Archivio di Marzo, 2009

Telescopi e internet: astronomi per passione a caccia di pulsar

Se fosse un film, una straordinaria macchina da presa inquadrerebbe pulsar, stelle di neutroni e buchi neri che danzano in coppia nello spazio. La “telecamera” è Arecibo, un telescopio dal diametro di 305 metri. Ma i due partner si accompagnano con un ritmo frenetico: una pulsar è una stella di neutroni che può ruotare su se stessa anche con velocità di pochi millisecondi. La Terra, per avere un termine di paragone, impiega un giorno. Durante la danza, però, la coppia si muove in genere più lentamente: gli astronomi possono riprendere il giro completo di un partner attorno all’altro lungo fino a 50 minuti. Se la pulsar, invece, si sposta più rapidamente attorno al partner, la potenza di calcolo degli strumenti non è sufficiente per vedere i ballerini siderali. Almeno finora.

L’occhio di Arecibo può contare sulla rete di computer più vasta del mondo: quelli collegati a internet che, insieme, alimentano un megacalcolatore capace di masticare enormi quantità di dati, ma in piccole porzioni assegnate a ogni membro della rete. Come funziona? Dal laboratorio del telescopio la “pellicola” filmata da Arecibo arriva nei primi centri di sviluppo, la Cornell University e gli altri membri del consorzio Palfa. Poi passa all’Albert Einstein insitute: da qui ogni fotogramma (o parti del fotogramma, se preferite) è inviato ai volontari del progetto Einstein@home: ognuno ha messo a disposizione il proprio computer che rimastica i dati. E da alcuni giorni “gli astronomi online” contribuiscono alla ricerca di nuove coppie formate da pulsar che ruotano attorno a stelle di neutroni e buchi neri in un tempo inferiore ai 50 minuti, ma senza scendere sotto gli 11 minuti.

Einstein@home è una delle iniziative di calcolo distribuito della rete Boinc, un network che riunisce 300mila volontari nel mondo (ricercatori e appassionati) impegnati con programmi che riguardano differenti settori del mondo scientifico: chimica, fisica, astronomia, meteorologia, biologia, matematica. L’ultima scoperta permessa dal cervellone di Boinc è legata al celebre teorema di Fermat, un rompicapo irrisolto per più di trecento anni fino al 1997: le macchine collegate in rete sono riuscite a calcolare il 272esimo fattore primo della formula.

Una pulsar nella nebulosa del Granchio

Sindrome da risparmio, un nuovo malessere in tempo di crisi

Niente shopping

Destinare una bella sommetta a una spesa impulsiva può causare il ben noto “rimorso del consumatore” quello che tutti abbiamo provato almeno una volta nella vita, magari all’arrivo dell’estratto conto della carta di credito.  Ma gli psicologi Ran Kivetz della Columbia University e Anat Keinan di Harvard (Usa) assicurano che si tratta di un malessere passeggero. In una serie di studi Kivetz e Keinan hanno indagato sulla psiche di un gruppo di studenti alle prese con i compiti per le vacanze invernali. Scoprendo che, se a caldo, con il ritorno fra i banchi, molti giovani lamentavano di non aver studiato abbastanza durante la vacanza, un anno dopo il rimorso era piuttosto per i viaggi e i divertimenti mancati. Stesso discorso quando i ricercatori hanno tastato il polso degli ex alunni, alle prese con il ricordo degli anni all’università. Cosa hanno concluso allora? “La gente si sente colpevole nel confessare una predisposizione all’edonismo, ma via via che il tempo passa il senso di colpa scema. E a un certo punto accade il contrario: in pratica, ci si lamenta per i piaceri persi”, dice Kivetz.

Chi si trovasse preda dell’eterno dilemma tra la necessità di fare la formica e l’impulso a comportarsi da cicala, trova in questi studi una risposta al quesito: servono un po’ dell’una e un po’ dell’altra. Secondo Kivetz, in questa fase di recessione le formiche iperopiche stanno vivendo tempi particolarmente duri nella virtuosa missione di mettere da parte il loro denaro. E anche gli economisti li spingono a cedere a qualche stimolante sessione di shopping. “Non siate troppo duri con voi stessi - conclude lo psichiatra - certo occorre essere responsabili e continuare a tutelare il risparmio, ma è stato un inverno deprimente, e non c’è nulla di sbagliato nell’essere un po’ indulgenti con se stessi”.

E in Italia? Anche da noi risparmiare dà la depressione? Le nostre abitudini di consumo sono state a lungo diverse da quelle degli americani, da decenni abituati a spendere anche  i soldi che non hanno grazie a un massiccio ricorso al credito al consumo. “Che i consumatori si rammarichino di aver comprato è vero”, commenta Lucia Mannetti, ordinario di Psicologia sociale e di Psicologia Economica presso la Facoltà di Psicologia 2 di Roma “La Sapienza”e autrice del libro “Decisioni e rammarico“.  “Noi abbiamo fatto in passato ricerche esplorative in tal senso e abbiamo chiesto alla nostra popolazione standard di riferimento, gli studenti, di raccontarci un acquisto del quale si sono in seguito pentiti. Nelle risposte libere gli interpellati ci parlavano di prodotti comprati e non usati, rammaricandosi di averli acquistati.  E non si trattava di acquisti impulsivi, ma solo di cose rivelatesi poi inutili o inadatte di cui i ragazzi si dicevano ‘avrei anche potuto non comprarlo’ “.
Ma cosa ci spinge, anche in Italia, a spendere meno e con quali conseguenze? “Giorni fa abbiamo letto sui giornali che è diminuito anche ai Parioli (quartiere ricco di Roma n.d.r.) il consumo di carne”, racconta Mannetti. “Ora io non credo che i residenti dei Parioli non abbiamo soldi per la carne, penso piuttosto che con tutto questo parlare di crisi si crei un clima che invoglia al risparmio e dà la possibilità di dirlo. Nella società in cui viviamo non è facile ammettere che si cerca di risparmiare; trent’anni fa era la norma ora ci si vergogna. La crisi consente il ritorno a un comportamento più prudente, che peraltro è sempre stato abbastanza tipico degli italiani rispetto ad altri Paesi.”

Un caricabatterie universale per i telefoni cellulari in Europa

cellulari

I produttori di telefoni cellulari hanno tempo fino alla fine di aprile per trovare un accordo su una standardizzazione dei caricabetterie o dovranno affrontare una nuova legge volta ad evitare che i consumatori debbano sostituire i caricabetterie ogni volta che cambiano telefono. Lo ha detto ieri il corpo esecutivo della Commissione europea. “Stiamo valutando con il settore l’opportunità di siglare un accordo volontario, che sarebbe la soluzione più rapida”, ha detto un portavoce di Guenter Verheugen, commissario europeo per le Imprese e l’Industria.”Se i produttori non saranno pronti entro la fine di aprile, (Verheugen) proporrà una nuova regolamentazione. Ci concentreremo prima di tutto sui caricabatterie per i cellulari”, ha detto il portavoce.Il gruppo liberale del parlamento europeo sostiene che i consumatori non dovrebbero essere costretti a sostituire carcabartterie ancora funzionanti quando cambiano modello di cellulare.Sul mercato europeo esistono attualmente oltre 30 tipi di caricabatterie diversi. L’Associazione Gsm, un gruppo di pressione del settore, si sta muovendo per adottare un piccolo caricatore Usb come standard in tutta l’Ue, ha spiegato il partito liberale in una nota.”Questa decisione deve concretizzarsi in tempi brevi per evitare ulteriori problemi ai danni dei consumatori e dell’ambiente. La questione riguarda i telefoni cellulari, ma anche le macchine fotografiche digitali, i laptop, gli iPod e i lettori Mp3″, riporta la nota.

  • admin
  • Giovedì 26 Marzo 2009

Le emergenze del pianeta in primo piano al “G8 delle scienze”

La terra vista dallo spazio

La grande politica internazionale si apre agli scienziati del mondo. In preparazione del G8 che si terrà in Italia in luglio, l’Accademia nazionale dei Lincei, la più antica accademia scientifica del mondo, fondata nel 1603, organizza a Roma, oggi e domani, il cosiddetto “G8 delle scienze”, un vertice internazionale di tutte le accademie scientifiche dei paesi del G8, allargato a Cina, India, Messico, Brasile e Sud Africa.

“E’ un grande evento attraverso il quale gli scienziati del mondo possono trasferire le loro conoscenze ai governanti, per fornire non più solo prevalentemente previsioni, come avvenuto finora, ma anche contributi e suggerimenti operativi alle decisioni che saranno prese dai grandi della Terra sul futuro di tutti noi e del nostro pianeta”, sottolinea a Panorama.it, Lamberto Maffei vice presidente dei Lincei e coordinatore dell’incontro. E aggiunge: “I Lincei proporranno al Governo e alle altre accademie del G8 due criticità da affrontare a livello mondiale. Una del tutto nuova, i flussi migratori che tanto interessano varie parti del mondo compresa l’Europa e l’altra riguardante le nuove tecnologie e l’innovazione per la produzione e la conservazione dell’energia”. I lavori cominceranno con due riunioni in contemporanea a porte aperte, dedicate alle nuove tecnologie per l’energia e alle migrazioni. Domani la seduta sarà riservata alle delegazioni. Al termine dei lavori “saranno stilati due documenti che gli scienziati consegneranno ai capi di stato e di governo del G8 con indicate le strategie per risolvere le emergenze climatiche del pianeta” anticipa Maffei.

Nello scorso G8 tenuto in Giappone i documenti predisposti dalle Accademie delle scienze hanno riguardato il mutamento del clima terrestre in relazione alla questione energetica e il Global Health. Per la questione climatica sono stati raccomandati urgentemente la limitazione delle emissioni di gas-serra e il ricorso alle fonti pulite come nucleare, solare, idroelettrico. Nel secondo documento (Global Health) le Accademie hanno richiamato l’attenzione sulle nuove e vecchie minacce alla salute di larghe fasce della popolazione umana, in gran parte, come è noto, appartenente alle aree più svantaggiate del pianeta. Ai governanti della Terra è stato chiesto di aumentare la collaborazione internazionale nella ricerca scientifica e medica, favorendo la collaborazione pubblico-privato e assicurando il trasferimento dei risultati acquisiti a tutti, in particolare alle popolazioni dei paesi poveri che ne hanno più necessità ma che non hanno i mezzi economici per acquistare ad esempio i nuovi prodotti della ricerca farmaceutica.

Per il rischio cardiovascolare misuratevi il girocollo

Problemi di cuore
Dopo il girovita sembra che anche la circonferenza del collo fornisca preziosi elementi per determinare il rischio cardiovascolare. Questa affermazione è il risultato di una ricerca i cui esiti sono stati recentemente discussi in occasione della conferenza annuale dell’American Heart Association che si è svolta a Palm Harbor in Florida (USA).

I ricercatori che hanno svolto lo studio hanno spiegato che a fare la differenza per quanto riguarda la predizione di possibili eventi cardiovascolari sarebbero i centimetri in più della circonferenza del collo. Lo studio, effettuato su 3.300 persone con un’età media attorno ai 50 anni e una circonferenza media del collo di 40 cm per gli uomini e 32 cm per le donne, ha dimostrato che maggiore è la circonferenza del collo, maggiori sono i rischi di soffrire di colesterolo. Bastano 3 cm in più.
Secondo le ricerche degli scienziati, infatti, gli uomini avrebbero una media di 2,2 milligrammi/dl in meno di colesterolo HDL nel sangue e le donne una media di 2,7 mg/dl in meno. Questi valori si tradurrebbero in un rischio più alto di andare incontro a eventi cardiaci in quanto il colesterolo HDL, definito anche come “colesterolo buono”, esercita un effetto protettivo sull’organismo dato che  indirizza il colesterolo dai tessuti al fegato, dove viene metabolizzato.
Inoltre, una circonferenza del collo più ampia starebbe a indicare i livelli di glucosio nel sangue che risultano essere più alti di 3 mg/dl negli uomini e di 2,1 mg/dl nelle donne ogni 3 centimetri di circonferenza in più.
Queste misurazioni potrebbero essere considerate di poco valore ma in realtà, stando a quanto i ricercatori hanno spiegato, sono precisi indicatori della percentuale di grasso corporeo che si trova nella parte superiore del corpo, e che, come sappiamo, è strettamente collegata all’incidenza di disturbi cardiovascolari.

Inghilterra, Twitter e Facebook sui banchi di scuola

Studenti in classe

Il periodo vittoriano? La seconda guerra mondiale? Meglio imparare a gestire un profilo sui social-network o modificare una voce di Wikipedia.
Dall’Inghilterra arriva una proposta di riforma dell’insegnamento nelle scuole elementari che porterà una ventata di tecnologie nelle aule delle elementari. E scatenerà inevitabili polemiche.

Nel nuovo curriculum ideato da Sir Jim Rose si fa infatti esplicito riferimento allo sviluppo di competenze nel campo dei social media. Durante i cinque anni di educazione primaria, gli studenti dovranno diventare familiari con i podcast e il blogging, oltre a saper utilizzare Wikipedia e Twitter come fonte di informazione. Inoltre dovranno essere fluenti nella scrittura al computer così come nell’utilizzo di software di spelling e auto-correzione, oltre che nell’utilizzo di strumenti come Facebook e altri social network.

Non è la scuola delle 3I tante volte annunciata in Italia, ma ben di più. Perché per la prima volta viene sottolineata l’importanza di sviluppare competenze nell’area della media-education. Così come da tempo ripete lo studioso Henry Jenkins, secondo cui, se non si avvia un vasto programma di alfabetizzazione digitale, si rischia di dar vita ad una nuova forma di digital-divide, non più basata su chi ha accesso (o meno) alla banda larga, ma su chi sa utilizzare (o meno) gli strumenti online come mezzo di espressione e cittadinanza attiva.

Ovviamente la proposta ha già scatenato un fiume di polemiche, tra chi parla di “cedimento alle ultime mode di Twitter e Facebook” a chi denuncia la mancanza di “un impegno per una maggiore alfabetizzazione sulle materie importanti”.

Intanto però se ne parla. A cominciare da Twitter, dove un po’ tutti in queste ore stanno salutando Jim Rose come un eroe. Altro che l’Italia, dove i politici nostrani non sembrano ancora essere sfiorati dal problema. E, al limite, a tenere banco è il dibattito sull’importanza del 5 in condotta.

L’intelligenza? Si eredita, ma forse si potrà rinforzare con una pillola

Cervello
Intelligenti si nasce, molto più di quanto sia possibile diventarlo. La conferma arriva da uno studio pubblicato dal Journal of Neuroscience e condotto da un gruppo di ricercatori guidato dal neurologo dell’Ucla di Los Angeles Paul Thompson. Utilizzando uno scanner di tipo Hardi (high-angular resolution diffusion imaging), basato su una tecnologia che permette di ottenere immagini del cervello dalla risoluzione molto più elevata di quella possibile con la risonanza magnetica, essi hanno esaminato 46 coppie di fratelli, 23 delle quali costituite da gemelli monozigoti e altre 23 da gemelli dizigoti. Alla base della ricerca era l’idea che l’intelligenza sia fortemente condizionata dalla qualità degli assoni, prolungamenti delle cellule nervose che trasmettono i segnali attraverso il cervello. La loro integrità è influenzata dai geni, pertanto l’ereditarietà sembra svolgere un ruolo più rilevante di quanto si pensasse nel determinare di quanta intelligenza ognuno si trovi a disporre.

I geni sono ritenuti responsabili del modo più o meno funzionale in cui gli assoni risultano avvolti nella mielina, la sostanza bianca del cervello: quanto più questa è spessa, tanto più rapidamente viaggiano gli impulsi nervosi. Poiché i gemelli monozigoti condividono l’identico patrimonio genetico, mentre quelli dizigoti ne hanno in comune circa la metà, i ricercatori hanno confrontato i due gruppi per mettere in luce che l’integrità della mielina è geneticamente determinata in molte aree cerebrali che svolgono un ruolo primario nell’intelligenza: dai lobi parietali, che presiedono al ragionamento spaziale, alla logica e ai processi visivi, al corpo calloso, che collega le informazioni in arrivo da entrambi i lati del corpo.

Come spiega Thompson, se la risonanza magnetica mostra il volume dei diversi tessuti cerebrali misurando la quantità d’acqua presente, la tecnologia Hardi visualizza invece in che modo l’acqua è diffusa attraverso la sostanza bianca, che è un metodo per misurare la qualità della mielina. Se l’acqua si diffonde rapidamente in una direzione specifica, ciò significa che il cervello è dotato di connessioni molto rapide, laddove una diffusione meno specifica denota un’elaborazione più lenta degli impulsi nervosi, quindi una minore intelligenza. La reale finalità di questo studio non è stata però quella di ottenere un’immagine della prestanza mentale dei soggetti analizzati. Thompson sostiene che l’identificazione dei geni che promuovono un’elevata integrità della mielina è decisiva per la prevenzione di malattie come la sclerosi multipla e l’autismo, entrambe connesse a una sua degenerazione. Quanto alla possibilità di studiare una terapia per diventare più intelligenti, egli la ritiene lontana, ma non irrealistica.

Dal 2010 turisti nello spazio. Anche due italiani tra i prenotati

Virgin Galactic

Il 2010 sarà l’anno dei primi voli turistici suborbitali. Al Sat Expo Europe, la manifestazione dedicata ai satelliti e alle telecomunicazioni spaziali appena conclusasi a Roma, Carolyn Wincer, direttrice vendite di Virgin Galactic, ha mostrato immagini dei test in corso sulla navicella madre e commentato che è “necessario far funzionare il turismo spaziale per poter rinnovare le tecnologie spaziali del futuro”. Insomma, i voli turistici, offerti a 200 mila dollari per passeggero, diventano realtà dopo anni di annunci. E’ in corso di costruzione lo “Spaceport America”, l’aeroporto che ospiterà nel deserto del Nuovo Messico i turisti spaziali e le operazioni di volo. L’ultimazione della struttura è prevista per il 2010 e nel frattempo sono stati reclutati da Virgin Atlantic i capo piloti. Sono già arrivate oltre 250 prenotazioni con versamento di un deposito minimo del 10 per cento: tra questi, sono tre gli italiani interessati, uno dei quali ha già confermato a Virgin Galactic e due in trattative con “Your Private Italy”, l’agenzia di viaggi suborbitali che ha base a Salerno.

Per quanto riguarda i passi di avvicinamento al primo volo turistico oltre la linea di Karman (i 100 chilometri di quota internazionalmente riconosciuti come la frontiera ufficiale dello spazio), la “White Knight 2″, la navicella madre che trasporta la “Space Ship Two”, è impegnata in voli di prova. L’esemplare ha in programma il terzo volo di test la prossima settimana con l’obiettivo di raggiungere la quota di 20 mila piedi. Per quanto riguarda la “Space Ship Two”, ossia la navicella con motore a razzo che, staccandosi dall’aereo madre, porterà a 110 chilometri sei passeggeri paganti per volo, l’implementazione è prevista in autunno con il primo volo prospettato per il 2010. La White Knight 2, oltre ad essere l’aereo madre del sistema, è una piattaforma per ricerche di alta quota con due cabine in grado di ospitare personale e apparecchiature. “L’obiettivo è essere commercialmente redditizi e spingerci oltre il suborbitale, compresi i voli ipersonici per passeggeri che consentiranno di collegare, ad esempio, Londra e Sydney in 2 ore”, ha aggiunto la Wincer.

Intanto Paolo Dalla Chiara, presidente di Sat Expo Europe, annuncia “che già nel prossimo mese di aprile si svolgerà al ministero dello Sviluppo Economico la quinta edizione di Space Economy, il forum tra istituzioni e aziende del settore spaziale in Italia per fare il punto sulle ricadute economiche e le prospettive di sviluppo legate a queste tecnologie avanzate”. Una delle ipotesi in cantiere per la prossima edizione è quella di anticipare le date della manifestazione, in modo di fare di Sat Expo una sorta di vetrina-calendario di tutti gli eventi del settore che si terranno nel corso dell’anno. Un’altra ipotesi, da verificare in termini di fattibilità, è quella di una “settimana dello spazio” con due giornate istituzionali e tre per il grande pubblico.

Arriva Leko, sarà l’auto di Ikea?

pesce d’Aprile o realtà?

Così a naso sembra un gran bel pesce d’Aprile, tutto sommato manca solo una settimana alla giornata delle burle legalizzate. Se davvero così fosse “chapeau!”, tanto di cappello all’inventiva dell’azienda svedese, per dirla alla francese, visto che il progetto è infatti targato Ikea France

E se davvero nei piani di Ikea ci fosse un’auto low cost? Nel progetto della Smart non c’era infondo lo zampino di un noto produttore di orologi in plastica? Adesso mettiamo un attimo da parte le immagini che vengono subito alla mente pensando al montaggio dei mobili Ikea riferiti a un’auto: gente che torna a casa e si mette ad assemblarla pezzo per pezzo nel garage di casa con in pugno la brugola del kit, le istruzioni su carta, e circondata da sacchettini di viti e bulloni (rigorosamente in numero contato). Per sapere se si tratta di uno scherzo ben congegnato a fini di marketing o di un progetto reale, non ci resta che aspettare fino al 31 marzo quando sul sito francese dedicato alla LEKO sarà scattata l’ora X della presentazione.

Nel frattempo, chi volesse saperne di più, può ascoltare quello che racconta sul sito il designer Christophe Grasz, “incaricato dalla multinazionale svedese di progettare l’auto del futuro”. Se non ve la cavate troppo bene con il francese, vi posso dire che sarà un’auto “pratica, rispettosa dell’ambiente e accessibile a tutti” con uno sponsor d’eccezione: il WWF francese.

Tubercolosi: una sfida nei paesi in via di sviluppo che riguarda tutti

Un bambino nel villaggio di Nata

Un bambino nel villaggio di Nata

Luis Figo è un testimonial speciale: il campione portoghese di calcio è ambasciatore per la campagna contro la tubercolosi. Ma il terreno della sfida, questa volta, non è un campo di calcio: nove milioni di casi nel mondo, per la maggior parte in Asia e Africa. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), infatti, si tratta di “una malattia della povertà che si diffonde soprattutto tra gli adulti in età produttiva. La maggior parte delle vittime sono nei paesi in via di sviluppo, con più della metà delle morti in Asia”. L’obiettivo dell’onu è di dimezzare i decessi entro il 2015. Eppure le statistiche diffuse in occasione della giornata mondiale della tubercolosi, non dicono tutto: un articolo pubblicato sulla rivista Lancet evidenzia che “i tassi di successo delle terapie in molte nazioni sono ricevuti con scetticismo tra gli operatori sanitari che affrontano la tbc a livello clinico”. Pesano, infatti, le difficoltà di gestire i centri di cura (Dots) per “difficoltà nell’attuazione dei programmi, mantenimento degli standard qualitativi e raccolta di finanziamenti e risorse umane adeguati”. Anzi, Lancet sottolinea che i casi in Europa potrebbero aumentare per l’arrivo di migranti, e consiglia politiche inclusive che incoraggino “una maggiore partecipazione nei servizi sanitari da parte di gruppi di migranti difficili da raggiungere”.

Organizzazioni umanitarie e fondazioni filantropiche sono in prima linea nel trattamento della malattia e nello sviluppo di una cura. Global found, per esempio, ha investito 2 miliardi di dollari in progetti sanitari. Fondi che sono arrivati anche nel Sudan meridionale: una volontaria italiana, Lina Sala, ha ottenuto un mezzo di soccorso per raggiungere i villaggi con le medicine, dotato di radio per comunicare con l’ospedale. Eppure il batterio Mycobacterium tuberculosis, agente infettivo della tbc, diventa più difficile da contrastare: preoccupa nei paesi in via di sviluppo l’avanzata di ceppi resistenti a più farmaci (mdr, multi drug resistant) che, secondo l’Oms, riguardano il 5% dei casi. Ma cambia anche la geografia delle emergenze. Le persone con hiv hanno il 50 per cento di probabilità in più di ammalarsi di tbc: un dramma per l’Africa, come testimonia un blog, Natavillage, che raccoglie immagini e filmati da un villaggio in Botswana: nella parte meridionale del continente, infatti, il virus dell’aids arriva a contagiare in alcune aree anche più della metà della popolazione.

Luis Figo testimonial della campagna contro la tubercolosi

Il futuro di Facebook

Sopa, Megaupload e il resto Il futuro di Facebook
@hobisognoditech, il blog di Guido Castellano
 
 
 
 
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