Collezionismo finito male
Esistono i collezionisti, quelli che amano allineare cianfrusaglie che reputano importanti solo per il gusto di averle, di guardarle e di spolverarle di tanto in tanto. Ci sono i sentimentali che non buttano mai via niente perché ogni oggetto rappresenta un ricordo. E poi ci sono loro: gli accaparratori. Accumulano e non buttano, proprio come molti di noi, solo che non conoscono limiti perché il loro è un disturbo ossessivo-compulsivo. In che consiste la differenza? Prima di tutto accumulano ogni sorta di cose, dai cartoni della pizza ai vecchi giornali, ciarpame che pian piano riempie le stanze delle loro case rendendole prima squallide poi straripanti e infine invivibili: tutto è ricoperto di “roba” e per vivere non restano che precari corridoi, canyon scavati tra montagne di spazzatura. Poi c’è il fatto che si rendono solo vagamente conto di aver superato il limite e sono terrorizzati all’idea di doversi liberare anche solo di una piccola parte delle cose accumulate.
Resta difficile in certi casi stabilire la linea che separa i collezionisti entusiasti dagli accaparratori ossessivi. Diventa chiaro man mano che la “passione” prende la mano al punto che la vita della persona e dei suoi famigliari diventa pesante, a volte impossibile. E in effetti questa patologia può comportare dei pericoli per chi ne soffre e per chi gli sta accanto. Banalmente le case stipate di oggetti inutili presentano un rischio più alto di incendio e tendono a diventare sporche e malsane.
James L. Abelson, esperto in disturbi d’ansia del Dipartimento di Psichiatria dell’Università del Michigan, lancia l’allarme: “le persone che soffrono di questo disturbo vanno aiutate perché rischiano di finire sepolte dalla paccottiglia che accumulano e si rifiutano di gettare via”. Il problema investe in pieno le famiglie. Non è raro che i figli di persone con questa patologia abbiano problemi nelle relazioni sociali: “provano imbarazzo, non possono invitare gli amici a casa, si ritrovano loro stessi a corto di spazio al punto che alcuni adolescenti abbandonano la famiglia”, racconta Abelson.
I ricercatori dell’Università del Michigan hanno studiato i comportamenti degli scoiattoli, che accumulano le provviste di cibo per l’inverno, e ora cercano di usare quello che hanno compreso per applicarlo a questa forma di “accaparramento umano”, in inglese “hoarding“, e alla sua neurobiologia. Il mistero alla base di questo tipo di comportamento è lo stesso che si nasconde dietro agli altri disturbi ossessivo-compulsivi (nell’insieme ne soffre il 2-3% della popolazione) che sono quasi sempre esagerazioni di comportamenti adattativi. Queste persone portano alle estreme conseguenze l’impulso di mettere da parte ciò che può servire in seguito, ma così facendo finiscono per trasformare un comportamento utile nel suo contrario: l’accaparramento diventa un ostacolo invece di costituire un aiuto.
Come si tratta un paziente con questo disturbo? L’ideale sarebbe la psicoterapia, ma perché questa funzioni, spiega Abelson, “bisogna che il paziente sia motivato”. Visto che invece spesso la persona non si rende conto della gravità del suo stato e reputa le condizioni di vita disagiate in cui vive e fa vivere i famigliari come normali, aiutarlo a uscirne non è semplice. “Quello che cerchiamo di fare allora è di alleviare il dolore e il forte stress che provoca in loro la separazione dagli oggetti accumulati”, spiega lo psichiatra. “Se ci riusciamo possiamo aiutarli a ripulire le loro case, ma è un processo difficile”.
James L. Abelson spiega la natura del disturbo e l’approccio terapeutico
- Mercoledì 11 Marzo 2009
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