Archivio di Luglio, 2009

Influenza A: le mappe del contagio nel mondo

swine-flu-map-google

In Gran Bretagna l’influenza A si diffonde rapidamente: il governo ha deciso di non annunciare pubblicamente i nuovi casi. Secondo gli epidemiologi la pericolosità del virus, comunque, non è in aumento.

Su internet è possibile vedere la crescita dell’epidemia: secondo la mappa interattiva dell’Organizzazione mondiale della sanità i casi nel mondo sono 94512.

Gli Stati Uniti sono la nazione più colpita con 7447 persone infettate e 263 decessi, soprattutto nelle aree metropolitane di New York, della California e del Texas. Il Messico è arrivato a 10mila casi e la Gran Bretagna, dove sono puntati i riflettori dei mass media in questo momento, a 7447.

L’Italia è ferma a 146 pazienti contagiati dal virus.

Fin qui i dati ufficiali.
Ma sul web associazioni e volontari conteggiano i nuovi casi in modo indiretto, attraverso le notizie pubblicate dai giornali locali, sui blog, nei forum.

Come FluTracker: è stata una delle prime cartine a mostrare l’iniziale propagazione dell’influenza suina a marzo, quando i primi focolai sono divampati in Messico, portando il virus dalle stalle dei maili alle città.

A seguire il progetto è un ricercatore biomedico di Pittsburgh, Henry Nyman. E, a differenza di altre visualizzazioni, FluTracker permette di esplorare in dettaglio il territorio.

Ma le cifre sono differenti da quelle annunciate dall’Oms.

Per esempio, in Gran Bretagna i mezzi d’informazione avrebbero rilevato 12325 casi: la maggior parte nell’area di Londra e Edimburgo. Quasi il doppio dell’Oms.

Sorprende, poi, il caso del Cile: Flutracker ha monitorato 11mila pazienti infettati dal virus H1N1. Per chi legge l’inglese, una cartina continuamente aggiornata con le ultime notize del contagio è Healthmap, sostenuta da Google e dal Centro di controllo e prevenzione delle malattie di Atlanta.

A cosa ci serve oggi la Luna?

luna
Di Daniela Mattalia
Perché era lì, bella, lucente e rotonda come una mela cosmica. Impossibile non coglierla. Perché conquistarla avrebbe sancito la supremazia della specie umana: saremo anche dei primati, ma quale altra scimmia è capace di costruirsi un razzo e sbarcare, dopo 3 giorni, sulla Luna? Perché, infine, se non l’avessero calpestata per primi gli americani lo avrebbero fatto i russi, e questo, ai tempi della guerra fredda, era impensabile. Perché, soprattutto, era un sogno dell’uomo, e come tale andava realizzato. Lo fecero altri 18 astronauti, in sei missioni dopo l’Apollo 11. Le gite lunari terminarono nel 1972, con l’Apollo 17. I fondi scarseggiavano, la guerra in Vietnam non permetteva divagazioni spaziali. Il satellite diventò un vecchio lampadario cosmico, un po’ polveroso.

Oggi, a 40 anni di distanza, che cosa ne facciamo della Luna? Al di là delle celebrazioni, dei ricordi, della comprensibile retorica intorno a quella che fu la più entusiasmante impresa umana di ogni tempo, cosa resta di quella notte che tenne il mondo con il fiato sospeso?
“Avevo 26 anni, mi ero laureato da poco, rimasi alzato tutta la notte con grande entusiasmo e senso di fiducia” rievoca Marcello Fulchignoni, docente di astrofisica all’Università Paris-Diderot. “Le ricadute furono emotive, politiche, strategiche. Dal punto di vista scientifico meno, per esplorare la Luna sarebbero bastate, e tutt’oggi bastano, sonde robotiche. Ma le ricadute economica e tecnologica furono immense”.
Qualche esempio? I computer e i telefonini cellulari sono nati dai semi tecnologici di quelle missioni. Furono messi a punto (lo ha ricordato Barack Obama nel suo discorso del 27 aprile) metodi per la purificazione dell’acqua, sensori per la presenza di gas pericolosi, materiali di costruzione per il risparmio energetico. Non solo, dovendo inviare l’uomo nello spazio, in un ambiente ostile, occorreva controllarlo a distanza: furono creati sistemi di ascolto dei ritmi biologici, perfezionati e utilizzati negli ospedali (come l’holter) o nella telemedicina, e tecnologie che hanno migliorato la dialisi.

Fulchignoni racconta il caso della navicella Apollo 1, andata a fuoco in un’esercitazione nel 1967: i tre astronauti morirono. “Dopo quella tragedia si mise a punto un nuovo sistema di emergenza: l’astronauta, solo spostando la cornea, apriva un circuito di allarme per cui era espulso dalla navetta e paracadutato. Il metodo fu applicato ai disabili, che oggi possono usare un leggio muovendo gli occhi”.
“I miliardi di dollari spesi per le missioni Apollo sono rimbalzati sotto forma di benefici per l’economia e la tecnologia” conferma Giovanni Fabrizio Bignami, astrofisico all’Istituto universitario studi superiori (Iuss) di Pavia ed ex presidente dell’Agenzia spaziale italiana.
Se, 40 anni fa, non sono stati soldi (e sforzi) sprecati, perché non rifare l’impresa? Riportare l’uomo sul nostro satellite era l’impegno di George W. Bush. E di recente Obama ha rilanciato lo stesso messaggio. A volere, di nuovo, la Luna sono americani, cinesi, giapponesi, indiani, europei. “Alt, facciamo una distinzione. India, Giappone, Europa parlano di esplorazione robotica. Solo i cinesi, e perciò anche gli americani, intendono missioni umane” chiarisce Bignami. “Le ragioni? Andare sulla Luna è facile, e regala contratti alle industrie. Ma oggi non avrebbe più senso”.

Fra i motivi spesso addotti per una rimpatriata lunare (basta dare un’occhiata sul sito della Nasa, sotto la voce “Why the Moon”) c’è la possibilità di sfruttare la presenza di acqua e di elio-3, raro isotopo dell’elio e potenziale fonte di energia. “L’acqua potrebbe servire per una base umana, per produrre ossigeno, per le esigenze degli astronauti, per il carburante dei veicoli spaziali” elenca l’astronauta Umberto Guidoni, che sulla Luna andrebbe subito. “Faccio parte di quella generazione di astronauti che non ha messo piede su un corpo celeste. Troppo tardi per la Luna, troppo presto per Marte”.

Ma per l’acqua e l’elio-3, le aspettative superano l’effettiva disponibilità di questi elementi. L’acqua, avverte Fulchignoni, c’è forse in qualche cratere dove non arriva il sole, sotto forma di ghiaccio. Comunque è poca. E il suo sfruttamento, così come quello dei minerali e dell’elio-3, è troppo costoso e complicato per essere davvero intrapreso. Sarebbe forse interessante, dal punto di vista scientifico, costruire un osservatorio spaziale, che sulla Luna eviterebbe l’ostacolo costituito dall’atmosfera; però i costi di mantenimento sarebbero tali da rendere molto più conveniente telescopi in orbita come lo Hubble o il Web Space telescope.

Perché non usare la Luna, allora, come base per proseguire, un domani, verso Marte? Il progetto rientra, almeno a livello teorico, nei programmi spaziali europei, a giudicare da quanto scrive (su Le Scienze) Simonetta Di Pippo, direttore dei voli spaziali dell’Esa, Agenzia spaziale europea: “Oggi l’obiettivo è tornare sulla Luna per restarci, capire come viverci e lavorarci… La finalità a lungo termine è l’esplorazione di Marte, il pianeta che più somiglia alla Terra”. Concorda Guidoni: “Una base lunare sarebbe utile per le missioni di preparazione, alla fine del 2030, e da lì in poi si potrebbe iniziare a pensare al viaggio su Marte”.

“Se Obama o i presidenti delle grandi potenze mondiali si mettono in testa di farlo e hanno i mezzi, lo faranno, e la Luna è una palestra cosmica. Ma ci vorrà una lunghissima preparazione con i robot, prima del 2040 non ci si arriva. E poi in un viaggio di sette mesi andata e sette mesi ritorno si rischia di rimetterci la pelle” avverte Fulchignoni. Un particolare, di cui pochi si ricordano: dal 2010 (quando l’ultimo shuttle andrà in pensione) gli americani dovranno chiedere un passaggio ai russi e alle loro navette Soyuz, anche solo per andare sulla Stazione spaziale internazionale. Per i prossimi voli lunari la Nasa ha in preparazione il programma Constellation, formato dai razzi Ares e dalla capsula Orion. Programma già in difficoltà, in ritardo, e sul quale non c’è nemmeno un accordo completo.

Ragione in più, secondo Bignami, per non fare della Luna il passo intermedio verso il pianeta rosso. Puntare direttamente su Marte è, a suo giudizio, un’idea migliore. “Atterrare e poi ripartire dal nostro satellite è uno spreco enorme di energia” sostiene. “Più facile partire da una base orbitante assemblata in uno dei punti di Lagrange (punti dello spazio in cui si possono situare corpi minori, ndr): una sorta di spazioporto nell’orbita giusta, da dove far partire la navicella che andrà sul pianeta”.

L’astronave con destinazione Marte però non potrà funzionare con il carburante chimico: per l’esplorazione umana del pianeta rosso bisognerà ideare qualcosa di veramente nuovo. Per esempio un sistema di propulsione nucleare che, anziché impiegare tra andata e ritorno oltre due anni, potrà ridurre il viaggio a pochi mesi.

Insomma, si può fare. Ma si deve fare? “L’esplorazione scientifica vale sempre la pena. Anche se continuo a pensare che per fare questo bastino le sonde robotiche, non c’è bisogno di mandare l’uomo nello spazio” risponde Fulchignoni. “Forse fra qualche milione di anni, se esisteremo ancora, saremo pronti a colonizzare altri corpi celesti”. Per Bignami, invece, pochi dubbi: “Bisogna andare sempre avanti. Il viaggio verso Marte sarà un’impresa complessa e costosa, certo. Ma ne varrà la pena. Anche perché, come è successo per le missioni Apollo, e persino per quel carrozzone orbitante che è la Stazione spaziale internazionale, costata finora 100 miliardi di dollari, gli investimenti torneranno indietro triplicati”.
Forse, il motivo più convincente e più semplice per scaldare i motori, sia pure nucleari, lo dà Guidoni. “I primi uomini hanno attraversato interi oceani per esplorare altri continenti, ed erano viaggi di sola andata, senza prospettive di ritorno. In questo modo abbiamo raggiunto tutto il pianeta. Se ci si pone dei limiti, l’evoluzione non va avanti. Non possiamo stare fermi. Siamo fatti così“.

LE GALLERY: Il primo uomo sulla Luna - A Roma va in mostra la Luna di carta

Etichette “trash” per mappare il ciclo dei rifuti

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Sacchetti neri. Frammenti di carta. Bottiglie di plastica accartocciate. In una parola: rifiuti. Ma dove vanno dopo essere stati gettati nei cassonetti? Il percorso dalle abitazioni fino allo smaltimento e al riutilizzo può diventare una lente d’ingrandimento per vedere le abitudini dei cittadini e il ciclo di smaltimento degli scarti.

Diventando, così, una sorta di mappa della sostenibilità.

Non è solo fantasia: a New York e Seattle uno dei principali centri di ricerca statunitensi del Mit sta tracciando il percorso quotidiano dell’immondizia. Dal cassonetto in poi. Nome in codice del progetto: Trash track.

Un gruppo di volontari applica etichette rfid ( dispositivi rintracciabili in radiofrequenza, una tecnologia utilizzata anche in alcuni badge) all’immondizia (chiamate “trash tag”): attraverso i satelliti è possibile localizzarle e seguirne gli spostamenti nelle strade della città. Tutto in tempo reale. L’obiettivo? Aiutare la consapevolezza ambientale dei cittadini che in qualsiasi momento possono sapere dove si trova la bottiglia di latte che hanno gettato via il giorno prima.

L’idea di “Trash track” è di un architetto torinese, Carlo Ratti, direttore del laboratorio Senseable city al Mit.

L’anno scorso ha raccolto una sfida simile: ricostruire il flusso delle conversazioni da New York verso l’estero. Svelando la divisione etnica dei quartieri della città.

Trash track è un tassello che si aggiunge ad altri strumenti simili per migliorare la percezione del proprio impatto sull’ecosistema, come i calcolatori online delle emissioni di anidride carbonica.
Monitorando, infatti, i consumi individuali o familiari di energia elettica, gli spostamenti giornalieri e altre abitudini si può scoprire il proprio impatto in termini di C02 equivalente, cioè trasformato in quantità di anidride carbonica. Un primo passo per modificare il proprio stile di vita in modo compatibile con l’ambiente.

Twilight Football, in campo al crepuscolo per sperimentare la Digital Imaging Sony

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Scarpette ai piedi e tutti in campo al calar del sole! Il guanto è stato gettato: sette partite di calcio che sfidano… la luce bassa del tramonto, quando gli scenari sono più spettacolari ma più difficili da immortalare. Twilight Football è la campagna alquanto fuori dall’ordinario organizzata dalla Sony per esaltare la sua nuova tecnologia del Digital Imaging, che include il nuovissimo sensore CMOS Exmor, grazie al quale le fotocamere Cyber-Shot e le videocamere Handycam sono in grado di catturare immagini realistiche anche in situazioni di scarsa luminosità.

I sette incontri saranno disputati il 22 settembre 2009, giorno di equinozio d’autunno per l’emisfero boreale e di equinozio di primavera per l’emisfero australe, in luoghi appositamente scelti per la loro ambientazione sensazionale in Italia, Francia, Regno Unito, Spagna, Argentina e Australia. L’unico incontro a 11 del torneo Twilight Football si giocherà allo stadio Soccer City di Johannesburg, che ospiterà anche la finale della Coppa del Mondo FIFA 2010. Ovviamente, le più belle azioni di gioco saranno soggetto di video e foto memorabili, che potranno essere scattate anche con le reflex digitali α di Sony. E con Panorama puoi partire anche tu per il Sudafrica come videomaker!
Il team italiano è stato scelto durante l’evento Motionflow Night, tenutosi a Milano lo scorso 21 maggio, quando duecento palleggiatori freestyler si sono esibiti davanti a giurati come Kakà, Massaro e Baresi. Uno speciale team Twilight Football sarà invece selezionato utilizzando social media come Twitter e YouTube.

A bordo campo, un gruppo di fotografi e videomaker accuratamente selezionati filmeranno e immortaleranno i match. Ovviamente giovandosi dell’opportunità di sperimentare la nuova gamma di prodotti di Sony provvista di sensore CMOS Exmor, provando le funzioni Handleld Twilight e Anti Motion Blur, che promettono di realizzare scatti fotografici privi di rumore e sfocature, grazie alla tecnologia Sony che sovrappone sei scatti in sequenza della stessa scena per poi unirli tramite un complesso algoritmo in una sola immagine.

Solo Google nel mio computer

google-gratis

Avevo in mente questo post da qualche settimana. Poi l’annuncio del Chrome Os da parte di Google (e le chiacchiere che ha suscitato e le possibili interpretazioni) mi ha spiazzato e ora mi trovo a rincorrere il tema. [Per un'analisi delle reazioni: Google Chrome OS: primi commenti, critiche ed esagerazioni su Mytech].
In realtà Chrome Os non fa che confermare (e rafforzare) quello che pensavo: si può lavorare  con un computer senza programmi locali, usando solo le applicazioni in rete, gratuite.

Senza programmi: né Microsoft né di altri

Sono fra quelli che hanno liberato il computer da quasi tutti i programmi applicativi (Word, Excel, Outlook ecc. per intenderci) e che lavorano usando (quasi) esclusivamente applicazioni che girano su internet (un esperto direbbe che stanno su una cloud).
Ovviamente stanno sul pc:
-il browser (Firefox o Chrome) e
-Photoshop (anche se sul notebook di casa Photoshop non c’è e poi vi dico come faccio).
-Itunes

Come faccio?
Dunque,
- per l’email ovviamente Gmail (sono un utente da anni dell’email di Google, ho quasi riempito i 7 o oltre GB): non è nemmeno paragonabile alla mail gestita da un programma sul pc (come Outlook o Thunderbird): nel senso che è infinitamente meglio.
Fra i motivi per apprezzare Gmail cito solo questi:
1) fra etichette e (soprattutto) l’efficientissimo motore di ricerca interno, la posta è veramente sotto controllo. Ci faccio convergere tutti gli indirizzi di posta elettronica che per vari motivi uso e nonostante ciò non mi sfugge quasi nulla.
2) E’ decisamente semplice avere sempre tutta la posta in un unico contenitore raggiungibile su qualsiasi computer.

I difetti della cloud

I principali difetti del lavorare con applicazioni che stanno in rete sono:
-devi essere sempre connesso (è vero che esiste è possibile lavorarci anche in una versione off line, ma così Gmail diventa più rigida e si perdono molti dei vantaggi);
-il secondo difetto è figlio del primo: se la connessione è lenta lenta Gmail può anche rendervi nervosi. Difetto questo che vale anche per tutto il resto di quel che parlo.

Certo con la rete aziendale, la banda larga a casa, il wi-fi pubblico e le “chiavette” per la connessione on the road non capita spesso di stare a piedi. No?

Google Docs invece di Office

- Poi uso Google Docs: qui già in molti storcono il naso.
In parte hanno ragione. Non è certo paragonabile a Office. Però, diciamocelo: tutto quello che mi serve sta in Docs: un programma per scrivere più che dignitoso e soprattutto funzionale (per esempio, fondamentale per chi lavora sui siti web e i blog, non fa macelli quando copi in un cms o in Wordpress quello che hai scritto con Docs): tra l’altro può salvare i file in tutti i formati, compreso quello di Word.
Poi lo spreadsheet, anche questo elementare, ma quanto basta; indine il programma per le presentazioni: ecco, in genere è la più criticata fra le applicazioni di Google, specialmente dai fanatici di PowerPoint.
Mettiamola così: se non siete fanatici di PowerPoint e se pensate che le presentazioni migliori siano quelle più semplici (un concetto, di pochissme parole, per slide) allora anche, in questo caso, il programmi della cloud di Google basta. Tra la’ltro esporta verso e importa da PowerPoint (non benissimo).
Il resto lo faccio con Google Reader per leggere i feed Rss e Google Calendar.
Ci sono anche alternative a Google Docs, per esempio Zoho, per molti versi anche migliore di Google. Però Google Docs è accessibile direttamente da dentro Gmail, il che nel lavoro quaotidiano è un bel vantaggio.

Photoshop però…

Due parole infine sulle immagini: mi son tenuto Photoshop sul pc perché ancora gli editor di foto online sono lenti e impongono troppi passaggi all’immagine. Anche se, per esempio, sul notebook di casa, non ho Photoshop e quando devo intervenire sulle foto lo faccio con l’editor di Flickr, che poi è Picnik.
Per la verità per le foto uso anche Picasa (sempre di Google che in verità è composto da un gestore di foto e album online e da un piccolo programma che si scarica dalla rete per organizzare e trovare meglio le foto che stanno sul disco del computer).

Tutto il discorso ha a che fare, ovviamente, con la diffusione dei netbook e quindi con il lancio di Chrome Os (Chrome Os è il sistema operativo dei notebook). Ha anche a che fare con Microsoft ovviamente. Tra l’altro, pare siamo alla vigilia di una versione efficiente di Office da usare in rete e non sul pc.

Infine, scusate se mi allargo un po’, ma il tutto ha anche a che fare con l’idea del gratuito come modello di business, cosa di cui per esempio si occupa Chris Anderson in Free.

(Sono consapevole che tutto questo comporta alcuni rischio per la privacy…)

Twitter è il vero concorrente di Google

La cosa più interessante di Twitter è indubbiamente come gli utenti la usano, ben oltre le intenzioni degli ideatori.

Serviva per dare l’idea di quel che ognuno degli utenti stava facendo in quel momento.
Ora, invece, per sintetizzare, è diventato un formidabile segnalatore di quello di cui ci si occupa in rete, in questo momento, in tempo reale. E visto che sempre più viene usato dagli utenti per raccontare cose che succedono nel mondo, ecco che è diventato anche molto utile.

La combinazione fra
- la forza di un social network,
- la ricerca in tempo reale e
- la condivisione veloce di link (il vero linguaggio di Internet),
come ha ricordato qualche settimana fa su Time Steven Johnson (l’articolo è stato anche ripreso da Internazionale), hanno dunque reso Twitter una fuori serie, soprattutto per la ricerca: il che lo rende un potenziale concorrente di Google.
Non a caso più volte negli ultimi mesi il Ceo di Google Eric Schmidt si è preoccupato di ammettere che la sua azienda deve migliorare soprattutto nella ricerca real time, e che l’impegno nel potenziare il motore di ricerca andrà soprattutto in questa direzione.

Intanto però il miglior sistema di real time search è indubbiamente quello di Friendfeed (Iran), mentre anche Facebook sta lavorando per rendere la propria ricerca più efficiente ["Ricerche in tempo reale: lo stato dell’arte", Mytech.it].

Il futuro di Facebook

Sopa, Megaupload e il resto Il futuro di Facebook
@hobisognoditech, il blog di Guido Castellano
 
 
 
 
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