di Marco De Martino
Quando venne estratta dal fiume gelato in cui era caduta mentre sciava con due amici, Anna Bagenholm era clinicamente morta da un’ora. I soccorritori dell’ospedale di Tromsø, nel nord della Norvegia, capirono che la situazione era disperata subito dopo avere estratto dal ghiaccio la donna, un medico di 29 anni: aveva smesso di respirare, il polso era senza battito, le pupille dilatate, la temperatura corporea di 13,7 gradi. Ma invece di riscaldarla con coperte e thermos, come si fa in questi casi, gli infermieri decisero di tenere il corpo ghiacciato per il trasporto in elicottero.
Abituati ai casi di ipotermia, i soccorritori sapevano che lo stesso freddo che avrebbe potuto ucciderla giocava a suo favore, riducendo il bisogno di ossigeno del cervello nel momento in cui il sangue della donna non ne aveva molto a disposizione. Ma quella volta presero anche un’altra decisione, mai sperimentata: non somministrare la soluzione salina usata per evitare la disidratazione. Il motivo? Trattando altri episodi di congelamento, i dottori avevano capito che i fluidi non facevano altro che aumentare la pressione sui tessuti danneggiati, e avevano quindi deciso di non seguire i protocolli, limitandosi a riportare molto lentamente alla temperatura normale il corpo della donna. E il suo cuore ricominciò miracolosamente a funzionare almeno 3 ore dopo avere smesso di battere.
Le cose non furono in realtà così semplici. Il sangue di Anna dovette essere ossigenato artificialmente per cinque giorni. E lei restò paralizzata per cinque mesi. Ma ora Anna fa la dottoressa nello stesso ospedale dove è stata salvata e la storia della sua resurrezione è solo una di quelle raccontate nel saggio Cheating Death (Ingannare la morte: i dottori e i miracoli medici che salvano vite quando tutto sembra disperato), uscito negli Usa. L’autore, Sanjay Gupta, corrispondente medico della Cnn, dimostra che tornare a vivere dopo la morte è più normale di ciò che sembra.
«L’ultimo battito cardiaco è solo l’inizio di un processo, non la fine della vita, e grazie a nuove tecnologie e accorgimenti dettati dall’esperienza la morte è sempre più un processo reversibile» sostiene Gupta, che è anche un neurochirurgo che ha rifiutato la nomina a Surgeon general (ministro della Sanità ) nell’amministrazione Obama pur di continuare a operare i pazienti. Aggiunge Lance Becker del Centro di scienze della rianimazione all’Università della Pennsylvania: «Ci hanno insegnato che esiste una linea netta fra la vita e la morte, ma non è vero. Molto più spesso di quel che si pensa si combatte in una zona grigia, da cui molti tornano».
Spiega Becker che l’arresto cardiaco si compone di tre fasi: elettrica, circolatoria e metabolica. La prima dura circa 4 minuti: il cuore continua a pulsare anche se non pompa più sangue a un ritmo costante. Durante la fase circolatoria, che dura da 4 a 6 minuti, viene consumato tutto l’ossigeno presente nel sangue e il cuore non può più generare energia elettrica. L’assenza di ossigeno costringe poi le cellule a fare ricorso ad altre fonti di energia, portando alla fase metabolica e alla morte.
Per ogni minuto senza ossigeno le possibilità di tornare in vita scendono del 10 per cento: se non si viene soccorsi subito, cala al 2 per cento. Per anni nei pronto soccorso si è insegnato a usare un misto di compressione del petto e respirazione bocca a bocca. Ma ora si è capito che nei primi minuti dopo l’infarto il sangue è ancora ricco di ossigeno e che la priorità è distribuirlo comprimendo il torace il più velocemente possibile (200 volte in 2 minuti) per sfruttare la residua presenza di elettricità . La defibrillazione non riattiva il cuore, che non ne ha bisogno perché nei primi minuti continua a pulsare, ma ne ristabilisce il ritmo perduto.
Le probabilità di sopravvivenza aumentano ancora se dopo la compressione viene usata una sorta di ipotermia terapeutica, simile al processo di raffreddamento naturale della sciatrice rinata dal freddo. «È come premere il pulsante pausa in un videoregistratore: abbassando la temperatura le funzioni metaboliche rallentano, il bisogno di ossigeno di cuore e cervello cala, e si guadagna tempo» dice Becker.
Ogni grado di raffreddamento porta a un rallentamento del metabolismo cellulare tra il 5 e il 7 per cento, ostacolando i processi chimici che portano alla morte cellulare nella terza fase dell’infarto. A volte, in casi di morte cerebrale, il raffreddamento dà tempo al cervello di autoripararsi. È anche per questo che i pompieri newyorkesi e molte unità di pronto soccorso usano ormai abitualmente soluzioni saline raffreddanti per abbassare la temperatura corporea.
I dottori del ghiaccio, come li chiama Gupta, risentono della confusione tra gli organismi ufficiali americani. La Fda dice che è sbagliato raffreddare gli infartuati perché non si sa se l’ipotermia funziona, la American heart association ne consiglia l’uso, i National institutes of health sostengono che ci sono così tante prove della sua efficacia che non è etico non usarla.
In attesa dell’ufficializzazione del metodo, nei laboratori del Darpa (il centro studi del Pentagono) si studia un farmaco che possa essere iniettato per produrre uno stato di ibernazione istantaneo, il tempo necessario per trasportare i soldati dal fronte ai centri medici. Tra le sostanze testate c’è l’idrogeno solforato, che in dosi minuscole rallenta i movimenti degli animali da laboratorio.
Dalla loro i dottori del ghiaccio hanno già decine di rianimazioni ottenute in questo modo. Un 68 enne tornato a vivere dopo essere «morto» facendo jogging in palestra. Un 59enne resuscitato dopo che il cuore aveva smesso di battere mentre guidava. Un 22enne riemerso dal freddo dopo un arresto cardiaco. Alcuni raccontano delle esperienze vissute al confine tra vita e morte: dicono di avere abbandonato il corpo e di avere osservato dall’alto i soccorritori, parlano di un ronzio che li accompagnava mentre si incamminavano in un lungo tunnel.
I racconti si assomigliano e per la maggior parte dei ricercatori si tratta di allucinazioni determinate dalla mancanza di ossigeno (la riduzione del campo visivo potrebbe portare a immaginare un tunnel) o l’effetto di sostanze prodotte naturalmente dal cervello in momenti di forte stress fisiologico.
Ma Sam Parnia, che insegna al Cornell medical center di New York, incuriosito da questi fenomeni ha deciso di indagare coinvolgendo 25 centri medici nel mondo: per due anni verranno intervistati decine di pazienti che hanno ripreso vita dopo che il loro cuore aveva smesso di battere. Per stabilire se si tratta di vere esperienze extracorporee o di allucinazioni, in alcune sale d’emergenza ha fatto appendere immagini visibili solo dal soffitto dove alcuni dei pazienti dicono di volare: se fosse così, dovrebbero riportare anche questi particolari.
«È molto probabile che si tratti solo di false memorie» avverte Parnia. «Ma se avessimo la prova che la mente e la coscienza possono separarsi sarebbe una scoperta fantastica». Un miracolo, un po’ come resuscitare i morti.
- Giovedì 10 Dicembre 2009
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