
Furbo, confuso, disinformato: si presenta così il pirata medio italiano. Una figura che ha un’alta considerazione delle proprie abilità informatiche e che - proprio per questo – ne sottovaluta i rischi.
Ce lo dice una ricerca condotta da Euromedia Research in collaborazione con l’Università Iulm per conto di Univideo, l’Associazione che raggruppa le principali aziende italiane dell’industria dell’audiovisivo.
L’indagine – che si è concentrata su un campione della popolazione italiana tra i 15 e i 50 anni – ha evidenziato innanzitutto la portata del fenomeno del download illegale in Italia per quanto riguarda i contenuti audiovisivi: quasi un utente su due (il 45,7% del campione) scarica abusivamente dalla Rete canzoni, film o altri contenuti protetti da copyright; il 38,2% per conto proprio, il 7,5% mediante terzi. Un trend in crescita, anche in virtù dell’aumento delle connessioni flat, che dà all’Italia il non invidiabile primato di Paese europeo con il maggior tasso di pirateria.
Ma i risultati più sorprendenti arrivano dall’analisi dei comportamenti, e in particolare da quelli sulla consapevolezza dei rischi informatici associati al downloading: blocco del sistema operativo, danneggiamento dei file e dei programmi, rallentamento e caduta della connessione Internet. Fra quanti scaricano personalmente, infatti, il 73% dichiara di preoccuparsi dei rischi ma senza per questo cambiare le proprie abitudini, mentre il restante 27% non se ne preoccupa affatto, confidando nella protezione offerta dai propri sistemi antivirus.
Va detto, però, che fra questi solo il 13% è in grado di cavarsela da solo davanti a un problema, i più invece brancolano nel buio. E qui sorgono i problemi; che in molti casi si trasformano in costi. Secondo la ricerca, la spesa annuale media in Italia per riparare i danni su computer causati da virus è di oltre 400 milioni di euro (senza contare i danni morali e quelli legati al furto di identità e alla violazione della privacy).
Chiarisce Matteo Brega, docente all’Università Iulm e titolare della cattedra Unesco dell’Osservatorio dell’Immaginario: “Solo meno del 15% dei downloader è in grado di gestire certe problematiche, e lo fa in molti casi utilizzando macchine dedicate connesse 24 ore su 24 sulle quali non risiedono dati e programmi sensibili. La restante parte crede di sapere, ma in realtà è confusa e disinformata. Tanto che spesso confonde il peer-to-peer con il file sharing, lo streaming con il downloading.

Il curatore della ricerca, Matteo Brega
È un equivoco che si genera allorquando scatta il desiderio del contenuto facile: “C’è un primo impulso”, ammette il docente, “che è quello di accaparrarsi dei beni in modo gratuto e immediato. Questo genera nel downloader la convinzione di essere un esperto e di sapersi orientare molto bene all’interno dell’ambiente informatico. A tal punto da riuscire a far fronte a qualsiasi tipo di problematica. Il che è palesemente non vero”.
Ecco perché in questi casi la consapevolezza dei rischi non basta. Occorre che sia risvegliata da un’esperienza negativa: “Chi manda il pc almeno una volta in assistenza per motivi legati al download illegale, si convince che è meglio smettere. O quantomeno ridurre la propria attività”.
- Venerdì 11 Dicembre 2009
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