Archivio di Agosto, 2009
Le immagini di questi giorni di controesodo, con le autostrade trasformate in fiumi di auto ferme e fumanti mi spingono a domandarmi quale sia stato l’impatto ambientale delle ferie degli italiani.
Per quello che mi riguarda io ho usato praticamente tutti i mezzi di trasporto esistenti: dal traghetto all’auto, all’aereo, eppure vi assicuro che purtroppo non ho fatto il giro del mondo. Ma quanto ho inquinato? In rete abbondano i calcolatori di carbonio, programmi interattivi che promettono di rivelare a chi li usa il peso in tonnellate delle emissioni provocate dal proprio stile di vita. Ne esistono di molti tipi, ma si dividono principalmente in due categorie: quelli dedicati alla casa e quelli riferiti ai viaggi.
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Impossibile violare la sicurezza di Skype: una convinzione che ha fatto la fortuna del software per le telefonate gratuite tra computer (oppure verso rete fissa e mobile, ma a pagamento). Il mito è stato demolito daun avviso dei laboratori Symantec che analizzano periodicamente i punti deboli delle difese sul web. Messi alla prova di continuo dagli hacker.
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Foto: Siberian forest, di beggs/flickr
Il nulla avanza anche tra le conifere delle terre estreme. La foresta boreale, che ricopre vaste parti di Russia, Canada, Alaska e Scandinavia, era rimasta l’unica ancora “intatta”. Adesso lo scempio che in vent’anni ha decimato gli alberi dell’Amazzonia potrebbe toccare anche alla sua glaciale sorella.
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Facebook in tribunale, sul banco degli imputati: ad accusarlo sono cinque canadesi convinti che il social network abbia utilizzato le loro informazioni personali senza chiedere il consenso.
Ricorda il Christian science monitor che la rete sociale online aveva già impiegato le fotografie degli iscritti per le inserzioni pubblicitarie, senza avvisare le persone ritratte nelle immagini. Poi, ha dovuto fare marcia indietro a causa delle proteste piovute dai blog e dagli utenti. Questa volta, però, i giovani canadesi non si sono accontentati delle critiche online, ma hanno deciso di portare Mark Zuckerberg in un’aula giudiziaria.
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Foto: fish-bowl, di ha-wee/flickr
Molti di coloro che definiscono le preoccupazioni per il riscaldamento globale come una forma di catastrofismo, e che sostengono che ci sarà anche chi nel mondo ne trarrà dei benefici, saranno contenti di sapere che tra questi potrebbero esserci alcune specie marine. In realtà però c’è poco da stare allegri, perché la quantità complessiva delle specie marine sembra destinato a diminuire con l’aumento delle temperature.
Una ricerca dell’Università del North Carolina a Chapel Hill ha cercato di far luce sulla ricaduta di un aumento della temperatura degli oceani sulla vita marina e in particolare sulla catena alimentare al di sotto del pelo dell’acqua.
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Dai cellulari ai netbook: Nokia è entrata nel mercato dei portatili. E per affrontare una concorrenza agguerrita alza da subito la posta in gioco. La batteria in dotazione di Booklet 3G dura dodici ore, superando l’autonomia di altri netbook attualmente in vendita. Alla connettività wi-fi per navigare su internet, inoltre, affianca la possibilità di accedere alla rete mobile veloce (3G) utilizzando uno slot per la sim card del cellulare: non c’è bisogno, quindi, della chiavetta esterna usb per collegarsi al web.
Chi vuole usare mappe online, poi, ha a disposizione un sistema gps assistito (A-Gps): per localizzare la posizione non impiega il segnale dei satelliti, ma la rete di telefonia mobile. Lo schermo è da dieci pollici e il sistema operativo sarà Windows 7 in versione adattata ai netbook: si rafforza, così, l’alleanza tra i due giganti dopo l’accordo per rendere disponibile il pacchetto Office sui cellulari Nokia (con sistema operativo Symbian).
La mossa dell’azienda finlandese risponde a due esigenze. Da un lato esplorare nuove strade per affrontare l’avanzata dell’iphone (Apple) e del Blackberry (Rim) che erodono quote di mercato nella fascia alta, anche se la Nokia controlla ancora il 38 per cento del settore. Dall’altro, la spinta verso un settore, quello dei netbook, cresciuto nella sola Taiwan del 4mila per cento nel 2008. Che quest’anno sarà una delle poche voci positive per il settore hitech: la crescita prevista da Idc è del 127 per cento (e in Europa ne sono stati venduti, secondo Gartner, due milioni e mezzo negli ultimi quattro mesi).
Chi sono i principali rivali di Booklet sugli scaffali? Schermo da dieci pollici, connettività wifi e sistema operativo Windows Xp sono caratteristiche comuni ai netbook di fascia alta. Asus, per esempio, è stata la prima a introdurre i netbook: il suo “1000 He” ha una batteria che dura 9,5 ore e un hard disk da 160 Gigabyte (dai 349 euro in su). Dall’anno prossimo l’azienda taiwanese lancerà modelli con il sistema operativo Android di Google. Anche l’Acer “Aspire one D150-1Bk” ha una memoria rigida da 160 Gigabyte, ma la batteria ha sei ore di autonomia (da 310 euro). Il “Mini 5101” di Hp ha un hard disk da 160 Gigabyte e una scheda grafica Intel Gma 950. Dell, invece, propone soluzioni alternative: il “Mini 10v” è disponibile in una versione con sistema operativo Ubuntu 8.04 e drive ssd da 8 Gigabyte.
Telecamere nascoste negli internet cafè osservano chi naviga online. I video di YouTube sono introvabili. Gli attivisti politici, poi, non possono accedere al microblog twitter. Così l’Arabia Saudita ha cambiato il volto di internet per i suoi abitanti. Una sorta di velo elettronico che nasconde le piazze del web dove le persone si scambiano idee.
E ora gli sceicchi di Riyad hanno chiesto aiuto anche agli utenti per segnalare i “contenuti inappropriati”: la pagina Saudiflager è dedicata a chi vuole bandire un filmato chiedendolo direttamente a YouTube con una email.
L’Arabia Saudita, insomma, non ha nulla da invidiare alla Cina nell’uso di tecnologie sofisticate per controllare internet. Anzi, il giro di vite nei paesi arabi e musulmani è stato più deciso negli ultimi due anni: a confermarlo è arrivato da poco lo studio di un’associazione che analizza la libertà di espressione su internet, la Open net initiative. I suoi esperti hanno scandagliato più di 2mila siti in ogni nazione del Medio Oriente e del Nord Africa.
Che l’Iran sia incluso nella lista nera non sorprende. Durante le ultime elezioni, conferma l’Oni, è stato bloccato Facebook e un altro social network locale, Blogfa.
Nei Paesi arabi si affina sempre più la capacità di selezionare testi, video, immagini. E aumentano i siti inaccessibili. Anche nelle nazioni moderate. Dalla Siria, per esempio, non è possibile guardare YouTube, comprare libri su Amazon o leggere le opinioni dei gruppi di opposizione curda.
Gli internet cafè, spesso i principali punti di accesso al web per i giovani, sono “sorvegliati speciali”. Nello Yemen devono chiudere a mezzanotte. In Giordania si viaggia a due velocità: sono state installate telecamere per monitorare gli utenti negli internet café , ma la regina Rania racconta le sue vacanze in Sardegna con messaggini su twitter, un microblog.
Nel Bahrein, invece, i siti web devono essere registrati preventivamente presso il ministero dell’Informazione.
La cortina di ferro calata su gli spazi interattivi di internet, dai social network ai blog, è più sottile in alcuni Stati arabi. Secondo l’Oni, infatti, non sono regolarmente filtrati i siti web in Algeria, Egitto, Iraq, Libano e Palestina.
Ma la soglia di attenzione è alta. Proprio in Egitto è stata organizzata attraverso Facebook una manifestazione di protesta che ha riunito migliaia di studenti.
La jihad islamica sul web continua. Tra le ultime vittime, un quotidiano online del Kosovo, il territorio a maggioranza musulmana che ha rivendicato la sua indipendenza. Alcuni hacker hanno attaccato il giornale Gazetaexpress perché ha pubblicato un articolo sull’arresto di un terrorista legato alla jihad.
Secondo la Rajaratman school sono circa 6mila i principali siti integralisti su internet che diffondono manuali e video. Un fenomeno che cresce anche nei paesi musulmani del Sud est asiatico, come Malesia, Indonesia e Filippine. Sono costantemente monitorati alla ricerca di indizi utili per prevedere futuri attacchi terroristici.
Guarda la MAPPA
Si chiama Cop15 e sarà probabilmente la più importante conferenza sui cambiamenti climatici che mai ci sia stata e che mai ci sarà. Perché? Semplice: è l’ultima occasione che i governi hanno per mettere in campo una seria politica ambientale in grado di fermare il riscaldamento globale. Le solite esagerazioni? Diciamo che sull’argomento gli scettici continuano a esserci. Ma lo scetticismo non riguarda ormai più le responsabilità umane sulle emissioni di gas serra e il loro effetto sul riscaldamento globale, cosa sulla quale c’è ormai un largo consenso a livello scientifico ma anche politico. Vi è semmai ancora chi crede poco all’ipotesi della catastrofe.
Il nostro pianeta ha conosciuto nel corso della sua storia glaciazioni e periodi più caldi, lo dimostrano i carotaggi effettuati nei ghiacci della Groenlandia e dell’Antartide. Ma le due ipotesi da Armageddon, da fine del mondo, quelle della Terra che si trasforma in una palla di ghiaccio oppure in una palla di fuoco, sono sempre state scongiurate dalla natura stessa che aveva creato le condizioni per la loro infausta realizzazione. Il punto di non ritorno non si è insomma mai toccato e molti non capiscono perché 2, 4 o perfino 6 gradi di temperatura globale in più, causati dalle attività umane, dovrebbero fare la differenza proprio adesso.
In un interessante libretto dal titolo Piccola lezione sul clima, l’illustre climatologo Kerry Emanuel spiegava perché è così difficile fare previsioni attendibili sulle conseguenze che una crescente concentrazione di gas serra in atmosfera può avere sul clima globale. Al fenomeno del riscaldamento concorrono infatti una miriade di fattori naturali (le nubi e più in generale la presenza in atmosfera di vapore acqueo, uno dei principali gas serra, le variazioni delle emissioni solari, che possono aumentare facendo salire la temperatura, le eruzioni vulcaniche, che rendono il clima più freddo). Emanuel, pur insinuando il dubbio che i modelli climatici che provano a immaginare il clima del futuro potrebbero non tenere nella giusta considerazione variabili naturali di fatto imprevedibili, sottolinea però che “non si può simulare l’evoluzione del clima negli ultimi trent’anni senza tenere conto dell’influenza dell’uomo sugli aerosol di solfati e sui gas serra“.
Quindi se è difficile stabilire con certezza di quanti gradi la temperatura è destinata ad aumentare se andiamo avanti di questo passo, è certo che le conseguenze si faranno sentire. Ma che succederà? Le grandi distese di ghiaccio dei poli si scioglieranno (processo già in atto) causando un innalzamento del livello del mare. Sul numero di metri i modelli climatici spesso non concordano, ma di sicuro dovremo dire addio a parecchie spiagge e probabilmente a intere isole minori. Anche la potenza degli uragani aumenterà, (a proposito, occhio a Bill, che lambirà la costa sud-orientale degli Stati Uniti nel week-end). Ci saranno più inondazioni ma anche più siccità.
Si è conclusa da pochi giorni a Bonn una serie di incontri informali (qui i webcast degli eventi salienti) di preparazione alla ratifica della convenzione sul clima di Copenaghen che dovrà sostituire il protocollo di Kyoto, fissando i nuovi obiettivi dal 2012 in avanti. Yvo de Boer, segretario esecutivo della Convenzione quadro sui cambiamenti climatici dell’Onu (Unfccc), non era per niente contento alla conclusione dei lavori. “Se andiamo avanti di questo passo”, ha affermato, “non ce la faremo”. E quello che intendeva è che non solo non ce la faremo a trovare un accordo in tempo per il vertice di Copenaghen di dicembre, ma non ce la faremo nemmeno a evitare le conseguenze pesantissime delle nostre emissioni sul pianeta. Le posizioni sono ancora troppo lontane e si parla di obiettivi “troppo poco ambiziosi” in merito alla riduzione delle emissioni.
Così si scopre che lungi dal voler correre ai ripari, sia pure nel modo economicamente meno doloroso possibile, i Paesi industrializzati e quelli in via di sviluppo già trattano sull’aumento di temperatura da considerare accettabile (si parla di 2 °C). Ma non offrono tagli di emissioni sufficienti nemmeno per frenare il termometro a +4 °C.
Prossimo appuntamento a fine settembre a Bangkok, per cercare di togliere dal testo della convenzione almeno qualcuna delle circa 2500 parentesi che racchiudono altrettanti punti su cui un accordo tra le parti a quanto pare ancora non c’è.
Un campo di grano
Non correte a riempire il serbatoio del vostro Suv e non vi affrettate ad accendere i vostri condizionatori a palla. Le attuali attività umane, le nostre, non sono state affatto scagionate dall’accusa di contribuire all’innalzamento della temperatura globale del pianeta. C’è però chi sostiene che il perverso effetto serra non sia cominciato con l’era industriale, ma qualche millennio prima, con le prime forme di agricoltura.
Sono i ricercatori dell’Università della Virginia e dell’Università del Maryland-Baltimore County a sostenere che i nostri antenati bruciavano foreste a tutto spiano per poter coltivare la terra e che questo avrebbe innalzato la concentrazione di biossido di carbonio nell’atmosfera abbastanza da alterare il clima globale, dando il via a quel riscaldamento i cui effetti sono ben visibili oggi.
Lo studio, pubblicato il 17 agosto sulla rivista Quartenary Science Reviews, sostiene anche che i sei miliardi di abitanti che popolano attualmente la terra consumano circa il 90 per cento di suolo in meno a testa per la coltivazione rispetto alla ben più esigua popolazione dell’epoca in cui l’agricoltura è cominciata. I nostri antenati si affidavano molto probabilmente alla tecnica del taglia e brucia per ripulire ampie zone di terreno in cui però producevano una quantità piuttosto modesta di cibo. Un’abitudine che dipendeva dall’abbondanza di foreste da bruciare e dal fatto che non avevano bisogno di massimizzare la resa: erano pochi e potevano permettersi di usare a piacimento quella terra che per noi oggi è così preziosa.
William Ruddiman, autore principale della ricerca e professore emerito di scienze ambientali all’Università della Virginia, ne è sicuro: “Potrebbero aver inavvertitamente alterato il clima”. La tecnica usata dai nostri antenati prevedeva la fertilizzazione di ampie zone di terreno deforestate grazie all’aiuto del fuoco. Una volta che la terra cominciava a dare meno frutti, le popolazioni si spostavano un po’ più in là e ricominciavano ad abbattere alberi, bruciare e coltivare. Secondo Ruddiman, che in anni recenti ha fatto molta ricerca nei campi dell’antropologia, dell’archeologia e della climatologia per meglio comprendere come gli umani possano aver influenzato il clima nel corso dei millenni, probabilmente i primi agricoltori bruciavano appezzamenti di terreno 4 o 5 volte più ampi di quelli che utilizzavano realmente per la coltivazione. Ed è solo con l’aumento consistente della popolazione che, avendo meno terra a disposizione, si è resa necessaria l’adozione di tecniche di coltivazione intensiva per arrivare a produrre più cibo con meno terra.
I veri spreconi, insomma, non saremmo noi bensì chi ci ha preceduto di qualche migliaio di anni. Peccato che, diventati più giudiziosi e meno egoisti sul fronte agricolo, abbiamo poi controbilanciato questa parsimonia bruciando combustibili fossili su larga scala.
Le teorie di Ruddiman non sono state accolte benissimo quando ha cominciato a esporle cinque anni fa. Secondo molti scienziati gli abitanti del passato erano in numero troppo esiguo per poter produrre abbastanza emissioni da avere un effetto sul clima. Ma Ruddiman ribatte che i modelli che fanno cominciare l’effetto serra con l’inizio dell’era industriale contengono una inesattezza di fondo: darebbero infatti per scontato che l’uso che si faceva della terra migliaia di anni fa fosse lo stesso che se ne fa ora, il che a suo avviso è totalmente errato.
Rupert Murdoch cambia rotta: d’ora in poi sarà a pagamento l’informazione dei suoi siti internet. Il primo sarà il Sunday Times, edizione settimanale del Times che nelle edicole inglesi vende un milione di copie. Ma non ha ancora un suo sito internet.
A ruota seguiranno gli altri pianeti della galassia Murdoch: Sun, News of world, il social network MySpace. I visitatori pagheranno per leggere gli scoop sulle star internazionali e le inchieste sulla politica.
Il magnate australiano, finora, non ha dimostrato un gran fiuto per internet: quattro anni fa ha comprato MySpace per 580 milioni di dollari, ma il social network è stato travolto dal successo di Facebook e non è mai decollato in Asia, nonostante l’impegnativa campagna pubblicitaria.
Il punto di partenza per la strategia di Murdoch è il Wall street journal, un quotidiano economico che ha acquistato nel 2007. Su internet è un successo: unisce articoli gratutiti con altri a pagamento. Ma si tratta di informazione economica specializzata.
L’annuncio del numero uno di News corp non è passsato inosservato. Secondo l‘Independent, si è subito allineato al cambio di rotta il Financial Times, principale quotidiano econoimco inglese: ha già 170 mila abbonati su internet, aumentati dell’18 per cento in un anno.
Ancora una volta, il sito web del Financial Times sarà un mix tra informazioni gratuite e a pagamento: dieci articoli al mese da leggere liberamente e gli altri da acquistare online.
La fase di transizione per l’editoria inglese è difficile: il quotidiano Observer rischia di chiudere. Se i giornali del Regno Unito sono decisi a segurie la strada del pagamento online, negli Stati Uniti la cautela è maggiore.
Il New York Times ha chiesto ai lettori come valuterebbero un abbonamento di 5 dollari mensili.
Ha fatto discutere un’intervista rilasciata da Viviane Schiller, ex capo del sito del New York Times, ora passata alla radio pubblica Npr: “Sono una convinta sostenitrice del fatto che non ci saranno grandi quantità di persone a pagare per le news online”. Secondo la Shiller, anche un milione di abbonati non sarebbe sufficiente per il New York Times perché l’accesso a pagamento riduce l’interesse per gli inserzionisti pubblicitari.
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