I test antidoping, che tanto facilmente possono mettere a repentaglio la reputazione di qualsiasi atleta, non sarebbero sempre così attendibili. Lo sostiene uno studio pubblicato dal British Journal of Sports Medicine e coordinato grazie al supporto finanziario della Fifa da Christophe Saudan, ricercatore dello Swiss Laboratory for Doping Analyses, situato nei pressi di Losanna. Sotto accusa viene messo in particolare il test che valuta l’eventuale assunzione di farmaci che incrementano il livello di testosterone, ormone presente naturalmente nel corpo, ma ampiamente utilizzato in forma sintetica per potenziare le prestazioni sportive. I ricercatori svizzeri hanno infatti esaminato i livelli di testosterone di 171 calciatori di sei Paesi (Italia, Argentina, Giappone, Svizzera, Sudafrica e Uganda), dopo aver appositamente aggiunto degli steroidi anabolizzanti ai loro campioni di urine, le quali sono state analizzate in base ai test introdotti nel 2004 dalla World Anti-Doping Agency. Questi ultimi rilevano la quantità di testosterone in rapporto a quella di una sostanza simile, l’epitestosterone. Mentre il rapporto normale in soggetti maschili in salute è di 1:1, un rapporto testosterone/epitestosterone superiore a 4:1 è il viatico per ulteriori controlli che accertino la presenza di testosterone sintetico e quindi l’assunzione di sostanze illegali. Ma il problema finora trascurato è il gene UGT2B17, che condiziona nei diversi gruppi etnici la rapidità con la quale il testosterone viene espulso dal corpo attraverso le urine. Gli atleti asiatici possiedono molto più frequentemente di quelli bianchi e di colore una variante del gene in questione che fa sì che essi impieghino più tempo a espellere il testosterone, i cui livelli nelle urine permangono dunque bassi, a differenza degli atleti degli altri gruppi etnici che, molto più raramente protetti da questa variante, vengono perciò colti più facilmente sul fatto dai test esistenti. Benché Frederic Donze, portavoce della World Anti-Doping Agency, sostenga che l’organizzazione sia in realtà consapevole e in grado di fronteggiare il problema, Saudan auspica l’introduzione per ogni atleta di una specie di passaporto, ovvero l’uso del suo profilo metabolico individuale quale pietra di paragone per scovare anomalie sospette, come la concentrazione estremamente elevata dei globuli rossi.
- Venerdì 20 Marzo 2009
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