Già lo scorso dicembre l’organizzazione statunitense Committee to Protect Journalists (CPJ) ci aveva messo in guardia: il numero di blogger e web-editor dietro le sbarre è arrivato a superare quello dei colleghi della carta stampata e radio-tv. Ora, in occasione della Giornata Mondiale per la Libertà di Informazione è arrivato un nuovo report che si focalizza sui dieci paesi in cui è più pericoloso esprimere liberamente la propria opinione online.
Certo, si tratta dei soliti paesi che da anni sono sotto i riflettori delle associazioni che lottano per le libertà civili, ma è bene rilanciare le loro segnalazioni in quanto, come ha ribadito Reporters Sans Frontières nel suo ultimo studio, i metodi applicati in questi paesi si stanno rapidamentante espandendo anche nei più democratici paesi occidentali.
Per mettere a punto la classifica dei peggiori paesi CPJ ha preso in considerazione diversi criteri: innanzitutto se i blogger vengono incarcerati, subiscono minacce o attacchi; se sono vittime di auto-censura; se vengono “disconnessi” dalla rete e non possono navigare in modalità anonima; se c’è un monitoraggio delle attività degli utenti online. Elementi che sono in corso di sperimentazione quà e là nel mondo e che qualcuno vorrebbe anche “importare” in Italia in nome della sicurezza.
A guidare la “sporca decina” c’è la Birmania, paese che, dopo le ultime rivolte popolari (che proprio in rete avevano ottenuto una forte cassa di risonanza), permette di connettersi solo da internet-café pubblici, in modo da monitorare meglio i contenuti scambiati. Per i cyber-dissidenti le pene sono esagerate: il blogger Maung Thura è stato condannato a 59 anni di carcere per aver condiviso online informazioni non gradite al regime.
Dopo la Birmania, seguono:
2) Iran
3) Siria
4) Cuba
5) Arabia Saudita
6) Vietnam
7) Tunisia
8) Cina
9) Turkmenistan
10) Egitto
TECNOLOGIE A DOPPIO TAGLIO
Al di là dei controlli preventivi e dei potenti filtri per bloccare l’accesso a determinati siti, tutti questi paesi ricorrono al carcere come deterrente estremo per limitare la libertà di espressione online. “I blogger costituiscono l’avanguardia della rivoluzione informativa”, riconosce il direttore di CPJ Joel Simon, “ma i governi stanno velocemente imparando a come rivoltare la tecnologia contro i blogger attraverso censura, filtraggio, restrizione dell’accesso online e recupero di informazioni personali. Quando tutti questi strumenti falliscono, le autorità incarcerano qualche blogger per intimidire le community online”.
- Lunedì 4 Maggio 2009
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