Archivio di Maggio, 2009
Ad assestare il colpo forse definitivo al mito dell’uomo tutto muscoli e aggressività, utili (nelle ingenue intenzioni) a sbaragliare la concorrenza in vista del dominio sociale e della preda femminile, provvede ora l’antropologia culturale. Una ricerca coordinata da Stephen Beckerman, professore della Penn State University, pubblicata dalla rivista dell’Accademia delle scienze statunitense, conferma che una simile figura maschile sopravvive tutt’al più sugli schermi cinematografici. Nella realtà viene messa ampiamente in discussione anche al di fuori del contesto ideologico occidentale che l’ha sgretolata ormai da decenni.
La ricerca, condotta tra i Waorani, indigeni che vivono nelle foreste dell’Ecuador, ha infatti accertato che i guerrieri più aggressivi presentano indici di successo riproduttivo inferiori a quelli dei loro simili meno bellicosi: non solo la violenza non procura loro più donne e più figli, ma è anche più probabile che questi ultimi non sopravvivano abbastanza per raggiungere a loro volta l’età riproduttiva. Il risultato appare significativo soprattutto se confrontato con quanto sostenuto nel 1988 dall’antropologo Napoleon Chagnon a proposito degli Yanomamo del Venezuela, tra i quali gli uomini che partecipano a un omicidio avrebbero invece più mogli e figli di coloro che non si affermano diventando assassini.
Ricostruendo le storie di 95 guerrieri Waorani, sia vivi che deceduti, i ricercatori hanno dunque cercato di decifrare il fondamento di una ferocia che non sembra affatto procurare evidenti vantaggi. Se è vero che in entrambe le etnie la furia viene scatenata dalla vendetta, i più pacifici Yanomamo di tanto in tanto si prendono una pausa da dedicare alle necessità delle mogli e dei figli, mentre per i Waorani il casus belli può anche essere una vicenda che risale all’epoca dei nonni e, soprattutto prima dell’attività civilizzatrice svolta presso di loro dai missionari, dopo il primo contatto pacifico nel 1958, la risolutezza nell’uccidere chi portava una minaccia dall’esterno, per esempio alle risorse alimentari, veniva riservata anche a rappresentanti della loro stessa popolazione. Agli Yanomamo anche le guerre più prolungate non hanno invece impedito di crescere e moltiplicarsi per due secoli, prima degli studi di Chagnon.
Durante una maratona
Quanti di noi, almeno una volta nella vita, hanno detto: “Mi sento stanco solo a guardarti”? Sembrerebbe un modo di dire, ma ora, stando a quanto riferiscono i ricercatori del Laboratorio di elettrofisiologia cognitiva dell’Università Bicocca di Milano, in questa frase sembra esserci una validità scientifica.
Lo studio, condotto in collaborazione con l’Istituto di bioimmagini e fisiologia molecolare (Ibfm) del Cnr di Milano-Segrate e pubblicato sull’ultimo numero della rivista Plos One, descrive come ci si possa realmente stancare soltanto guardando altre persone che si cimentano in sforzi fisici.
Gli studiosi hanno valutato le registrazioni dei potenziali bioelettrici – che indicano come si svolge l’attività cerebrale – di studenti universitari di sesso sia maschile sia femminile mentre osservavano delle diapositive di persone diverse per sesso e per età impegnate in azioni dinamiche: performance atletiche, corsa, tuffi, salti eccetera. Inoltre, gli studenti hanno dovuto compiere un raffronto con altri individui ritratti, invece, in pose statiche: ragazzi che si cimentano con gli scacchi o persone che fumano una sigaretta.
“Dopo 350 millisecondi dalla presentazione dell’immagine – spiega Alice Mado Proverbio, coordinatrice dello studio –, abbiamo notato, soprattutto nel cervello maschile, un’intensa attività dei neuroni che normalmente codificano l’azione in misura molto maggiore durante l’osservazione delle immagini dinamiche rispetto a quelle statiche. Nel cervello femminile è emerso, invece, un interesse generalizzato verso tutte le figure umane e un minore effetto di differenza tra immagini denotanti sforzo muscolare intenso piuttosto che debole”.
Questa differenza di percezione in base al sesso è stata spiegata in parte dai ricercatori con un’origine biologica: essendo gli uomini dotati di un apparato muscolare più forte probabilmente possono rispecchiarsi più facilmente in modelli di persone che compiono degli sforzi muscolari.
In più, l’eventualità di attivare la corteccia motoria e premotoria responsabile dei nostri stessi movimenti semplicemente osservando altre azioni umane, può dar ragione, secondo gli studiosi, anche del perché sia così interessante osservare gli altri che si muovono. Un semplice meccanismo che scatta, per esempio, ogniqualvolta si guarda una partita di calcio.

Non per sminuirlo, ma si tratta in realtà di un ibrido, ossia di un modello in grado di ricaricare la batteria sia tramite piccoli pannelli solari sia attraverso la tradizionale alimentazione a corrente elettrica. A parte questo dettaglio, siamo comunque di fronte a un interessante passo avanti nel settore del risparmio energetico.
Prodotto dalla Sharp, il Solar Hybrid 936SH sarà commercializzato entro l’estate da Softbank, il terzo operatore mobile del Sol Levante, al prezzo di 40 mila yen (circa 300 euro al cambio attuale). Il cellulare, dotato di minuscoli pannelli fotovoltaici posizionati sul coperchio, garantisce una ricarica pari a un minuto di conversazione, o due ore in standby, per ogni dieci minuti di esposizione al sole. Almeno stando alle informazioni tecniche fornite dal gestore. Inoltre, per non sprecare neanche un raggio, il Solar Hybrid è in grado di ricaricarsi automaticamente durante l’uso all’aperto, ed è dotato di un rivestimento che lo rende completamente impermeabile all’acqua.
I malati di tumore spesso sono anche vittima di depressione. Un’inevitabile conseguenza della malattia, che spinge a formulare pensieri pessimisti e a perdere le speranze e la gioia di vivere? Lo studio su un modello animale, condotto dai ricercatori dell’Università di Chicago ha dimostrato che il legame tra tumore e depressione esiste ed è di tipo biologico. Non ci si abbandonerebbe quindi alla depressione come conseguenza delle pene patite per la malattia, ma perché proprio i tumori causano una sovrapproduzione di sostanze associate con la depressione che vengono appunto prodotto in quantità maggiori e trasmesse al cervello. E la depressione è resa ancora più probabile dal fatto che nelle persone con tumore il meccanismo di modulazione dell’impatto di simili sostanze sul cervello che normalmente avviene è inceppato. La ricerca ha anche mostrato che i tumori inducono dei cambiamenti nell’espressione genica all’interno dell’ippocampo, la parte del cervello che regola le emozioni.
La depressione è una conseguenza comune nelle persone a cui viene diagnosticato il cancro, non sapevano se fosse dovuta alla notizia della diagnosi infausta o se potesse risultare da trattamenti come la chemioterapia. Ora forse è stata identificata una terza causa. “La nostra ricerca mostra che due tipi di molecole indotte dal tumore, una secreta dal sistema immunitario e l’altra dall’asse dello stress, potrebbero essere responsabili”, ha dichiarato Leah Pyter, autrice dello studio pubblicato sulla prestigiosa rivista Proceedings of the National Academy of Sciences. “Entrambe queste sostanze sono implicate nella depressione, ma nessuna delle due è stata esaminata nel tempo nel contesto di malattie croniche come il cancro”.
Per lo studio sono stati compiuti una serie di test su 100 cavie, alcune delle quali affette da cancro, per determinare le loro risposte comportamentali in test sullo stato emotivo. Siccome i topi non hanno alcuna consapevolezza del proprio stato, era molto probabile che i cambiamenti eventualmente riscontrati nei loro comportamenti fossero il risultato di fattori puramente biologici.
Svolgendo test comunemente usati per mettere alla prova l’efficacia degli anti-depressivi, i ricercatori hanno scoperto che i topi con il tumore erano meno motivati a scappare quando sottoposti a una prova di nuoto. Erano anche meno desiderosi di bere acqua zuccherata, che di solito invece attira i topi in buona salute. Ulteriori analisi hanno mostrato che i topi malati presentavano alti livelli di citochine nel sangue e nell’ippocampo, rispetto ai topi sani. Le citochine sono prodotte dal sistema immunitario e un loro aumento è stato messo in relazione con la depressione.
Anche la produzione dell’ormone dello stess era alterata nei topi con tumore. La produzione di corticosterone, un ormone che aiuta a regolare l’impatto delle citochine, con le loro conseguenze sulla depressione, risultava ridotta. Il che rendeva ancora più importante l’effetto delle citochine e quindi spianava di fatto la strada all’insorgenza della depressione.
John Herr
Se la pillola contraccettiva è stata un’alleata determinante nella lotta per l’emancipazione della donna, cosa potrebbe succedere il giorno che il problema del controllo delle nascite fosse spostato interamente sulle spalle degli uomini? Non succederà domani, ma non siamo più così lontani da uno scenario del genere.
Andiamo per gradi. Si comincia con un kit fai-da-te per il controllo della fertilità post-vasectomia: non proprio una situazione frequentissima. Il kit è stato messo a punto da John C. Herr, direttore del Centro di ricerca sulla salute contraccettiva e riproduttiva dell’Università della Virginia e il suo funzionamento si basa su una proteina scoperta nel suo laboratorio. Questo è soltanto il primo di una linea di prodotti con marchio SpermCheck (letteralmente “controllo dello sperma”) “pensati per l’uso da parte degli uomini su entrambi i versanti dell’equazione della fertilità: quelli che non vogliono figli e quelli che invece li desiderano”, spiega l’inventore, John Herr.
Basato sugli anticorpi che si legano a SP-10, una proteina scoperta nel laboratorio di Herr, SpermCheck Vasectomy è l’unico test immunodiagnostico approvato dalla Food and Drug Administration, l’ente americano che verifica la sicurezza di farmaci e dispositivi medici e ne autorizza la vendita, per monitorare lo sperma dopo la vasectomia. L’operazione, eseguita da circa un milione mezzo di uomini ogni anno al mondo, ha lo scopo di annullare la fertilità nell’uomo, ma il suo effetto non è immediato. Dopo l’intervento servono alcuni controlli per verificare la raggiunta sterilità. Lo sperma infatti può rimanere nel tratto riproduttivo per settimane o anche mesi dopo la vasectomia, il che rende necessario il ricorso ad anti-concezionali per evitare gravidanze indesiderate, finché la conta spermatica non scende al di sotto del livello di fertilità. Sono molti però i pazienti che saltano i controlli successivi all’intervento ed è a loro che è dedicato il dispositivo messo a punto da Herr: per consentirgli di effettuare il monitoraggio comodamente a casa propria e determinare con assoluta accuratezza a partire da quando il ricorso ai contraccettivi non è più necessario.
Negli Stati Uniti il kit si può ordinare online e presso i medici che praticano la vasectomia, ma è probabile che arrivi nelle farmacie entro la fine del 2009. E nei prossimi mesi dovrebbe arrivare sulla scena anche un prodotto gemello, SpermCheck Fertility, sul quale si sono conclusi i trial clinici e che è in attesa di approvazione da parte dell’Fda. Il prodotto è simile ma il suo scopo è opposto al precedente: aiutare le coppie che non riescono ad avere figli (nel 40 per cento dei casi l’infertilità è dovuta all’uomo) a controllare in maniera facile e veloce se la causa dei loro insuccessi è attribuibile a una scarsa produzione di sperma.
Infine tenetevi forte, perché un terzo prodotto della “linea” potrebbe ben presto fare la sua comparsa sul mercato. Si chiama SpermCheck Contraception ed è un kit che sarà lanciato non appena l’Fda darà la sua approvazione alla commercializzazione di un nuovo contraccettivo per uomini attualmente in fase di test.

Una giovane di Napoli ha intenzione di fare causa a Facebook. Il motivo? Violazione della privacy. La ragazza, infatti, si sente danneggiata perché è stata appena lasciata dal fidanzato, che ha trovato sul popolare social network alcune foto di lei abbracciata a un altro. Da qui una crisi irreversibile, che ha fatto ‘scoppiare’ la coppia e l’ha portata a rivolgersi ad Aidacon, Associazione Italiana a Difesa dell’Ambiente e del Consumatore. Nelle stesse ore, invece, si è saputo che l’infermiera dell’ospedale di Udine che ha diffuso sempre su Facebook foto di alcuni pazienti è indagata dalla Procura della città friulana.
Indubbiamente la questione privacy rischia di diventare la spina nel fianco dei social network. Oggi milioni di individui possono condividere contenuti e risorse, ma mancano adeguate tutele per tutti coloro che in questa libertà digitale vedono un pericolo per il proprio diritto alla riservatezza.
Forse è il caso che ognuno di noi inizi un percorso di autotutela che – per quanto non infallibile – porti a una maggior consapevolezza nell’uso del web 2.0.
Una prima regola: non pubblicare nulla (testi, foto, video) che possa diventare fonte di imbarazzo. Non solo nell’immediato, ma anche (o soprattutto) tra qualche anno. Molto semplice, ma funziona. Sarebbe interessante far emergere altre regole utili, magari proprio dai vostri commenti.
La società di musica digitale Napster ha annunciato di aver abbassato a 5 dollari la sua tariffa d’iscrizione mensile aggiungendo download di canzoni al suo servizio di streaming in un tentativo di estendere la sua base di utenti e concorrere con iTunes di Apple .Si tratta dell’ultimo tentativo di Napster di inseguire iTunes, leader nel settore della musica digitale, e la sua prima mossa strategica da quando è stato acquisito dalla catena commerciale Best Buy lo scorso ottobre.Napster con sede a Los Angeles ha detto che gli utenti possono ora ottenere un accesso illimitato alla musica in stream dal suo archivio di sette milioni di canzoni e cinque canzoni gratis ogni mese per una tariffa di iscrizione di 5 dollari. In precedenza, la tariffa era di 12,99 dollari per il solo servizio a streaming.Napster lancerà una campagna promozionale nei 1.031 negozi Best Buy degli Stati Uniti.
- admin
- Martedì 19 Maggio 2009
Una telecamera di sorveglianza
L’occhio del Grande fratello elettronico non scoraggia i criminali. Soprattutto se a osservare strade, edifici e piazze sono gli obiettivi di una telecamera. Una ricerca dell’università di Cambridge ha rilevato che i circuiti di sorveglianza non sono un deterrente efficace contro i crimini. Ottengono, invece, risultati tangibili per i furti d’auto nei parcheggi, soprattutto se l’illuminazione è stata potenziata e sono presenti guardie nelle vicinanze. Anzi, proprio nella cittadina universitaria di Cambridge, i ricercatori hanno osservato che la presenza di telecamere non ha avuto effetti sulle infrazioni della legge, ma ha portato a un aumento delle denunce.
Lo studio, pubblicato da quotidiani inglesi come il Guardian e il Daily mail, è un’analisi di 44 ricerche condotte negli ultimi 15 anni per capire l’impatto delle telecamere nella prevenzione dei crimini: un tema di dibattito molto sentito in Gran Bretagna, dove sono installati 4 milioni di occhi elettronici. Proprio in Inghilterra è ambientato il libro di George Orwell “1984″: un racconto di fantascienza in cui l’autore inglese immagina una società in cui la privacy è annullata dal controllo continuo di un “Big Brother”. Secondo alcune stime, l’investimento complessivo per l’acquisto delle tecnologie a circuito chiuso per la sorveglianza è stato di circa 500 milioni di sterline negli ultimi anni. Somme di denaro che, secondo alcuni rappresentanti della Camera dei Lord, potevano essere destinate alle forze di polizia o a potenziare gli impianti di illuminazione nelle zone più a rischio.
La concorrenza nel settore farmaceutico è sempre più forte: nello sviluppo dei nuovi prodotti si investe il doppio rispetto a 10 anni fa, ma in commercio c’è il 40 per cento di farmaci in meno e 5 aziende realizzano da sole oltre il 10 per cento dei ricavi da prodotti importanti lanciati negli ultimi 5 anni. Questi i dati emersi dal rapporto “Pharma 2020: the vision” di PriceWaterhouseCoopers, realizzato nel 2007, ma aggiornato al 2009 grazie ai risultati ancora più positivi, rispetto alle previsioni, dei grandi “player” di Big Pharma. Complice anche la nuova influenza, che ha fatto schizzare verso l’alto i titoli dei produttori dei farmaci antivirali. Secondo il report, entro il 2020 il fatturato mondiale raddoppierà dagli attuali 600 a 1.200 miliardi di dollari. A guidare questa spinta saranno l’ingresso nel mercato di paesi come India e Cina e l’invecchiamento della popolazione, che comporta l’aumento del consumo di medicinali.
Le cure preventive, si legge nello studio, rappresentano un’enorme opportunità sia per i medici che per l’industria farmaceutica. Attualmente soltanto il 3 per cento della spesa in salute nei paesi Ocse è riferibile all’attività di prevenzione, ma l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) sostiene che l’80 per cento di infarti, disturbi cardiaci e diabetici e il 40 per cento dei tumori potrebbero essere evitati con cure preventive. Lo scenario assume contorni futuribili: i farmaci da banco saranno venduti ai distributori automatici e il rilascio delle prescrizioni per i farmaci primari sarà completamente automatizzato. I pazienti riceveranno le ricette nella propria e-mail e potranno girarle a una farmacia online, che controllerà la loro identità e invierà i medicinali all’indirizzo indicato. “L’attuale modello di business delle imprese farmaceutiche deve adattarsi alle nuove esigenze del mercato, ma è necessaria una stretta collaborazione fra i gruppi che concorrono alla fornitura dei servizi sanitari”, è scritto. In pratica, le imprese che riusciranno ad assestarsi ce la faranno, le altre sono destinate a lasciare il mercato.
Wolfram Alpha
Chi si aspetta una rivoluzione rispetto a Google resterà deluso. Il nuovo motore di ricerca Wolfram Alfa fa la differenza soprattutto nel modo di presentare i risultati: non rovista nel web per trovare i link migliori per soddisfare le domande degli utenti, ma mostra le risposte con tabelle e grafici. Eppure, a ben guardare, è questa marcia in più che lo rende prezioso per sintetizzare con un solo colpo d’occhio informazioni che, altrimenti, sarebbero difficilmente accessibili in modo rapido. Per esempio, se chiedete a Wolfram Alpha di calcolare un volo da San Francisco a Tokyo, vi mostrerà una mappamondo e dati sugli abitanti delle due città. Si tratta di un esempio semplice: immaginate quando sarà possibile confrontare sequenze di dna, le statistiche di due nazioni o altre immense moli di dati. Il lancio ufficiale è previsto per lunedi, ma già da oggi inizierà a essere disponibile per un pubblico limitato. Dietro l’innovativo progetto di ricerca c’è il dottor Stephen Wolfram: una carriera brillante con dottorato in fisica (a 20 anni) e lo sviluppo di un software, Mathematica, utilizzato da fisici, biologici e statistici.
Non è la prima volta che viene annunciato un motore di ricerca “più intelligente” di Google. Ma gli esperimenti finora non sono stati un successo. Powerset, lanciato l’anno scorso e acquistato da Microsoft, ha ancora strada da fare. E Cuil è stato un fiasco: annunciato come una rivoluzione, è finito in pochi mesi tra gli oggetti d’archeologia del web, insieme con Wikia Search, il motore di ricerca di Wikipedia che voleva sviluppare formule matematiche innovative grazie al contributo degli utenti. Secondo l’Economist, la banca dati di Wolfram contiene tra i dieci e i 20 miliardi di dati: al progetto hanno lavorato per sette anni 200 persone. Il fratello “secchione” di Google, inoltre, può contare su una potenza di calcolo enorme messa a disposizione dal supercomputer Dell, capace di circa 40 mila miliardi di operazioni al secondo.