Niente shopping e rifiuti al minimo: così inizia la settimana amica dell’ambiente

Vivere verde (credit: http://www.flickr.com/photos/mcgraths/3597037843/)

Sto partecipando al No Impact Week experiment, la settimana a impatto zero promossa dal blog ‘Huffington Post e ideata da Colin Beavan, l’uomo che ha vissuto con la sua famiglia per un anno a impatto zero (per trarne poi un libro e un documentario).

La missione della domenica, il primo giorno della settimana “no impact”, era piuttosto facile: riconsiderare i propri consumi ed evitare di fare acquisti di nuovi beni, a parte quelli di prima necessità come il cibo.

Niente shopping, in pratica, e infatti l’unico acquisto che mi sono concessa è stato un piccolo vassoio di paste per il pranzo a casa di parenti. Per il resto, essendo una bella domenica di sole, ho fatto un paio di bucati, una passeggiata e, alla sera, ho guardato un po’ di tv. Passeggiata a parte, mi rendo conto che lavatrice e televisore saranno presto off limits, come lo è stato ieri lo shopping: il motto per la giornata di giovedì è “sostituite i kilowatt con l’ingegno”, e non dico altro.

Il compito di oggi sembrava dapprima facile quanto quello di ieri: eliminare, o ridurre di molto, i rifiuti. Come da programma ho approntato il mio sacchetto, rigorosamente riutilizzabile, in cui dovrò conservare la spazzatura che produco per tutta la settimana. Un sacchetto solo? Già, come vedete la missione è più ardua di come uno si immagini. Ci sono finiti dentro una bottiglia di birra, un vasetto di yogurt, due giornali e l’involucro di plastica di una confezione di carta da cucina. Mi rendo conto che ho fatto male a spacchettare lo Scottex, perché da oggi mi è proibito usarlo: devo votarmi a tovaglioli e fazzoletti in stoffa per tutta la settimana. Beavan ha avuto una certa notorietà quando il New York Times fece un pezzo sulla sua impresa intitolato “L’anno senza carta igienica”. La sua guida però non dice niente in proposito, quindi suppongo di poter continuare a usarla.

In generale direi che fare e mangiare il meno possibile è il modo migliore per produrre pochi rifiuti. Tra i consigli che compaiono sul manuale di istruzioni per la settimana, scaricabile dal sito dell’iniziativa, ce ne sono parecchi di facile applicazione: usare la tazza in ceramica invece del bicchierino usa-e getta per il caffè della macchinetta in ufficio, portarsi dietro una sporta riutilizzabile per la spesa, riusare la carta, non stampare oppure almeno farlo su entrambi i lati del foglio, comprare cibi sfusi invece che confezionati. Quando si arriva alla spiegazione di come farsi e detersivi da soli confesso che ho qualche dubbio: non credo che userò l’aceto e il bicarbonato per lavare piatti e panni. Ma i margini di miglioramento ci sono lo stesso: invece di ricomprare il sapone liquido per le mani, che ho appena esaurito, metterò in bagno una bella saponetta. A forza di usarle per profumare i cassetti avevo dimenticato che la loro funzione originale è quella di lavare. Per la toilette maschile il consiglio, che va nella stessa direzione, è di passare dalla schiuma al sapone da barba e dal rasoio usa e getta a quello riutilizzabile.

E per chi deve fare un regalo di compleanno proprio questa settimana? L’idea migliore consiste nel donare qualcosa di immateriale, un’esperienza invece di un oggetto, così si risparmia anche la carta del pacchetto: una lezione di danza, una serata a teatro, un massaggio.

Beavan vuole essere un’ispirazione per tutti coloro che aderiscono alla settimana no impact, ed è proprio alla ricerca di un po’ di incoraggiamento che vado a leggermi che cosa sono riusciti a risparmiare, in termini ambientali, lui e la sua famiglia nel corso del loro anno a impatto zero. Scopro che il risparmio rispetto ai consumi di una famiglia newyorkese media ammonta a 1248 contenitori in plastica per pasti take-away, 2190 bicchieri di carta o plastica, 572 sacchetti di plastica, 2184 pannolini usa e getta e l’equivalente di oltre 16.000 chili di spazzatura. Le cifre mi impressionano non tanto per la bravura di Colin e di sua moglie, che sono stati in grado di fare a meno di tutto ciò e ora chiedono anche a noi di provarci, ma perché testimoniano l’entità abnorme dell’impatto ambientale di una famiglia americana che vive in una grande città. Lo confermano i dati del Global Footprint Network che calcola l’impronta ecologica delle nazioni, una misura che consente di capire quanta Terra usiamo. L’impronta degli Stati Uniti è stata stimata nel 2005 in 9,4 ettari pro capite, contro i 4,7 ettari “consumati” da ogni italiano. La conclusione è che se tutto il mondo adottasse lo stile di vita americano avremmo bisogno di 5 pianeti, mentre ne abbiamo a disposizione soltanto uno. Ed è ora per tutti di sfruttarlo un po’ meno.

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