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La guerra di Facebook è iniziata, silente e inesorabile. Da una parte gli iscritti al social network più cliccato del momento, circa 9 milioni di italiani secondo le stime. Dall’altra i datori di lavoro, le aziende, che vedono in quella finestra aperta di dialogo con vecchi compagni di scuola e potenziali fidanzate, di pensierini in libertà, una perdita di tempo e di produttività. E allora la crudele reazione si abbatte sull’evasione virtuale: zac, connessione tagliata, si arriva al mattino in ufficio e Facebook non si apre più, oscurato. Ma siccome di guerra si tratta, anche dall’altra parte ci si organizza con Blackberry, laptop, pennette, nuove identità da celare ai capi delle risorse umane.
“Non si torna indietro, non si può controllare l’incontrollabile. Le grandi banche, dove le persone sono numeri, si illudono di poter manovrare tutti dall’alto, ma è una logica vecchia. Cui corrisponde una ribellione strisciante” teorizza il sociologo Francesco Morace. E in una logica kafkiana del lavoro, in un’immagine che ricorda il film Metropolis di Fritz Lang, vengono descritte le scelte aziendali. L’Unicredit ha chiuso non solo gli accessi ai social network per i propri dipendenti, ma anche le email private. La Mediobanca ha blindato tutto, compreso il sito di gossip Dagospia. E la Carige neppure apre le porte a internet, consente di usare solo intranet, la rete interna. Dalla banca s’alza un grido di dolore, prevedibilmente anonimo: “Oggi non avere Facebook è come vietare i giornali in ufficio”.
Ora et labora anche alle Poste italiane, le prime che hanno chiuso le porte ai social network, e alla società Autostrade, dove raccontano: “Da qualche mese hanno oscurato tutto, non solo Facebook, anche siti che hanno parole chiave come sport. E così non riesci neanche a guardare l’orario della palestra”. Con quale risultato? “Chi non lavorava prima non lavora neanche adesso”.
“Social not working”, così hanno ribattezzato i fannulloni del clic in Gran Bretagna, dove secondo il settimanale Business Week i due terzi delle aziende hanno bloccato l’accesso a questi siti. “C’è poca comprensione del fenomeno e allora lo interrompono, senza tenere conto che Facebook ha alfabetizzato tecnologicamente gli italiani molto più di ogni attività governativa” tuona Michele Ficara Manganelli, presidente dell’Assodigitale e, come lui stesso dice, l’uomo più collegato d’Italia, “con 11.500 connessioni dirette in LinkedIn, 5.600 in Viadeo, 6 mila in Facebook”.
Scusi, ma non è solo una gran fatica gestire tutti questi contatti virtuali? Resta tempo per fare altro? “Chi non accetterà di farsi una propria identità digitale fra 3-4 anni sarà tagliato fuori dal mercato”. Profezia che atterrirà qualcuno, ma che non ferma la Juventus, che continua a impedire l’accesso ai propri dipendenti. Ci ripensa invece il Comune di Torino, che mesi fa era finito sui quotidiani come il primo ad avere bloccato tutto. Marcia indietro: “Se si evolve internet, perché non può evolversi anche il comune?” dicono adesso. A Napoli si può accedere solo per un’ora al giorno, divisa in periodi di 10 minuti: come piccole pause caffè. Formale la Regione Piemonte, dove non c’è una norma che vieti espressamente di visitare i social network, ma resta il divieto di usare le attrezzature d’ufficio per motivi diversi dal lavoro. E, comunque, telefoni e computer sono sempre controllabili.
Un recente studio dell’Università di Melbourne è reciso: “Le persone che navigano in internet per divertimento in orario di lavoro sono più produttive di quelle che non lo fanno, di circa il 9 per cento” afferma Brent Coker, che ha curato la ricerca. Deve esserne convinta la multinazionale dolciaria Ferrero, che lascia aperto ogni canale ai dipendenti, senza temere problemi di produttività; o l’Enel, i cui 15 mila dipendenti in Italia possono accedere anche ai siti di scommesse (purché con la propria carta di credito, s’intende).
Grandi agenzie di pubblicità come Saatchi & Saatchi o Leo Burnett ritengono i social network uno strumento di lavoro, da tenere aperto tutto il giorno. Di parere contrario un’altra famosa agenzia, la Armando Testa, dove lo scorso novembre ai creativi è arrivata una lettera che dice: “È vietato l’accesso ai siti di social network (MySpace, Second Life, Facebook etc.) per utilizzi personali. L’utilizzo per fini lavorativi sarà autorizzato dalla direzione”. Poi l’avviso: “L’agenzia si riserva di fare controlli a campione sui computer degli utenti per verificare la presenza di attività o programmi non autorizzati”.
Racconta Marco Boglione, presidente della BasicNet, società quotata in borsa proprietaria dei marchi Robe di Kappa, Superga, K-Way, Jesus Jeans, che pure non ha profilo su Facebook: “È vero, il problema esiste, si evolve e non ho la pretesa di aver trovato la soluzione, ma per adesso siamo completamente aperti. Certo passando nei corridoi e vedendo Facebook aperto m’è capitato di pensare che qualcuno ci marciava un po’. Ma poi ci siamo chiesti: non sarà colpa nostra che non sappiamo occuparli abbastanza?”.
La Telecom non ha restrizioni, la 3 Italia addirittura lancia una delle armi per vincere la guerra: il telefonino da 99 euro per connettersi a Facebook, in barba alle aziende proibizioniste. Gianluca Ventura, direttore risorse umane e organizzazione della Vodafone Italia (con profilo su Fb), racconta: “È datato ragionare se chiuderlo o meno, come se 10 anni fa avessimo vietato i cellulari ai dipendenti. Da un anno usiamo noi stessi LinkedIn, il social network dei professionisti, per cercare nuovi candidati per le assunzioni”.
In grande espansione, 23 milioni di iscritti, LinkedIn viene usato per lavorare su progetti comuni, per cercare contatti professionali. Mai data un’occhiata, invece, fra i dipendenti con il profilo su Facebook per cercare di carpire informazioni, abitudini e indole dei candidati? “Mai” è la risposta scontata, ma che non convince tanto. Ormai si sa che le risorse umane, versione contemporanea degli uffici del personale, sbirciano spesso e volentieri nei profili, reperibili su Facebook, dei dipendenti e dei candidati all’assunzione. Tanto che farsene uno pulito per il lavoro e uno occulto privato è abitudine in crescita.
Se il capo ti chiede amicizia su quello ufficiale, e poi indaga, non saprà mai se sei un fan della sculacciata o della salama da sugo. In Svizzera una dipendente di una grande assicurazione è stata licenziata perché, essendosi dichiarata malata, è stata scoperta a vagare per Facebook. Se può usare il computer può lavorare, è stata la motivazione.
“Facebook è una grandissima perdita di tempo: sa che fatica costa stare dietro alla propria identità digitale? Molta di più che occuparsi di quella reale” taglia corto Cristina Tagliabue, giornalista esperta di new media e consulente editoriale per Il Sole 24 ore. “Si rischia di cincischiare per ore e Facebook ti aiuta scientificamente a perdere tempo. Lo so per esperienza, sono arrivata a 1.200 amici e per gestirlo al minimo ci vogliono almeno 20 minuti al giorno”. All’estero gli iscritti sono di più, ma l’uso è moderato. “Da noi è la moda del momento, poi passerà e arriverà Twitter. Ma finché c’è tutti pensano che bisogna darci dentro al massimo e le aziende fanno benissimo a oscurarlo. Oggi lavorare è un privilegio, altro che Facebook”.
Sante parole per Sky, Bosch, Schindler, Honda, che hanno oscurato i network. Alla Martini, che su Facebook vanta 300 mila fan del Martini bianco, si può smanettare sul social network, “però solo nella pausa pranzo” puntualizza Paolo Cugudda, marketing manager. “Siamo un’azienda disciplinata e ci siamo dati delle regole”.
Ma, fatta la regola, trovato l’inganno. E nell’illimitato mondo della rete circolano già decine di siti che insegnano come usare il social network anche nelle aziende che lo hanno oscurato. Basta collegarsi a un sito…
- Venerdì 8 Maggio 2009


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Il 8 Maggio 2009 alle 18:01 Satelec Phone | Social not work: Facebbok distrae i dipendenti, perciò le aziende lo oscurano ha scritto:
[...] Excerpt from: Social not work: Facebbok distrae i dipendenti, perciò le aziende lo oscurano Thank you for reading this post. You can now Leave A Comment (0) or Leave A Trackback. [...]
Il 19 Maggio 2009 alle 16:33 Social network: solo un iscritto su cinque conosce i suoi amici » Panorama.it - Italia ha scritto:
[...] Solo il 56 per cento degli iscritti ai social network conosce i rischi reali che si corrono attraverso la rete internet. Una percentuale che scende al 53 per cento se si considerano esclusivamente i minorenni. Sono, tra gli altri, i dati che emergono da un’indagine, effettuata su un campione di 2.400 giovani utenti online attraverso il sito http://www.sicurezzainrete7.....15;24.org e i cui risultati sono stati presentati martedì mattina al Viminale in occasione della “Seconda settimana nazionale della sicurezza in rete 2009″, dedicata quest’anno ai social network. Solo poco più della metà degli intervistati, il 51 per cento, afferma di conoscere gli strumenti per difendere la propria privacy online, ma appena il 22 per cento del campione conosce tutti i propri amici “virtuali”. Da questi numeri, ha preso l’avvio il progetto congiunto tra Polizia postale e i social network (Facebook, MySpace, Netlog, Peoplesound, Skuola.net, Windows Live, Yahoo! YouTube e Answer) e mira a sensibilizzare gli utenti sulla protezione della privacy, il controllo della propria identità virtuale e i rischi del furto d’identità. “L’importante è fare sistema per proteggere dai rischi della rete non soltanto i giovani, ma anche le persone adulte che si confrontano per la prima volta con i social network”, sottolinea Domenico Vulpiani, Direttore del servizio di polizia postale e delle comunicazioni. “Per questo la Polizia, già presente su varie piattaforme, come Facebook e YouTube, sta mettendo appunto un accordo con Google per tutelare gli utenti dai furti d’identità”. [...]
Il 19 Maggio 2009 alle 16:37 Social network: solo un iscritto su cinque conosce i suoi amici - GREG NOTIZIE ha scritto:
[...] Solo il 56 per cento degli iscritti ai social network conosce i rischi reali che si corrono attraverso la rete internet. Una percentuale che scende al 53 per cento se si considerano esclusivamente i minorenni. Sono, tra gli altri, i dati che emergono da un’indagine, effettuata su un campione di 2.400 giovani utenti online attraverso il sito http://www.sicurezzainrete7.....15;24.org e i cui risultati sono stati presentati martedì mattina al Viminale in occasione della “Seconda settimana nazionale della sicurezza in rete 2009″, dedicata quest’anno ai social network. Solo poco più della metà degli intervistati, il 51 per cento, afferma di conoscere gli strumenti per difendere la propria privacy online, ma appena il 22 per cento del campione conosce tutti i propri amici “virtuali”. Da questi numeri, ha preso l’avvio il progetto congiunto tra Polizia postale e i social network (Facebook, MySpace, Netlog, Peoplesound, Skuola.net, Windows Live, Yahoo! YouTube e Answer) e mira a sensibilizzare gli utenti sulla protezione della privacy, il controllo della propria identità virtuale e i rischi del furto d’identità. “L’importante è fare sistema per proteggere dai rischi della rete non soltanto i giovani, ma anche le persone adulte che si confrontano per la prima volta con i social network”, sottolinea Domenico Vulpiani, Direttore del servizio di polizia postale e delle comunicazioni. “Per questo la Polizia, già presente su varie piattaforme, come Facebook e YouTube, sta mettendo appunto un accordo con Google per tutelare gli utenti dai furti d’identità”. [...]
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