Avanza il Grande fratello musulmano

Internet caffé

Telecamere nascoste negli internet cafè osservano chi naviga online. I video di YouTube sono introvabili. Gli attivisti politici, poi, non possono accedere al microblog twitter. Così l’Arabia Saudita ha cambiato il volto di internet per i suoi abitanti. Una sorta di velo elettronico che nasconde le piazze del web dove le persone si scambiano idee.
E ora gli sceicchi di Riyad hanno chiesto aiuto anche agli utenti per segnalare i “contenuti inappropriati”: la pagina Saudiflager è dedicata a chi vuole bandire un filmato chiedendolo direttamente a YouTube con una email.

L’Arabia Saudita, insomma, non ha nulla da invidiare alla Cina nell’uso di tecnologie sofisticate per controllare internet. Anzi, il giro di vite nei paesi arabi e musulmani è stato più deciso negli ultimi due anni: a confermarlo è arrivato da poco lo studio di un’associazione che analizza la libertà di espressione su internet, la Open net initiative. I suoi esperti hanno scandagliato più di 2mila siti in ogni nazione del Medio Oriente e del Nord Africa.

Che l’Iran sia incluso nella lista nera non sorprende. Durante le ultime elezioni, conferma l’Oni, è stato bloccato Facebook e un altro social network locale, Blogfa.

Nei Paesi arabi si affina sempre più la capacità di selezionare testi, video, immagini. E aumentano i siti inaccessibili. Anche nelle nazioni moderate. Dalla Siria, per esempio, non è possibile guardare YouTube, comprare libri su Amazon o leggere le opinioni dei gruppi di opposizione curda.

Gli internet cafè, spesso i principali punti di accesso al web per i giovani, sono “sorvegliati speciali”. Nello Yemen devono chiudere a mezzanotte. In Giordania si viaggia a due velocità: sono state installate telecamere per monitorare gli utenti negli internet café , ma la regina Rania racconta le sue vacanze in Sardegna con messaggini su twitter, un microblog.

Nel Bahrein, invece, i siti web devono essere registrati preventivamente presso il ministero dell’Informazione.

La cortina di ferro calata su gli spazi interattivi di internet, dai social network ai blog, è più sottile in alcuni Stati arabi. Secondo l’Oni, infatti, non sono regolarmente filtrati i siti web in Algeria, Egitto, Iraq, Libano e Palestina.
Ma la soglia di attenzione è alta. Proprio in Egitto è stata organizzata attraverso Facebook una manifestazione di protesta che ha riunito migliaia di studenti.

La jihad islamica sul web continua. Tra le ultime vittime, un quotidiano online del Kosovo, il territorio a maggioranza musulmana che ha rivendicato la sua indipendenza. Alcuni hacker hanno attaccato il giornale Gazetaexpress perché ha pubblicato un articolo sull’arresto di un terrorista legato alla jihad.

Secondo la Rajaratman school sono circa 6mila i principali siti integralisti su internet che diffondono manuali e video. Un fenomeno che cresce anche nei paesi musulmani del Sud est asiatico, come Malesia, Indonesia e Filippine. Sono costantemente monitorati alla ricerca di indizi utili per prevedere futuri attacchi terroristici.

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