Archivio di Luglio, 2009
Si è detto l’altro giorno della prevedibile difficoltà di Microsoft di aggredire il dominio di mercato di Google, a partire dalle ricerche sul Web, anche dopo l’accordo con Yahoo.
Sottolinea il fatto la “chart of the day” di ieri (30 luglio 2009) di Silicon Alley Insider, che riproduco qui sotto (i dati sono di ComScore).

In Italia ComScore attribuisce a Google oltre l’85% delle ricerche; oltre l’80% in Germania e Brasile, quasi l’80% nel Regno Unito. Al confronto, negli Stati Uniti la quota di Google appare minore: poco meno del 60%.
Insomma, i numeri per Microsoft e per il suo Bing non sono incoraggianti.
[Via Silicon Alley Insider]

-Bing, il motore di ricerca di Microsoft (nella foto il Ceo Steve Ballmer) sarà anche il motore di ricerca di Yahoo (nella foto la Ceo Carol Bartz). Sia per la parte dei risultati normali (quelli che in gergo si chiamano “organic”) sia per la parte dei risultati a pagamento, i link sponsorizzati (corrispondenti alle adwords di Google).
-Bing però utilizzerà una parte delle tecnologie di search Yahoo.
-Yahoo fornirà alla partnership la forza vendita per i contratti di pubblicità con i grandi clienti.
-La piattaforma AdCenter di Microsoft verrà invece usata dalle due aziende per la gestione delle pubblicità dei piccoli clienti, quelle in automatico, in pratica: in modalità self service da parte degli utenti.
-L’accordo fra Microsoft e Yahoo durerà 10 anni.
Alcuni dati:
Le stime delle quote di mercato nelle ricerche sul Web attribuiscono a Google attorno al 60 - 65%;
a Yahoo circa il 20% e a Microsoft qualcosa meno del 10%. (ComScore è la società di ricerche più accreditata, anche se i dati raccolti si riferiscono soprattutto alle ricerche sui motori che privilegiano l’inglese).
Diciamo che Microsoft Bing dovrebbe ora raggiungre almeno il 30% del mercato.
Dunque: la partita delle ricerche si gioca solo fra Google e Microsoft (come si sospettava da tempo).
Per Microsoft si tratta di un colpo significativo, coerente con il tentativo di alimentare il suo “ecosistema” su Internet che dovrebbe provare a competere con la macchina perfetta di Google:
insomma, si tratta di portare più utenti nei rispettivi ambiti per generare traffico legato alla ricerca e alla visualizzazione dei risultati a pagamento.
Resta da dire che la forza dell’ecosistema di Google appare ancora di tale portata che è difficile prevedere una minaccia veramente preoccupante proveniente da Bing. Per ora almeno.
Per analisi e approfondimenti:
Mashable
All Things Digital
BusinessWeek
Economist
Il Sole24 Ore
Mytech
Punti di vista, in tempo reale
FriendFeed
Twitter
Il cd non sarà più un disco, ma un rettangolo. Anzi, sarà un display di 10 pollici in grado di collegarsi a internet: per scegliere un brano basterà toccare lo schermo con un dito. Il display, poi, mostrerà anche le pagine di libri da sfogliare sfiorandone la superficie.
Dopo l’ipod e l’iphone, Steve Jobs vuole stupire ancora con un dispositivo portatile grande quanto un quaderno: il nome provvisorio è Apple tablet.
Secondo il Financial Times, Jobs è in trattativa con quattro major discografiche: Emi, Sony Bmg, Warner music e Universal music.
Apple Tablet, quindi, sarà in grado di riprodurre canzoni e documenti di testo: la sfida da affrontare è un “paradosso digitale” che riguarda la musica e l’editoria.
Se le vendite di compact disc diminuiscono, l’ascolto di canzoni è in aumento: una ricerca di Prsformusic mostra che in Gran Bretagna l’acquisto di supporti fisici si è ridotto del 10 per cento, ma i biglietti staccati per i concerti hanno segnato una crescita del 13 per cento (qui lo studio). Se le vendite di quotidiani e settimanali calano, il pubblico che cerca informazioni online è in aumento: l’incremento della circolazione globale è del 2,7 per cento.
L’arrivo dell’ultimo dispositivo della Apple è anche un campanello d’allarme per Amazon, la libreria online che ha lanciato negli Stati Uniti i lettori digitali Kindle (in tre versioni: la più grande, Kindle Dx, è grande quanto la pagina di un quotidiano tabloid).
Jobs potrebbe rubare la scena a Jeff Bezos, fondatore di Amazon, che finora si è proposto come salvatore dal declino dei giornali. Anche se ultimamente ha fatto qualche gaffe: senza avvisare gli utenti di Kindle, sono “scomparse” dai lettori digitali le copie di 1984 e della Fattoria degli animali, scritto da George Orwell.
Un’operazione resa necessaria per problemi con gli editori dei volumi. In poche ore, però, il venditore di libri online è stato sommerso da una valanga di proteste e Bezos si è dovuto scusare.
Il braccio di ferro tra Apple e Amazon, però, non chiude affatto i giochi. Perché altri hanno deciso di entrare in campo. Come la blasonata libreria Barnes&Nobles, finora quasi assente dalla compravendita su internet: ha riaperto i suoi scaffali di ebook (gratuiti, grazie a un accordo con Google, e a pagamento) con l’obiettivo di lanciare un proprio ereader l’anno prossimo, prodotto da Plastic Logic.
Sulle orme degli antichi librai inglesi c’è anche Mike Arrington, il fondatore di Techcrunch (un gruppo di blog specializzati in hitech): ha annunciato una “web tablet”, una sorta di palmare ultrasottile (16 millimetri) per navigare sul web chiamato (forse con poca fantasia) Crunchpad. La società per produrlo è stata costituita con sede a Singapore.
Ma non sarà facile sfondare in mercato sempre più affollato. Dove si sono aggiunte di recente con nuovi modelli Samsung (Papyrus) e Sony (Prs). Le frontiere, però, non sono aperte: Kindle di Amazon utilizza un formato proprietario per i suoi ebook (azw) che non può essere letto da altri. E non tutti i lettori in commercio sono in grado di aprire file in pdf.
Negli ultimi mesi l’offerta di ebook gratuiti è aumentata: la World ebook fair collection, per esempio, permette di trovarne 2,5 milioni. Ma per scoprire copie da leggere può essere interessante una visita tra gli archivi del progetto Gutenberg (in italiano) o il motore di ricerca Pdf search engine. Ad alimentare il mercato contribuiscono alcune iniziative per la scansione di volumi in pubblico dominio delle biblioteche.
L’internet archive, finanziato da un’organizzazione non profit, ha 19 centri nel mondo che “copiano” in digitale circa mille volumi al giorno. E Google ha preso accordi con istituzioni per la scansione dei libri.
Ma per il gigante di Mountain View resta una questione aperta non da poco: Google, infatti, vorrebbe pagare una cifra una tantum per l’acquisto dei diritti d’autore di alcuni volumi ottenuti dalle biblioteche. Gli scrittori, però, non sembrano intenzionati a rinunciare ai guadagni derivanti dalla pubblicazione online delle loro opere. Sarà il tribunale a decidere.
Sono appena tornata da Londra dove ero ospite di una coppia di professionisti. Vivono in una bella e piccola casa nello stupendo quartiere di Greenwich, circondati da una natura rigogliosa, a due passi da un enorme parco tenuto alla perfezione.
Manco a dirlo fanno la raccolta differenziata dei rifiuti. Pur nello spazio limitato della loro cucina, i due coraggiosi cittadini eco-responsabili hanno trovato posto per diversi cestini: quello per tutti i rifiuti organici, buoni per il compostaggio, quelli per vetro, plastica, alluminio e carta, quello per la spazzatura irrecuperabile.
Sembra piuttosto facile all’inizio, ma ben presto capisco che sto commettendo degli errori. La carta va nel cestino dei riciclabili, ma non quando è sporca (scottex usati). Il sacchetto nuovo con cui voglio sostituire quello pieno di bottiglie non è del colore giusto: se metto il vetro nel sacchetto del colore sbagliato non verrà riciclato. Insomma la raccolta differenziata fatta bene richiede non solo una discreta disponibilità di spazio ma anche una notevole disciplina.
Qui tutti sembrano attentissimi al problema dei rifiuti, eppure è in atto una campagna di sensibilizzazione dei londinesi che a quanto pare comprano sempre più roba usa e getta e quindi producono una quantità di rifiuti insostenibile: dovrebbero riciclare tre volte di più.
Tornata a casa comincio a chiedermi quanta della plastica e del vetro che separo dal resto della spazzatura approdi effettivamente a una nuova vita, dal momento che, anche a essere estremamente scrupolosi, basta dare un’occhiata alle campane in cui si rovesciano bottiglie e flaconi per capire che i miei concittadini spesso non lo sono affatto. Lo sapete che bisogna togliere il coperchio in latta dalle bottiglie di salsa per poter davvero riciclare il vetro? E che bisogna anche sciacquare le medesime bottiglie e non rovesciarle sporche di sugo nel cassonetto?
Okay, non siamo dei riciclatori perfetti, del resto non è che sul tema le informazioni abbondino: forse qualcuno dovrebbe spiegarci una volta per tutte come fare, magari con dei cartelli posti sopra alle campane, in modo che se uno si sbaglia una volta poi non si sbaglia più.
E se negli Stati Uniti c’è chi segue il percorso dei rifiuti con l’aiuto della tecnologia, in Germania la raccolta è ancor più mirata. Qui il vetro non viene genericamente scaricato nel bidone “Vetro”, bensì diviso in vetro verde, marrone e trasparente. Sono talmente avanti che possono permettersi di badare anche all’estetica.
Ma se da noi i rifiuti non riusciamo ancora a separarli efficacemente e mancano del tutto dati sul loro effettivo recupero e riuso, non potremmo almeno cominciare a ridurli? Forse incoraggerebbe a farlo un sistema di tassazione che non calcolasse l’importo da versare per la raccolta dei rifiuti basandosi sui metri quadrati dell’appartamento di residenza bensì su parametri un po’ più affidabili, come il numero degli abitanti. Se vivo da sola in una casa grande pagherò comunque molto: che interesse ho a produrre meno rifiuti?
“Perché pagare di più per un’offerta più ampia? I consumatori preferiscono spendere una cifra inferiore per un oggetto che fa le stesse cose”: così il settimanale inglese Economist ha spiegato il successo dei netbook, computer portatali grandi quanto un quaderno che vanno a ruba nei negozi. E hanno cambiato le abitudini dei consumatori. Ma potrebbe non essere un caso isolato.
Con TivùSat arriva la prima piattaforma satellitare gratuita in Italia: a lanciarla sono le tre sorelle italiane della televisione (Rai e Mediaset che controllano ciascuna il 48,25 per cento e La7 con il 3,5 per cento). Sky non sarà più l’unico protagonista sul mercato. E il suo rivale non farà pagare abbonamenti.
L’obiettivo dichiarato di Tivùsat è di raggiungere la popolazione dove il digitale terrestre (la nuova tecnologia che in Sardegna ha già sostituito integralmente le trasmissioni analogiche) non arriva: il satellite, infatti, garantisce una copertura completa del territorio. Consentendo l’accesso ai nuovi canali italiani e stranieri.
L’offerta del bouquet è in continua crescita. Al momento è noto che a partire dal 31 luglio, infatti, saranno ricevibili otto canali Rai (Rai uno, Rai due, Rai tre, Rai, gulp, Rai news 24, Rai sport più, Rai storia), tre Mediaset (Rete 4, Canale 5, Italia uno), uno di Telecom (La7), cinque indipendenti (Iris, Mediashopping, Class news, Sat 2000, K2 kids) e nove dagli altri paesi dell’Unione europea (Euronews, France 24, Bbc world news, Tve international, Canal 24 horas, Arte, Deutsche welle, Zdf, Ard).
Cosa cambia?. Chi già utilizza il digitale terrestre (o ha ancora il sistema tradizionale analogico), se vuole vedere TivùSat, dovrà acquistare una parabola e un decoder: il dispositivo avrà un costo base di 99 euro.
È inoltre necessario dotarsi di una smartcard: per attivarla bisogna chiamare il numero unico 199.309.409 (al costo di 14,26 centesimi di euro al minuto, Iva inclusa).
Per adesso, la differenza rispetto al digitale terrestre è soprattutto nella possibilità di guardare le emittenti straniere (tranne Bbc world news, già disponibile).
Chi, invece, ha già una parabola installata dovrà acquistare comunque il decoder. La maggior parte dei canali di TivùSat, comunque, sono già trasmessi in chiaro, come mostra la guida per Hotbird 6.In particolare, le reti Rai adesso sono accessibili su tre piattaforme: TivùSat, Sky e Fta (Free to air, cioè in chiaro).
Restano differenti le strategie per internet. I canali Rai sono disponibili in diretta sul sito dell’emittente pubblica.
Mediaset è più cauta: l’azienda ha annunciato dall’anno prossimo il lancio della “televisione del giorno dopo”: sul web si potranno vedere i filmati delle trasmissioni andate in onda nelle 24 ore precedenti.
Ma l’offerta dei canali su internet è più ampia di quella satellitare: basta andare sul sito WWitv per trovare uno sterminato elenco di canali da tutto il mondo visibili gratutitamente.
E dagli Stati Uniti si moltiplicano i progetti di televisioni che utilizzano la tecnologia peer to peer (come, per esempio, BitTorrent per le trasmissioni televisive).
Guardare gratis la televisione sul satellite. Nella guida per Hotbird 6 sono evidenziati in bianco i canali fruibili senza costi: per l’Italia, TivùSat è identificata dal sistema Mediaguard (fornito dalla svizzera Kudelski, l’azienda che inventato gli storici registratori Nagra). Sky utilizza Videoguard con la codifica di Nds.
Cina e India sono le nazioni più popolate del mondo: adesso sono arrivate entrambe ai vertici delle classifiche internazionali degli utenti di cellulari.
Nel mondo una persona su quattro che chiama usando la rete mobile vive nelle due nazioni asiatiche. La telefonia, insomma, rispecchia la demografia globale: più cellulari negli Stati più popolati.
Finora, invece, erano le nazioni sviluppate a guidare gli elenchi planetari. Come mostra una mappa dove Stati Uniti ed Europa occupano molto più spazio di altre regioni per l’uso di telefonini.
Negli ultimi anni sono crollati i prezzi dei cellulari e le reti di telefonia mobile si sono diffuse anche nelle nazioni emergenti. Anche se a macchia di leopardo.
E, talvolta, scontano problemi di congestione.
L’India è un’area a cui guardano tutti con interesse: dalla Norvegia la multinazionale delle telecomunicazioni Telenor investe nei network di cellulari. Ma è preoccupata per il sovraffollamento delle linee.
All’epoca dello tsunami che investe l’economia globale, il risveglio dell’Asia è testimoniato dalla rapida moltiplicazione degli utenti in Indonesia e Vietnam: decine di milioni ogni anno acquistano un telefonino per la prima volta. Ed è appena l’inizio.
Internet, invece, mostra ancora profonde differenze tra le regioni del mondo. Guardando la mappa di Akamai, si vede che il traffico online è concentrato soprattutto in Europa e negli Stati Uniti.
Anzi, a ben guardare, negli Usa è la costa che affaccia sull’Atlantico la più affollata da comunicazioni sul web.
Ma le ora di punta, è bene ricordarlo, dipendono dall’orario in cui si guarda la cartina e, spesso, corrispondono al periodo di attività degli uffici.
Dovunque, poi, è possibile cadere in buchi neri: inviare una mail che ritorna indietro perché il destinatario non è raggiungibile.
Se è un problema che dura per ore, può darsi che si tratti proprio di un buco nero: un nodo della rete che è spento, danneggiato o non raggiungibile.
All’università di Washington hanno deciso di mappare tutti i buchi neri grazie alle segnalazioni degli utenti: si chiama Hubble. Il risultato è una piccola costellazione che rivela i vicoli ciechi della rete.
Cina e India sono i due mercati più grandi del mondo di telefonia mobile.

Come sarebbe la Luna oggi, se ci tornassimo avendo a disposizione le tecnologie di Internet e del Web 2.0?
Twitter, Google Moon, la Nasa…
Sarebbe insomma tutta un’altra storia?
Se lo chiedono e provano a rispondere su Mytech.
I riflettori dei mass media sull’Iran si sono appena spenti. Ma la vicina Turchia non è da meno, anche se passa inosservata: un tribunale ha deciso di impedire l’accesso al servizio i Google per costruire siti (Google sites). Vita dura, inoltre, per chi scrive sui blog: la piattaforma editoriale Wordpress è stata bloccata. YouTube è ormai oscurato da due anni.
Eppure perfino il premier Erdogan ha dichiarato di sapere come aggirare i filtri su internet per vedere i filmati online. Il caso di YouTube, infatti, è emblematico: due anni fa utenti greci hanno pubblicato alcuni video che mostravano immagini coloratissime del fondatore della patria, Mustafà Kemal (detto “Ataturk”, il padre dei turchi), con la musica dei Village people in sottofondo. Un’ironia che non è stata gradita per nulla a Ankara.
E il tribunale ha impedito l’accesso al sito di videosharing. Poi ha rimosso il bando dopo l’eliminazione dei video dalla versione nazionale di YouTube, ma ha chiesto a Google di impedire la visione dei filmati incriminati in tutto il mondo. Richiesta rimandata al mittente da Moutain View. E adesso gli utenti sono diventati esperti nell’uso di strade alternative (come i proxy server) per evitare le maglie della censura.
Diventerà una nazione di hacker?Se In Iran il blocco parziale delle comunicazioni sul web è stato quasi immediato, la Turchia assiste a un lento restringimento degli spazi di espressione in rete: allo stesso tempo, gli utenti diventano più esperti e tenaci nell’aggiornamento delle restrizioni.
I divieti della libera navigazione su internet sono un segnale di richiamo per la mobilitazione dei blogger. Secondo alcune stime sarebbero 2mila i siti oscurati in Turchia negli ultimi due anni.
E fioriscono gruppi di attivisti come “SansureSansur” che lanciano campagne online per richiamare l’attenzione dei navigatori.
Guardiamo ai fatti prima di tutto: Microsoft propone agli utenti della rete una versione leggera online e gratuita di Office: Office Web Apps.
E questa è un’ottima cosa, soprattutto per chi è affezionato a Office.
Per intenderci, Office Web Apps diventa un concorrente diretto di Google Docs (di Google Docs ho raccontato i meriti un paio di settimane fa) e dovrebbe agevolare gli utenti che vogliono lavorare online senza tenersi programmi sul proprio pc.
Ancora non si sa con precisione che cosa offrirà Office Web Apps - annunciato contestualmente alla nuova versione delle applicazioni Office 2010 - salvo il fatto che avrà il wordprocessor, lo spreadsheet, l’applicazione per le presentazioni e quella per le annotazioni.
Viene da pensare che queste applicazioni online potrebbero essere anche migliori di quelle di Google. O, se non vogliamo azzardare, che sarà più semplice interagire fra le Web Apps e Office, cosa che a Google Docs ancora non riesce benissimo.
Come spiegare la mossa di Microsoft?
La spiegazione più sensata è:
- Microsoft vede come pericolosa la concorrenza di Google Docs, quindi preferisce provare a tenersi nella propria sfera di influenza gli utenti, offrendo anche online un’esperienza di lavoro con le applicazioni, simile a quella che hanno offline, con Office.
Va tenuto presente che i ricavi di Microsoft provenienti dal business di Office (e di qualche altra applicazione usata nelle aziende) sono di 14,3 miliardi di dollari con profitti pari a 9,3 miliardi di dollari.
- Microsoft vuole portare traffico Internet nel suo “ecosistema” legato a Bing, il motore di ricerca da poco rinnovato e del quale si dicono cose piuttosto buone.
Portare traffico nell’area di Bing significa però provare a imitirare il formidabile modello di business di Google: più persone stanno on line più viene alimentato il processo virtuoso di visualizzazione e (quindi) vendita dei micro annunci, AdWords. Questa macchina da soldi che Steven Levy ci ha raccontato nel dettaglio qualche settimana fa su Wired.
Ma questo è proprio il punto: con Bing, Microsoft cerca di entrare nel mondo dominato quasi senza contrasto da Google; cerca di riprodurre quel modello di business. Ma con quali possibilità di successo?
Per Google d’altra parte, Google Docs non rappresenta un tentativo di minacciare Microsoft nel suo ecosistema; significa invece contribuire a far restare più utenti dentro la rete, a usare ancora di più il suo motore di ricerca e quindi ad arrivare con buona probabilità sulle pagine su cui la stessa Google porta AdWords. Google Docs è piuttosto coerente con il business di Google. Office online poco con quello di Microsoft. Almeno per ora.
Un cellulare trasparente. Arriva da Lg, con il GD900 Crystal.
E’ un touch-phone in cui la tastiera c’è ma non si vede. Sotto il display touchscreen da 3 pollici (800 x 480 pixel la risoluzione) c’è quella che Lg ha ribattezzato Crystal Touchpad, una tastiera a scorrimento in vetro temperato che a riposo si presenta totalmente trasparente, ma che una volta sfoderata si retroillumina di blu mettendo in mostra i caratteri alfanumerici.
Il bello è che la tastiera trasparente del nuovo GD900 Crystal è pure sensibile al tatto.
[Mytech]
Gli ultimi commenti