollaro per video) attraverso Google Checkout oppure gratuito, facendo appunto ricorso alle licenze Creative Commons. Tra le licenze disponibili è prevista anche quella “Public Domain” per le opere che non sono più protette da copyright.
In un primo momento, questo nuovo programma è stato aperto solo ad un gruppo ristretto di organizzazioni universitarie (Stanford, Duke, UC Berkeley, UCLA che stanno offrendo il download delle lezioni) e altri enti no-profit (khanacademy, householdhacker, pogobat).
E’ facile prevedere che in futuro il download potrà essere esteso anche ai partner commerciali, da sempre sul piede di guerra per la condivisione illegale dei video su YouTube. Difficile, invece, prevedere quanto sarà efficace questo modello di business.
Ad ogni modo, si spera che licenze Creative Commons siano presto aperte a tutti gli utenti: in questo modo si potranno tutelare anche i video-maker amatoriali ed indipendenti. Contrariamente a quello che si pensa, le licenze CC sono pensate soprattutto per proteggere meglio i diritti degli autori nel nuovo ecosistema dei media online, in cui il tradizionale istituto del copyright si rivela spesso inadeguato e limitante per la condivisione delle opere d’ingegno.
- Venerdì 13 Febbraio 2009


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