Archivio di Agosto, 2009

Facebook addio: un’ondata di esclusi e fuggiaschi online

Mark Zuckerberg, fondatore di Facebook

Perfino i marines scappano da Facebook: preoccupazioni per la sicurezza, dicono i vertici del corpo militare. Che subito mettono le mani avanti: l’accesso al social network è proibito dalle sedi militari, ma libero dalle abitazioni private. Già alcuni mesi fa l’esercito israeliano aveva avvisato le sue truppe: i messaggi pubblicati dal fronte su blog e social network erano diventati un rischio per la sicurezza nazionale.
Non sono gli unici, però, ad essere preoccupati da “aggiornamenti di status” e fotografie che circolano in rete.

Per i vip è una fonte di stress: Bill Gates ha detto che doveva decidere sulle richeste di amicizia di diecimila persone. Troppe. E quindi lo ha abbandonato bollandolo come una “perdita di tempo”. Sarà, ma la Microsoft ha acquistato il 5 per cento di Facebook (con una spesa tra i 300-500 milioni di dollari).
E, secondo ComScore, la rete sociale in blu è diventa il quarto sito più visitato (con 340milioni di persone al mese che guardano le sue pagine), dietro Google, Yahoo, Msn (il portale di Microsoft). Scavalcando anche eBay e l’enciclopedia online Wikipedia.

Le aziende sono molto diffidenti. E spesso chiudono con un lucchetto le connessioni al web sociale. Un sondaggio informale di Techrepublic mostra la politica restrittiva negli uffici: sette impiegati su dieci dichiarano di non avere accesso al social network. Impossibile avvicinarsi anche ad alcuni blog.
L’unico che sembra superare il cerchio protettivo delle aziende è LinkedIn, una rete sociale dedicata ai contatti professionali: la usano tutti, anche i vertici azeindali, per inviarsi messaggi, cercare talenti, condividere documenti.

Le restrizioni non finiscono qui: l’agenzia di stampa Associated press permette ai suoi dipendenti di restare in contatto con amici e colleghi attraverso i social media, ma devono rispettare una disciplina ferrea. Sono responsabili anche dei commenti che altri pubblicano sul loro profilo.
Come se una persona scrivesse parole offensive con una bomboletta spray sul muro di casa e il proprietario dell’abitazione ne fosse colpevole.

I governi in Cina e in Iran non sono decisamente sostenitori dello scambio di opinioni online attraverso il social network fondato da Mark Zuckerberg.
Il traffico dal paese del dragone è stato dimezzato negli ultimi trenta giorni: secondo il blog Inside Facebook, è una conseguenza dovuta alle restrizioni dettate dalle autorità locale.

Così, su 300 milioni di cinesi online, adesso solo 500 mila guardano le pagine di Facebook ogni mese. L’Iran, invece, ha già dimostrato all’opinione pubblica mondiale il pugno di ferro: durante le proteste di piazza dei giovani l’accesso alla rete di amici online è stato ristretto o completamente censurato.

E un blogger, Evgeny Morozov, racconta che una donna proveniente dagli Stati Uniti è interrogata all’aeroporto di Teheran suo profilo di Facebook. Gli agenti hanno segnato in una lista anche i suoi amici online.

A temere l’avanzata globale del social network statunitense sono soprattutto i suoi rivali. Ormai ha superato la barriera dei 250 milioni di utenti registrati.

Appena un anno fa MySpace dominava in gran parte del mondo: mese dopo mese ha perso il primo posto, nazione dopo nazione. Agli altri non va meglio: è rallentata la crescita di Orkut in Brasile e India. Saranno i prossimi Stati contagiati dall’epidemia online?

Guarda la MAPPA dei social network nel mondo: un risiko globale con protagonisti come Facebook e altri meno noti, da Friendster a Hi5.

La calda estate di Apple: Ipod e Iphone nel mirino

iPhone 3G S_2
Ha fatto il giro del mondo la storia dell’ipod che sarebbe esploso arrivando fino a tre metri in aria. Sotto gli occhi sconcertati della proprietaria, una bambina di 11 anni. Secondo il Times online, la famiglia non rilascia altri commenti sulla vicenda dopo il clamore sollevato sui mass media internazionali.
Ma non è la prima volta che circolano voci sui rischi delle batterie degli ipod. Voci documentate. L’emittente Kirotv per sette mesi è stata sulle tracce degli incidenti: alla fine ne hanno scoperti 15. E hanno pubblicato due reclami inviati all’agenzia garante dei consumatori (Cpsc) negli Usa.
C’è chi mette in dubbio l’intera economia della Apple, rinata con il lancio dell’ipod voluto da Steve Jobs. A sollevare critiche è un blog dell’università di Harvad: l’autore è Umair Haque, direttore di Havas media Lab. Ricorda che il costo di un ipod prodotto in Cina è di 4 dollari.
E poi prova a calcolare quale potrebbe essere il prezzo per la fabbricazione negli Stati Uniti, confrontando i costi della manodopera. Risultato? Una differenza del 23 per cento. Quella che Haque definisce come la distinzione tra un “ipod buono” e un “ipod cattivo”.

Se il gioiello della corona di casa Apple è finito nel mirino dei blogger, il braccio di ferro con Google diventa più teso. L’azienda di Cupertino ha negato l’accesso a Big G nel suo negozio di applicazioni per iphone, una sorta di archivio che contiene piccoli software utili, dai giochi ai sistemi di ricerca specializzati (per ristoranti, alberghi, bar, ecc).

Google voice, questo il nome dell’applicazione espulsa, avrebbe permesso di parlare e inviare sms, decretando un conflitto nell’accordo tra Apple e l’operatore telefonico At&t. Portoni chiusi anche per Google Latitude, un servizio che permette di trovare su una mappa online gli amici in tempo reale: non è disponibile nel negozio su internet, ma può essere raggiunto via web. Anche per Apple, infatti, non è facile recintare il suo regno.

La settimana ad alta tensione tra i due colossi hitech si è conclusa con le dimissioni di Eric Schmidt, ceo di Google, dal consiglio di amministrazione della Apple, il tavolo dove vengono approvate le decisioni strategiche dell’azienda. Un conflitto di interessi che è diventato sempre più evidente negli anni. Fino al lancio del browser Chrome (rivale di Safari, sviluppato da Apple) e del sistema operativo per cellulari Android.
Finché il motore di ricerca ha annunciato che è in cantiere un nuovo sistema operativo a partire dal browser Chrome. Che dovrà vedersela con Mac Os x (Apple) e Windows (Microsoft).

I watt che contano sono quelli che non consumi

Alta tensione
Foto: s-a-m/ Flickr

Si chiamano Negawatt e rappresentano l’elettricità che non ha bisogno di essere fornita grazie a una migliore efficienza energetica.

Uno studio appena pubblicato (Pdf) dalla società di consulenza McKinsey punta il dito proprio sull’efficienza eleggendola a miglior fonte di energia a basso costo per l’economia americana. Per poter attingere a questa risorsa apparentemente a portata di mano è però necessario adottare un approccio innovativo a livello nazionale.
Il rapporto si focalizza sul potenziale di miglioramento dell’efficienza per tutti gli usi energetici che non coinvolgono i trasporti.

Si parla quindi di edifici, aziende, apparecchi per uso privato, illuminazione e molto altro. Un programma organico che eliminasse gli ostacoli sulla strada dell’ottimizzazione potrebbe conseguire una riduzione del consumo di energia di circa il 23 per cento nel 2020, ovvero in poco più di dieci anni. Abbattendo al contempo oltre un miliardo di tonnellate di emissioni di gas a effetto serra ogni anno.

Ma per rendere tutto questo possibile servono investimenti in misure volte a migliorare l’efficienza che McKinsey quantifica in 520 miliardi di dollari per conseguire un risparmio di 1200 miliardi.

Da un migliore isolamento termico degli edifici a un uso più sensato delle apparecchiature elettriche, sono molti i provvedimenti utili. Le abitazioni private dovrebbero essere così in grado di realizzare il 35 per cento del risparmio energetico calcolato, il settore industriale ha le potenzialità per conseguirne il 40 per cento mentre il restante 25 per cento dipenderebbe dal settore commerciale.

Ma come si possono convincere i cittadini a fare la loro parte e a spendere di più oggi per isolare meglio la mia casa, o per illuminarla con lampadine ad alta efficienza, il cui prezzo è più alto di quelle a incandescenza?

Da noi la detrazione del 55 per cento sui lavori di ristrutturazione che comportano un risparmio energetico è stata al centro di molte polemiche, rischiava di saltare con la finanziaria, che invece ha solo modificato la modalità di presentazione delle domande.

Oggi la detrazione Irpef è salda al suo posto e c’è addirittura una proposta della Commissione Ambiente della Camera di renderla
permanente. E le domande non sono mancate: 230.000 a fine 2008 con interventi agevolati per un valore di 3,3 miliardi di euro e detrazioni per circa 1,8 miliardi.

Più dell’idea di poter risparmiare in futuro molti soldini sulla bolletta elettrica, quindi, sembra sia un guadagno a breve termine a determinare le scelte verdi degli individui. Lo dice pure una ricerca (pdf) appena pubblicata dall’American Psychological Association.

E non solo di guadagno in termini monetari si tratta, ma semplicemente della necessità di vedere un miglioramento qualsiasi, anche di piccola entità nelle nostre tasche o nella qualità dell’aria, ma subito, piuttosto che aspettare per ottenere in futuro un guadagno o un miglioramento anche molto maggiore.

Il bello è potersi permettere entrambi.

Il futuro di Facebook

Sopa, Megaupload e il resto Il futuro di Facebook
@hobisognoditech, il blog di Guido Castellano
 
 
 
 
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