A cosa ci serve oggi la Luna?

luna
Di Daniela Mattalia
Perché era lì, bella, lucente e rotonda come una mela cosmica. Impossibile non coglierla. Perché conquistarla avrebbe sancito la supremazia della specie umana: saremo anche dei primati, ma quale altra scimmia è capace di costruirsi un razzo e sbarcare, dopo 3 giorni, sulla Luna? Perché, infine, se non l’avessero calpestata per primi gli americani lo avrebbero fatto i russi, e questo, ai tempi della guerra fredda, era impensabile. Perché, soprattutto, era un sogno dell’uomo, e come tale andava realizzato. Lo fecero altri 18 astronauti, in sei missioni dopo l’Apollo 11. Le gite lunari terminarono nel 1972, con l’Apollo 17. I fondi scarseggiavano, la guerra in Vietnam non permetteva divagazioni spaziali. Il satellite diventò un vecchio lampadario cosmico, un po’ polveroso.

Oggi, a 40 anni di distanza, che cosa ne facciamo della Luna? Al di là delle celebrazioni, dei ricordi, della comprensibile retorica intorno a quella che fu la più entusiasmante impresa umana di ogni tempo, cosa resta di quella notte che tenne il mondo con il fiato sospeso?
“Avevo 26 anni, mi ero laureato da poco, rimasi alzato tutta la notte con grande entusiasmo e senso di fiducia” rievoca Marcello Fulchignoni, docente di astrofisica all’Università Paris-Diderot. “Le ricadute furono emotive, politiche, strategiche. Dal punto di vista scientifico meno, per esplorare la Luna sarebbero bastate, e tutt’oggi bastano, sonde robotiche. Ma le ricadute economica e tecnologica furono immense”.
Qualche esempio? I computer e i telefonini cellulari sono nati dai semi tecnologici di quelle missioni. Furono messi a punto (lo ha ricordato Barack Obama nel suo discorso del 27 aprile) metodi per la purificazione dell’acqua, sensori per la presenza di gas pericolosi, materiali di costruzione per il risparmio energetico. Non solo, dovendo inviare l’uomo nello spazio, in un ambiente ostile, occorreva controllarlo a distanza: furono creati sistemi di ascolto dei ritmi biologici, perfezionati e utilizzati negli ospedali (come l’holter) o nella telemedicina, e tecnologie che hanno migliorato la dialisi.

Fulchignoni racconta il caso della navicella Apollo 1, andata a fuoco in un’esercitazione nel 1967: i tre astronauti morirono. “Dopo quella tragedia si mise a punto un nuovo sistema di emergenza: l’astronauta, solo spostando la cornea, apriva un circuito di allarme per cui era espulso dalla navetta e paracadutato. Il metodo fu applicato ai disabili, che oggi possono usare un leggio muovendo gli occhi”.
“I miliardi di dollari spesi per le missioni Apollo sono rimbalzati sotto forma di benefici per l’economia e la tecnologia” conferma Giovanni Fabrizio Bignami, astrofisico all’Istituto universitario studi superiori (Iuss) di Pavia ed ex presidente dell’Agenzia spaziale italiana.
Se, 40 anni fa, non sono stati soldi (e sforzi) sprecati, perché non rifare l’impresa? Riportare l’uomo sul nostro satellite era l’impegno di George W. Bush. E di recente Obama ha rilanciato lo stesso messaggio. A volere, di nuovo, la Luna sono americani, cinesi, giapponesi, indiani, europei. “Alt, facciamo una distinzione. India, Giappone, Europa parlano di esplorazione robotica. Solo i cinesi, e perciò anche gli americani, intendono missioni umane” chiarisce Bignami. “Le ragioni? Andare sulla Luna è facile, e regala contratti alle industrie. Ma oggi non avrebbe più senso”.

Fra i motivi spesso addotti per una rimpatriata lunare (basta dare un’occhiata sul sito della Nasa, sotto la voce “Why the Moon”) c’è la possibilità di sfruttare la presenza di acqua e di elio-3, raro isotopo dell’elio e potenziale fonte di energia. “L’acqua potrebbe servire per una base umana, per produrre ossigeno, per le esigenze degli astronauti, per il carburante dei veicoli spaziali” elenca l’astronauta Umberto Guidoni, che sulla Luna andrebbe subito. “Faccio parte di quella generazione di astronauti che non ha messo piede su un corpo celeste. Troppo tardi per la Luna, troppo presto per Marte”.

Ma per l’acqua e l’elio-3, le aspettative superano l’effettiva disponibilità di questi elementi. L’acqua, avverte Fulchignoni, c’è forse in qualche cratere dove non arriva il sole, sotto forma di ghiaccio. Comunque è poca. E il suo sfruttamento, così come quello dei minerali e dell’elio-3, è troppo costoso e complicato per essere davvero intrapreso. Sarebbe forse interessante, dal punto di vista scientifico, costruire un osservatorio spaziale, che sulla Luna eviterebbe l’ostacolo costituito dall’atmosfera; però i costi di mantenimento sarebbero tali da rendere molto più conveniente telescopi in orbita come lo Hubble o il Web Space telescope.

Perché non usare la Luna, allora, come base per proseguire, un domani, verso Marte? Il progetto rientra, almeno a livello teorico, nei programmi spaziali europei, a giudicare da quanto scrive (su Le Scienze) Simonetta Di Pippo, direttore dei voli spaziali dell’Esa, Agenzia spaziale europea: “Oggi l’obiettivo è tornare sulla Luna per restarci, capire come viverci e lavorarci… La finalità a lungo termine è l’esplorazione di Marte, il pianeta che più somiglia alla Terra”. Concorda Guidoni: “Una base lunare sarebbe utile per le missioni di preparazione, alla fine del 2030, e da lì in poi si potrebbe iniziare a pensare al viaggio su Marte”.

“Se Obama o i presidenti delle grandi potenze mondiali si mettono in testa di farlo e hanno i mezzi, lo faranno, e la Luna è una palestra cosmica. Ma ci vorrà una lunghissima preparazione con i robot, prima del 2040 non ci si arriva. E poi in un viaggio di sette mesi andata e sette mesi ritorno si rischia di rimetterci la pelle” avverte Fulchignoni. Un particolare, di cui pochi si ricordano: dal 2010 (quando l’ultimo shuttle andrà in pensione) gli americani dovranno chiedere un passaggio ai russi e alle loro navette Soyuz, anche solo per andare sulla Stazione spaziale internazionale. Per i prossimi voli lunari la Nasa ha in preparazione il programma Constellation, formato dai razzi Ares e dalla capsula Orion. Programma già in difficoltà, in ritardo, e sul quale non c’è nemmeno un accordo completo.

Ragione in più, secondo Bignami, per non fare della Luna il passo intermedio verso il pianeta rosso. Puntare direttamente su Marte è, a suo giudizio, un’idea migliore. “Atterrare e poi ripartire dal nostro satellite è uno spreco enorme di energia” sostiene. “Più facile partire da una base orbitante assemblata in uno dei punti di Lagrange (punti dello spazio in cui si possono situare corpi minori, ndr): una sorta di spazioporto nell’orbita giusta, da dove far partire la navicella che andrà sul pianeta”.

L’astronave con destinazione Marte però non potrà funzionare con il carburante chimico: per l’esplorazione umana del pianeta rosso bisognerà ideare qualcosa di veramente nuovo. Per esempio un sistema di propulsione nucleare che, anziché impiegare tra andata e ritorno oltre due anni, potrà ridurre il viaggio a pochi mesi.

Insomma, si può fare. Ma si deve fare? “L’esplorazione scientifica vale sempre la pena. Anche se continuo a pensare che per fare questo bastino le sonde robotiche, non c’è bisogno di mandare l’uomo nello spazio” risponde Fulchignoni. “Forse fra qualche milione di anni, se esisteremo ancora, saremo pronti a colonizzare altri corpi celesti”. Per Bignami, invece, pochi dubbi: “Bisogna andare sempre avanti. Il viaggio verso Marte sarà un’impresa complessa e costosa, certo. Ma ne varrà la pena. Anche perché, come è successo per le missioni Apollo, e persino per quel carrozzone orbitante che è la Stazione spaziale internazionale, costata finora 100 miliardi di dollari, gli investimenti torneranno indietro triplicati”.
Forse, il motivo più convincente e più semplice per scaldare i motori, sia pure nucleari, lo dà Guidoni. “I primi uomini hanno attraversato interi oceani per esplorare altri continenti, ed erano viaggi di sola andata, senza prospettive di ritorno. In questo modo abbiamo raggiunto tutto il pianeta. Se ci si pone dei limiti, l’evoluzione non va avanti. Non possiamo stare fermi. Siamo fatti così“.

LE GALLERY: Il primo uomo sulla Luna - A Roma va in mostra la Luna di carta

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