- Tags: ambiente, consumi, crisi, crisi-economica, libri, risparmio
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Personalmente non ho bisogno che mi si spieghi cosa vuol dire risparmiare. Ne so abbastanza per almeno due buoni motivi: sono nata e vivo a Genova, una città che per il risparmio ha sempre avuto un grande rispetto, che sfocia in alcuni casi un una forma d’amore, e sono stata bambina al tempo della crisi energetica dell’inizio degli anni ‘70. In casa mia appena mettevi il naso fuori da una stanza mia madre correva a spegnere la luce.
Negli Stati Uniti sono appena usciti due libri che affrontano l’argomento del risparmio da due prospettive diverse, ugualmente interessanti.
Nel volume “In Cheap we trust“, Lauren Weber ricapitola la storia di quella che definisce una “incompresa virtù americana”, la parsimonia appunto, che però può anche essere tradotta con il termine tirchieria. E racconta come il risparmio possa essere un antidoto all’enorme problema del debito che gli americani si trovano ad affrontare, ma anche un comportamento ecologicamente responsabile. Il libro è inframmezzato di racconti che riguardano la famiglia della stessa autrice, e in particolare il padre, considerato un super-tirchio dai parenti tutti, che metteva in pratica ogni giorno piccole e grandi economie, dalla parsimonia nel riscaldamento di casa e nell’uso dell’acqua calda (con urlacci tirati da dietro la porta del bagno quando le docce di Lauren duravano più di due o tre minuti) al riuso delle bustine di tè (anche 10-12 volte). Abitudini che molti anziani coltivano anche in Italia, a Genova ma non solo, probabilmente aiutati dal vivido ricordo degli stenti patiti durante e dopo la guerra.
Ma noi di guerre sulla nostra pelle non ne abbiamo vissute e anzi siamo venuti su con la promessa di andare a stare sempre meglio. Almeno fino a oggi. Ed è forse proprio questo il punto cruciale: se abbiamo bisogno di risparmiare soldi, perché ne abbiamo meno di un tempo, saremo costretti a tagliare i consumi di tutto ciò che costa, compresa l’energia elettrica, facendo un favore all’ambiente. Ecco che allora la crisi economica, come molti suggeriscono e come i dati a disposizione sembrano confermare, rappresenta davvero l’occasione per consumare meno risorse.
Per farlo però dovremo probabilmente rassegnarci non solo a limitare l’uso del riscaldamento, spegnere le lucine dello stand-by, far andare la lavatrice solo a pieno carico e usare le lampadine a fluorescenza, ma anche, più in generale, a consumare meno prodotti, con un ritorno alla frugalità che ha nei concetti di riuso e scambio i propri cardini. Così sul web spuntano come funghi siti e blog che dispensano consigli su come farsi i detersivi da soli, costruire una borsa per il pc portatile da un vecchio paio di jeans, ottenere un paio di scarpe quasi nuove dando in cambio quel cappottino che non mettiamo più.
Se ci limitiamo a guardare la targhetta del prezzo per fare le nostre scelte, corriamo il rischio di peggiorare la situazione. Il risparmio, le sue lusinghe, l’idea di fare l’affarone sono infatti diventati negli ultimi anni una delle più forti leve di vendita. Alzi la mano chi non ha mai messo piede in un outlet store, non è mai corso a comprare un prodotto in promozione, non è mai stato attirato da un cartello che sbraitava “Ribassi”. Si faccia però avanti anche chi, tra coloro che a queste tentazioni hanno ceduto, non si è mai ritrovato con un paio di scarpe scomode o del colore sbagliato, usate un paio di volte e poi abbandonate nell’armadio. Chi insomma non ha mai sperimentato la prodigiosa trasformazione del fantastico articolo dal prezzo incredibile in ciarpame inutilizzabile, dell’oro in piombo?
Spiega bene il fenomeno Ellen Ruppell Shell nel libro “Cheap. The high cost of Discount Culture” (A buon mercato. L’alto prezzo della cultura dello sconto), che teorizza come comprare cose a poco prezzo non solo non faccia risparmiare affatto ma contribuisca alla lunga al nostro impoverimento, oltre ad alimentare un mercato del lavoro che non tiene in alcun conto i diritti delle persone e ancor meno, probabilmente, le precauzioni per l’ambiente. E dove finiranno le pile di “roba” comprata d’impulso perché costava poco che poi si è rotta in poco tempo o si è rivelata scomoda, inadatta o semplicemente inutile? Quanto è costato, in termini ambientali, produrla, e come potrà essere smaltita?
Come diceva Beppe Grillo in un suo spettacolo di una quindicina di anni fa prendendo in giro chi già allora puntava sul termine ecologico per vendere di tutto, dal detersivo all’orologio: “L’orologio ecologico è quello che hai già, perché non lo butti via per comprarne un altro”. E Grillo, da buon genovese, sa che seguendo questo principio si risparmia anche un bel po’.
- Lunedì 12 Ottobre 2009


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