Archivio di Febbraio, 2009

Innov8 Touch: la fotocamera che telefona

Samsung-Innov8Touch_Rear

Si aggiunge alla serie Innov8 il modello M8800 che, oltre ad essere un cellulare touch screen (da 3,2 pollici), di ultima generazione, ha una fotocamera da ben 8 megapixel. Samsung ha integrato una vera e propria macchina fotografica digitale al suo interno pur mantenendo uno spessore di 13.8 mm. Le funzioni di quest’ultima sono le stesse che troviamo in quelle native e comprendono: lo stabilizzatore di immagine, il riconoscimento del viso, del sorriso e degli occhi chiusi e non solo. Sono state create quattordici diverse impostazioni, che aiutano ad avere sempre buoni scatti semplicemente scegliendo una delle icone che rappresentano l’ambiente o la situazione di scatto in cui ci si trova (ad esempi: controluce, interni, sport…). Il flash è due volte più potente rispetto a quelli presenti nei modelli di cellulare concorrenti e garantisce un’ampia copertura durante lo scatto. Per far rimanere l’obbiettivo nel profilo del telefono lo zoom 16x è solo digitale. Grazie allo stabilizzatore, regge senza sfocare sino a 10x. Foto e video si possono editare direttamente dal telefono senza l’ausilio di un computer grazie al software già installato nel Innov8 Touch.
La memoria interna da 200M (espandibile con microSD) permette di scattare sino a 47 foto alla massima risoluzione e girare circa trenta minuti di filmati da 720×240px. I menu e il software di gestione del cellulare (pur non essendo WinMobile) mantengono il design presente nel fratello maggiore: Omnia i900.

Samsung-Innov8Touch

Il Samsung Innov8 Touch è l’esempio di come la multimedialità abbia messo radici profonde nel mondo dei telefonini. La scelta di potenziare le caratteristiche della fotocamera in un cellulare di ultima generazione assicura al pubblico l’acquisto di prodotto realmente versatile. Se si pensa poi, che possa essere utilizzato pure come navigatore satellitare (grazie al GPS interno) ecco spiegato il successo ottenuto in soli tre mesi di commercializzazione. Il prezzo al pubblico rimane di 399€

Lasciate perdere la speranza: per salvare l’ambiente serve senso civico

Terra
Può suonare come una provocazione ma non lo è. Il titolo del saggio pubblicato sul numero di marzo della rivista The Ecologist non potrebbe essere più serio: Abandon Hope (abbandonate la speranza). A chiederlo sono John Vucetich, assistente alla cattedra di ecologia animale alla Michigan Technological University, e Michael Nelson, professore associato di etica ambientale alla Michigan State University. L’idea alla base dell’articolo è la seguente: sperare che prima o poi tutti si rendano conto dell’emergenza ambientale e comincino a vivere in maniera più sostenibile potrebbe fare alla causa ecologista più male che bene.

Sfatando un luogo comune, che ha preso piede negli ultimi anni e marcatamente dall’uscita del film di Al Gore in poi, gli autori sostengono che non è vero che la speranza può motivare le persone a risolvere spinosi problemi sociali e ambientali. E se la speranza è soltanto un placebo, come i due esperti sembrano suggerire, il suo contraltare pratico non è certo la disperazione, o il cinismo di chi sostiene che tanto le azioni delle persone non possono cambiare le cose. Vucetich e Nelson sostengono, al contrario, che per salvare davvero l’ambiente è necessario fare appello a una virtù intrinseca: comportarsi in maniera sostenibile perché è semplicemente la cosa giusta da fare.
Ma cosa c’è di così sbagliato nella speranza? Secondo gli autori, anni di bombardamento mediatico volto a rappresentare i problemi ambientali in maniera drammatica, sottolineando l’imminente catastrofe cui l’umanità è destinata e il senso di ineluttabile tragedia ad essa collegato, fanno a pugni con il ricorso alla speranza come sprone per una positiva risoluzione. La speranza può anzi essere controproducente: “Non ho molti motivi di vivere in maniera sostenibile se l’unica ragione per farlo è sperare in un futuro sostenibile, perché ogni messaggio che ricevo mi suggerisce che il disastro è garantito”, spiegano gli studiosi.

Siccome, insomma, i messaggi ricevuti sono altamente contraddittori, e vista la predisposizione a dubitare di quello che ci viene detto dalle autorità, si può aprire comprensibilmente la strada alla sfiducia. E di conseguenza le persone smettono di fare sforzi per vivere in maniera rispettosa dell’ambiente perché non vedono le proprie speranze di migliorare la salute del pianeta come plausibili. Per evitare il disastro, allora, c’è bisogno di dare alle persone motivazioni per vivere in maneira sostenibile che siano più razionali ed efficaci, basate sulle virtù più che sulle conseguenze. Che cosa significa questo in pratica? Che abitudini di vita ecologicamente sostenibili devono essere presentate come paragonabili a regole fondanti del vivere sociale, come la condivisione e l’aiuto reciproco, che trovano in se stesse la loro motivazione, perché rappresentano il miglior modo di vivere. Non bisogna più puntare sulla speranza di un futuro migliore, ma sulla volontà di vivere in un più roseo presente, allargando la nostra definizione di senso civico e delle regole di convivenza fino a comprendere anche i comportamenti rispettosi dell’ambiente.

Questo diverso approccio, concludono gli autori, avrebbe poi il vantaggio di spronare a comportamenti sostenibili anche coloro che non credono che ci troviamo sull’orlo di un disastro ecologico, e aiuterebbe le persone a scoprire il collegamento che esiste tra problemi ambientali e problemi sociali, una connessione che è reale ma che a molti ancora sfugge.

Cellulari accessi a bordo dei voli Ryanair

RyanairSe siete in aereo e sentite il vostro vicino discutere animatamente al cellulare, non è matto, siete solo su un volo della Ryanair. Da oggi, infatti, parte il servizio di telefonia inflight su 20 Boeing 737 della compagnia aerea low cost irlandese grazie al partner tecnologico OnAir. Stando alle parole di Michael O’Leary, amministratore delegato della Ryanair, questo sarebbe solo “il primo passo per portare la telefonia mobile a bordo della nostra intera flotta di aerei entro i prossimi 18 mesi”.

A bordo di questi velivoli i passeggeri potranno usare cellulari, portatili e smartphone per telefonare, inviare e ricevere Sms e messaggi multimediali, navigare in Internet, ma anche interagire con altri passeggeri su una rete di gaming onboard.
La telefonia inflight sarà disponibile per i clienti di 50 operatori mobili (tra cui Wind, Vodafone, e 3) agli stessi costi applicati per il traffico voce e dati in roaming, ovvero come se fosse effettuata attraverso la rete di un operatore straniero. Le tariffe saranno quindi salate: circa 50 centesimi di euro per inviare un Sms (la ricezione è gratuita), tra i 2 e i 3 euro al minuto per una chiamata, e circa 1-1,50 euro per consultare un’e-mail. La navigazione in rete, invece, avrà un costo che potrà variare tra i 10 e i 15 euro per MB di dati trasferiti.

I servizi OnAir sono disponibili, o lo saranno a breve, anche su aerei British Midland, TAP, Royal Jordanian Airlines, Oman Air, Jazeera Airlines, Kingfisher Airlines, Shenzhen Airlines e AirAsia.

Allattamento al seno, al via in Gran Bretagna il primo studio sui rischi per il neonato

Una mamma allatta il suo bambino

Negli ultimi anni abbiamo assistito a una massiccia campagna per il ritorno delle madri all’allattamento al seno dei propri bambini. Innumerevoli studi ne hanno dimostrato i benefici per il piccolo in termini di protezione da malattie e prevenzione dei più vari disturbi, obesità in testa, oltre a metterne in evidenza il ruolo chiave per la relazione tra mamma e bebè. Anche l’allattamento al seno non è però del tutto privo di rischi.

Il pericolo si chiama disidratazione ipernatremica, una patologia rara ma potenzialmente fatale, che ha luogo quando il neonato, nei primi giorni di vita, non assume una quantità sufficiente di latte, con conseguente incremento del livello di sodio nel sangue che richiede un tempestivo processo di reidratazione, per scongiurare danni cerebrali e, talvolta, la morte. Poiché non è sempre facile decifrare in tempo i sintomi di questa rischiosa condizione, nei prossimi 13 mesi i medici inglesi e irlandesi dovranno riferire ogni quattro settimane alla British Paediatric Surveillance Unit, ente attivo dal 1986 nel monitoraggio delle malattie rare pediatriche, il numero di neonati che sono stati colpiti dalla patologia. Come ha dichiarato Sam Oddie, il medico che coordinerà lo studio, solo comprendendo esattamente le dimensioni del problema sarà possibile fronteggiarlo adeguatamente, a partire da opportuni servizi di consulenza per le madri che allattano. I casi più gravi di disidratazione ipernatremica tendono infatti a coinvolgere madri alla prima gravidanza, che per comprensibili ragioni affettive, oltre che per l’enfasi che è stata posta dai pediatri sull’allattamento al seno, di solito sono altamente motivate a preferirlo a quello artificiale. Tuttavia, le prime settimane di vita del bambino sono quelle da tenere attentamente sotto controllo, per esempio con programmi sanitari di sorveglianza del peso del neonato che, se diminuisce in misura superiore al 10 per cento di quello registrato alla nascita, potrebbe segnalare che qualcosa non stia andando nel verso giusto, a causa di un apporto insufficiente di latte che in alcuni casi può anche essere dovuto all’incapacità del neonato di poppare correttamente.

Non c’è motivo di interrompere l’allattamento al seno per passare a quello artificiale, ma è bene ribadire l’importanza dell’assistenza alle mamme, soprattutto a quelle alla prima esperienza, per rendere questo compito, di per sé già faticoso, più semplice. Controllare che il bambino si attacchi al seno nel modo corretto e che si nutra in maniera adeguata rientra tra i compiti del personale dell’ospedale presso cui la donna ha partorito. Nessun timore allora nel rivolgersi alla struttura ogni volta che si ha qualche dubbio sull’allattamento e più in generale sullo stato di salute e i ritmi di crescita del bebè.

Skype e la questione delle intercettazioni

intercettazioni
Non è la prima volta che Skype finisce nel mirino di autorità e istituzioni. L’impossibilità di intercettare le chiamate VoIP è vista come una pericolosa seccatura, nonché come un concreto vantaggio nelle mani ora della criminalità organizzata, ora del terrorismo internazionale.

In questo senso, le recenti dichiarazioni del ministro Maroni, disposto a richiedere l’intervento dell’Unione europea, non sono nuove.

Nel gennaio del 2006, a puntare il dito contro Skype e altre piattaforme VoIP era stato il Communication Research Network, gruppo di lavoro fondato presso il Mit di Boston, che comprende imprenditori, esperti, policy makers ed esponenti del mondo accademico. La tesi era la simile a quella usata dal Viminale in questi giorni, ma in qualche modo più ingenua: le tecnologie proprietarie e le comunicazioni criptate, si disse, possono fornire a cybercriminali e malintenzionati una piattaforma sicura per lo spamming oppure attaccare i siti web. Da qui la necessità, sempre secondo il Communication Research Network, di mettere mano ai vari Skype e Vonage e renderli più “trasparenti”, almeno per l’occhio vigile delle cyber-polizie.

L’anno seguente, Joerg Ziercke – presidente dell’ufficio di Polizia federale tedesca – ha rilanciato: Skype crea grosse difficoltà nella lotta contro il terrorismo internazionale, disse, poiché il sistema di cifratura non è pubblico. Da qui la volontà di creare una task force con il preciso compito di mettere a punto una sorta di “spyware di stato” in grado di intercettare telefonate e chat e supportare le indagini tradizionali.

In entrambi i casi, ci siamo chiesti: tra il bisogno di tutelare la sicurezza nazionale e quello di difendere la privacy e i diritti dei cittadini, chi deve avere la meglio? Tuttavia, le dichiarazioni del Communication Research Network e della Bundespolizei tedesca generarono una serie abbastanza contenuta di risposte e prese di posizione.

Niente a che vedere con il polverone nato in un altro momento, quando si è saputo che Skype, assieme alla consociata Tom Online, controllava e “filtrava” il traffico degli utenti VoIP in Cina: la polemica divampò per giorni e lo stesso Niklas Zennstrom (fondatore assieme a Janus Friis) dovette intervenire per placare gli animi. Skype è obbligata a conformarsi alle leggi locali, disse da Londra, e quindi questa era l’unica strada percorribile in Cina. Paese che tra l’altro rappresentava all’epoca uno dei tre mercati principali di Skype, assieme a Usa e Germania.

Ora, se Skype un giorno dovesse consegnare agli inquirenti i codici necessari a decriptare i contenuti VoIP, molto probabilmente perderebbe in termini di credibilità e fiducia da parte degli utenti stessi. E fin qui siamo tutti più o meno d’accordo. Tuttavia l’arcano rimane: perché se la Cina “sorveglia” Skype subito si agita lo spettro della censura, mentre se è il civilissimo Occidente a proporre una cosa simile non ci indigniamo allo stesso modo?

S’infiamma la corsa per la particella di Dio: gli americani vicini alla scoperta?

L'acceleratore di particelle del cern a Ginevra

Il Large Hadron Collider (LHC), l’acceleratore di particelle del CERN di Ginevra, attivato per la prima volta lo scorso settembre e spento poco giorni dopo per un guasto che lo rende attualmente inutilizzabile, è stato costruito, nel corso degli ultimi 10 anni, con l’obiettivo dichiarato di dimostrare l’esistenza del Bosone di Higgs.

Quella che è stata (fantasiosamente) definita la “particella di dio”, perché spiegherebbe come mai le particelle (e quindi tutto ciò che esiste nell’Universo) abbiano una massa, è l’ultima particella mancante nel modello Standard della fisica subnucleare. Nel 1995, infatti, due gruppi separati di scienziati del Fermilab, l’acceleratore americano situato nello stato di New York, hanno “trovato” l’altra particella mancante, il Top Quark.

Secondo gli scienziati, la scoperta del Bosone, la cui esistenza è stata ipotizzata dal fisico Peter Higgs negli anni ’60 e pare essere supportata da numerose teorie matematiche, sarebbe fondamentale per capire la struttura dell’Universo e spiegare come mai esistono la materia e l’energia oscura (che compongono la maggior parte dell’Universo). Per questo sono stati investiti miliardi di euro nella costruzione dell’LHC che, in teoria, dovrebbe essere talmente potente da accelerare (e far collidere) particelle più “pesanti” (gli adroni) che danno maggiori possibilità di scoprire il Bosone.

Pare però che gli scienziati del Fermilab, ottimizzando il vecchio acceleratore a loro disposizione, possano essere in grado di dimostrare l’esistenza del Bosone entro la fine del prossimo anno. Sarebbe una beffa per gli scienziati del CERN, che al momento stanno lavorando a pieno ritmo per riattivare l’LHC ma che probabilmente non riusciranno a effettuare i primi test fino alla fine del 2009.

Tutto dipende dalle effettive dimensioni del  Bosone. Secondo le teorie matematiche la particella mancante avrebbe una massa inclusa tra 184 e 114 GeV (GeV = Gigaelectron Volt: un protone ha una massa di 0,938 GeV). Gli ultimi test realizzati escludono una massa superiore ai 170 GeV ma, più vicina la massa del bosone è a 170 GeV, maggiori sono le possibilità di successo per Fermilab: un Bosone di 150 GeV potrebbe essere scoperto entro  la fine della prossima estate, mentre se la massa fosse intorno ai 120 GeV si andrebbe fino alla fine del 2010, con la possibilità per il CERN di rientrare in corsa.

Chiaramente non è una vera gara: molti degli scienziati che lavorano ai due esperimenti sull’acceleratore Tevatron di Fermilab (CDF e DZero) lavorano anche al CERN (e viceversa) e gli USA stessi hanno contribuito con oltre mezzo miliardo di dollari alla costruzione del centro europeo. Se il Bosone venisse individuato da Fermilab, inoltre, la scoperta dovrebbe comunque essere confermata da un altro esperimento indipendente.

Il CERN, che, attraverso gli esperimenti ATALS, CMS, ALICE e LHCb, rappresenta un gigantesco salto in avanti in questo campo dal punto di vista tecnologico, sarà il centro globale della ricerca sulla fisica subnucleare nei decenni a venire e potrebbe poi utilizzare la scoperta del Bosone per portare avanti nuovi esperimenti e studi nel campo della materia e dell’energia oscura.

Altre discussioni impazzano su quanto sia realmente necessario individuare questa particella elusiva, la cui esistenza è stata teorizzata ma mai dimostrata nonostante decenni di costosissime ricerche. Grazie al Bosone, si potrebbero spiegare le teorie relative al Big Bang e all’energia oscura, mentre se la sua esistenza dovesse essere esclusa, tutta la fisica subnucleare moderna andrebbe rivista. Le applicazioni pratiche di questa scoperta sono difficili da immaginare ma, oltre a rappresentare uno dei più ambiziosi progetti di collaborazione internazionale, il CERN ha comunque già offerto molti contributi al mondo moderno in termini di tecnologie, dallo sviluppo dei supporti ottici (CD) a quello di Internet e del GRID (distributed computing).

Il giallo del telefonino scomparso a Barcellona: spionaggio o semplice furto?

Sparito. Un cellulare con il nuovo software Microsoft per telefoni, il Windows Mobile 6.5, non ancora in mercato, è stato smarrito (o rubato) durante il Mobile World Congress di Barcellona. Lì dove l’ultima novità della casa fondata da Bill Gates era stata presentata solo lunedì scorso dall’attuale presidente Steve Ballmer. La notizia arriva dall’Australia, perché australiano sarebbe il proprietario dello smartphone “in anteprima” sparito: il presidente della compagnia Telstra, Sol Trujillo. Lo riferisce l’edizione odierna del Daily Telegraph, secondo cui il cellulare sarebbe un nuovissimo Htc Touch Pro2.
Potrebbe trattarsi di un semplice smarrimento o del furto di un ladro, ma c’è anche l’ipotesi della sottrazione per spionaggio industriale: il sistema operativo, pur se già presentato, non è ancora in commercio.
“Non crediamo che questo incidente possa avere ripercussioni di nessun tipo sul lancio sul mercato di Windows Mobile 6.5″, hanno dichiarato fonti di Microsoft.

Stagione della prevenzione, a marzo visite veterinarie gratuite

Cani husky

Siamo alla quarta edizione di una iniziativa voluta dall’Associazione Nazionale Medici Veterinari Italiani (ANMVI) e da Hill’s Pet Nutrition, azienda specializzata in alimentazione di cani e gatti. Lo scopo è sensibilizzare i proprietari di questi animali domestici all’importanza di visite periodiche presso specialisti veterinari per una corretta prevenzione. Per il benessere di cani e gatti ma anche come tutela della salute pubblica.

Nelle passate stagioni c’è stato un crescendo di partecipazione da parte dei proprietari di animali. Nel 2008 erano 2500 i veterinari che hanno aderito all’iniziativa effettuando circa 10.000 visite. E se quasi il 70% degli animali esaminati è risultato in buona salute, in oltre 3.000 è stata riscontrata una patologia e 2.400 hanno iniziato un trattamento.

Collegandosi al sito Stagione della prevenzione o telefonando al numero verde 800 189 612, a partire dal primo marzo sarà possibile conoscere la lista dei veterinari che aderiscono all’iniziativa in tutta Italia.

Wired arriva in Italia e lancia la sua sfida hi tech

wired
La “bibbia” globale dell’hi tech, specializzata in tecnologie e intuizioni sul futuro prossimo venturo, sbarca in Italia con un obiettivo: vincere la difficile scommessa di integrare Internet con l’edicola, in un momento di crisi. Aggregando professionisti e appassionati di innovazione, che in Italia sono tanti ma hanno poche occasioni d’incontro e pochissimo spazio nell’informazione tradizionale. È quanto promette il direttore dell’edizione italiana di Wired, mensile di culto californiano, da oggi nelle edicole italiane con il premio Nobel Rita Levi Montalcini in copertina, proposto da Condè Nast.
“In Italia c’è tanta innovazione e molti innovatori da connettere, che non hanno forti punti di riferimento e che non conosciamo”, dice a Reuters il direttore Riccardo Lunaa. Critico nei confronti dell’informazione tradizionale, che a suo giudizio “anche per pigrizia… oscilla tra dramma, emergenza e gossip…. non si fa un’informazione seria, non noiosa e non per addetti ai lavori”, dice. Luna ricorda di quando Chris Anderson, direttore di Wired Usa e guru futurologo, ospite a Milano, gli chiese notizie di Massimo Banzi, fondatore del progetto Arduino (piattaforma open source per favorire l’integrazione tra strumenti software e hardware diversi).”Molti considerano (quello di Banzi) uno dei progetti all’avanguardia nel mondo ma nessuno in Italia sapeva chi fosse … c’è molto di innovazione e tante nicchie da connettere. E Wired può servire a questo: vorrebbe diventare bandiera dell’innovazione italiana”.Malgrado i tanti che hanno tentato di dissuaderlo, Luna è convinto che sia il momento giusto per l’esordio, perchè è proprio in momenti di crisi profonda come questo, fa capire, che si cercano risposte tentando d’immaginare il futuro, cosa che Wired si ripropone di fare.”Ovvio che la capitale mondiale dell’innovazione sia Silicon Valley. Ma noi vogliamo raccontare il mondo con occhi italiani”, afferma. Con lo stesso spirito che ha mosso Wired al suo esordio nel 1993 in California, a San Francisco, per iniziativa di un italiano, Louis Rossetto, e di Jane Metcalfe, su una strada diversa da quella delle riviste specializzate e di settore, capace di dare forza, potere e credibilità all’innovazione.INTEGRAZIONE TRA EDICOLA E INTERNET”Non è vero che chi è in Rete non va in edicola”, dice Luna. Ottimista sull’integrazione con Internet, dopo che lo spazio online (www.wewired.it) sul “conto alla rovescia” ed il lavoro in corso per realizzare la rivista ha creato una comunità, raccolto abbonati, assieme a spunti e idee su quale tipo di giornale si aspettino i lettori.La missione? “Fare come un vigile urbano: far circolare il più possibile e far andare avanti le idee migliori. Chi oggi ha capito che la tecnologia può migliorarci la vita ed anche salvare il mondo è oggi un’elite. Noi dobbiamo far diventare questi valori per tutti”, aggiunge.Tra gli obiettivi, quello di promuovere e far crescere come partner i moltissimi eventi micro e medi del settore che si organizzano in Italia, sulla scia del NextFest (www.nextfest.copm) rassegna di innovazioni che la rivista Usa promuove ogni anno.Iniziative da far conoscere ce ne sono molte, dice Luna, citando come esempio “Codice Internet” progetto per la divulgazione del web che Marco Montemagno, pioniere dei blog, sta portando nelle piazze d’Italia.Quanto a Wired ed alla stampa italiana, “quella tradizionale oscilla tra emergenze e gossip. Noi speriamo di trovare una terza linea parlando in maniera interessante e utile di cose che possono cambiare il mondo. Se abbiamo raccolto 31.000 abbonati promettendo di scrivere di scienza, tecnologia e futuro, vuol dire che c’è voglia di parlare di queste cose…”.

Arriva lo YouTube per ecografie e radiografie

Webpax

Un’intera angiografia coronarica su un paziente, dalle prime rilevazioni delle ostruzioni fino all’esito dell’intervento: è una sequenza di immagini pubblicate da WebPax, una sorta di album per ecografie e radiografie. Accessibile da qualsiasi luogo e senza occupare spazio negli scaffali. Alcune volte, infatti, è possibile ottenere una copia digitale dell’esame, su compact disc: WebPax permette di archiviarla su internet e, eventualmente, di ricevere commenti da altri utenti. Queste immagini, in genere, sono memorizzate con uno standard specifico, il dicom (Digital imaging and communication in medicine): è un formato diverso dagli scatti di una macchina fotografica digitale (il più diffuso è il jpg). WebPax, invece, risolve il problema perché permette di caricare online e guardare i file dicom. Si tratta di un progetto con differenti opportunità: costruire un archivio personale (risparmiando spazio), aiutare gli studenti nei percorsi didattici e condividere dati clinici con ricercatori in laboratori differenti. È il primo servizio ad essere accessibile direttamente dal web, ma non il primo gratuito: è possibile scaricare software con le medesime funzionalità, come Medical image viewer e Osirix (per mac).

Il futuro di Facebook

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@hobisognoditech, il blog di Guido Castellano
 
 
 
 
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