Un distributore self-service di detersivi con display che indica le emissioni di CO2 risparmiate. (credits: Ansa)
Il concetto è semplice quanto quello che sta alla base del più elementare rimbrotto che si fa a un bambino: se non sai darti dei limiti, allora te li do io. In questo caso non si tratta di caramelle o di cartoni animati, ma di emissioni di gas serra e a elargire il rimprovero è l’Ippr (Institute for Public Policy Research), una think tank britannica che ha appena pubblicato uno studio dal titolo “Piano B? Prospettive per uno scambio personale di emissioni“.
La teoria alla base della ricerca è che se entro tre anni il governo inglese non compirà i passi necessari per una riduzione sostanziale delle emissioni, probabilmente l’unica cosa che resterà da fare sarà il razionamento del carbonio. Proprio come in tempo di guerra si faceva con i beni di consumo più preziosi, così per “vincere la guerra contro i cambiamenti climatici” potrebbe essere necessario stabilire un tetto alle emissioni che ciascun cittadino può permettersi nel corso di un anno.
Alla pompa di benzina, al check-in in aeroporto, al contatore del gas e della luce si dovrebbero collocare altrettanti calcolatori di emissioni che traducano in chili di CO2 le attività che ciascuno compie: dal riscaldare la propria casa al partire con la famiglia per un viaggio Oltreoceano. In questo modo si potrebbe calcolare la produzione individuale di emissioni e consentire a coloro che ne producono meno del tetto stabilito di vendere sul mercato le proprie quote avanzate a chi invece, magari perché viaggia molto, ha bisogno di poter “spendere” più carbonio. Così il Cap and trade, un sistema previsto dal Protocollo di Kyoto già in funzione a livello di macroeconomia, in base al quale si invitano aziende e paesi a limitare le proprie emissioni e a vendere sul mercato la quota risparmiata, si applicherebbe anche ai singoli.
Un meccanismo affascinante, anche se dubito che gli inglesi non vedano l’ora di provarlo. Un giorno, però, potremmo ritrovarci tutti a guardare all’epoca in cui ognuno consumava quel che gli pareva e produceva allegramente emissioni senza limiti come a un’era di bengodi scriteriato. E’ probabile che in un futuro piuttosto vicino si passi dalle blande raccomandazioni di oggi (”Riciclate la plastica”, “Andate a lavorare in bici”) a provvedimenti assai più stringenti. Per dare un taglio alle emissioni di gas serra prodotte dai singoli cittadini si possono aumentare artificialmente i prezzi dei beni e dei servizi, caricandovi sopra una quota proporzionale a quanto inquinano, oppure porre limiti di legge alle emissioni consentite per ciascuno. Il primo sistema, decisamente poco democratico, permette in sostanza ai più ricchi di inquinare di più perché hanno i soldi per permettersi di pagare il sovrapprezzo applicato alle merci. Il secondo pone tutti sullo stesso piano. E anzi, a quel punto consumare di meno diventa un vantaggio quantificabile e spendibile, e accumulare “crediti di carbonio” può trasformarsi in una nuova forma di investimento.
Vi state appena abituando all’idea e già devo darvi una brutta notizia. All’inizio la quota annuale di crediti di carbonio assegnata gratuitamente a ciascun cittadino sarebbe calcolata sull’attuale produzione pro-capite di emissioni. Ma siccome il fine dell’operazione non è continuare a emettere come oggi, bensì lavorare per la diminuzione dei gas serra rilasciati in atmosfera, di anno in anno i crediti assegnati diverrebbero sempre più esigui, riducendo le possibilità di risparmio nei virtuosi e, con meno crediti in vendita sul mercato, anche i più spreconi sarebbero costretti a darsi una regolata.
Si calcola che il costo per mettere in piedi e gestire un sistema di monitoraggio delle emissioni individuali in tutto il Regno Unito sarebbe pari a circa 1,4 miliardi di sterline l’anno (1,6 miliardi di euro). Non certo poco. E poi c’è il problema di far mandare giù questa pillola amara alla popolazione. Tanto per cominciare allora, suggerisce Matthew Lockwood dell’Ippr, si potrebbero rendere i cittadini più consapevoli delle proprie emissioni, per esempio evidenziandole sulla bolletta del gas e della luce e sui biglietti aerei. O indicandole sulle etichette dei prodotti, cosa che in effetti in Gran Bretagna (nei supermercati Tesco e non solo), già si comincia a fare, ma anche in Francia (supermercati Casinò), Andalusia, Giappone.
Che per produrre una pinta di latte (poco più di mezzo litro) si emetta quasi un chilo di CO2 a me fa impressione e a voi?
- Martedì 15 Settembre 2009

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