Ricorrendo a una lugubre espressione divenuta celebre dopo l’11 settembre, Richard Teeuw, geologo a capo di un gruppo di ricercatori della britannica Università di Portsmouth, sostiene che il problema non è sapere se la minaccia da lui individuata colpirà, ma quando. In questo caso non si tratta di terrorismo di inaudita ferocia, ma di una catastrofe naturale non meno impressionante, lo tsunami. Nel cui mirino si trovano ora i Caraibi. Le indagini geomorofologiche condotte sull’isola di Dominica e confermate dalle immagini tridimensionali ottenute con Google Earth, hanno infatti condotto alla scoperta che il fianco nord del vulcano Morne aux Diables mostra segni di cedimento, dopo il quale franerebbero in mare da uno a quattro milioni di tonnellate di roccia, generando uno tsunami con onde alte fra tre e cinque metri. L’isola sotto osservazione possiede la più elevata concentrazione al mondo di vulcani potenzialmente attivi, in un’area esposta regolarmente agli uragani ed episodicamente a un’intensa attività sismica, fenomeni in grado di innescare il disastro, in tempi tuttavia estremamente imprevedibili, variabili tra una settimana e un secolo. Se si verificherà l’ipotesi migliore, Teeuw prevede di tornare sul posto la prossima estate e nel 2010 per valutare meglio l’entità del rischio, andando alla ricerca sui fondali marini delle tracce di uno tsunami che potrebbe avere avuto luogo molte migliaia di anni fa, secondo una dinamica simile a quella che rischia ora di ripetersi. Sembra probabile che a fare le spese di un nuovo e infausto evento siano soprattutto 30mila tra residenti e turisti nell’arcipelago di Guadalupa (situato circa 50 km a nord della Dominica), sulle cui spiagge le onde dello tsunami si abbatterebbero nel giro di pochi minuti, senza alcuna barriera corallina ad assorbirne almeno in parte l’energia e con scarse possibilità di avvertire tempestivamente i malcapitati di turno.
- Mercoledì 29 Aprile 2009
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