Clima: cronache minime da Copenaghen

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Il fruttivendolo danese di Holberosgade, una delle tante vie del centro di Copenaghen, parla un inglese fluente, che farebbe invidia a molti dei nostri politici, e fornisce indicazioni su un albergo come se ripetesse una litania. Chissà quanti ne ha visti passare. E infatti, quando il giornalista di Panorama lo avvicina, chiede subito: «Climate change conference?». Indovinato. Benvenuti a Copenaghen, un posto dove tutti sanno cos’è il riscaldamento globale. Fino al 18 dicembre, le nazioni del pianeta cercano di trovare una soluzione condivisa per il taglio delle emissioni di gas serra.

Dodici giorni in cui, a fianco di conferenze politiche e scientifiche sul clima, ipotesi di accordi, riunioni e decisioni, va in scena uno spettacolo quotidiano di cronache minime. Che fanno capire, più di ogni evento ufficiale, che aria tira al Bella Center di Copenaghen.

La statua annegata

Che raggiungere un’intesa globale sul clima non sia una cosa semplice se ne accorgono tutti. Anche il fruttivendolo cui Panorama ha chiesto indicazioni: «Figuriamoci. Quando c’è un problema, chi la pensa in un modo e chi in un altro. E poi ci sono quelli che dicono che il problema non c’è nemmeno». Come dargli torto? La prima avvisaglia di questo stato di cose risale a una settimana fa. Il Comune di Copenaghen aveva piazzato una statua di 800 chili nei pressi del porto, a ridosso del mare. Rappresentava un bimbo africano emaciato che portava sul collo una dea della giustizia in chiave moderna: un donnone alto e obeso. In vista del vertice, l’artista danese Jens Galschiot aveva voluto dire che il fardello dei disastri climatici affligge di più i paesi poveri.

A qualche giorno dal vertice, però, Galschiot aveva ricevuto una telefonata anonima che lo avvisava dell’imminente «annegamento» della statua nelle acque del porto. Non potendo contare in un disperato tentativo di salvarsi a nuoto né da parte della donna né del bambino, li aveva lasciati affondare, limitandosi a maledire gli indiziati principali del delitto: gli scettici del riscaldamento globale. «La mia opera era una provocazione» racconta. «Così l’hanno legata con una corda a una barca e buttata in mare». Ma il giallo ha avuto un lieto fine: approfittando delle acque pulite, l’artista stesso si è improvvisato sommozzatore, individuando sul fondale la posizione della sua creatura. Che è stata poi recuperata.

Menù vegetariano, anzi no

La sera del 6 dicembre sono ancora migliaia le persone in fila davanti al Bella Center: giornalisti, scienziati, membri di organizzazioni non governative, personale tecnico. Devono passare davanti a un metal detector, presentare documenti, essere fotografati e ricevere una targhetta identificativa. Che si tratti di persone sensibili all’ambiente lo si capisce da sorrisi e applausi rivolti a un giovane asiatico, anch’egli in fila, in tenuta rigorosamente verde: pantaloni, giacca, camicia e cravatta.

All’uscita, gruppi di manifestanti distribuiscono volantini. Uno di questi proclama gli svantaggi del consumo di carne: malattie cardiovascolari, diabete e obesità, deforestazione, uso del 43 per cento di cereali e dell’83 di soia del pianeta, emissioni di metano. Il volantino conclude che una dieta vegetariana significa salute, economia, ecologia, compassione e pace. Ma la coerenza, si sa, è una virtù rara. Il vertice inizia il giorno dopo, e per quella sera occorre servirsi dei ristoranti in città. Prima pagina del menù: «Cena vegetariana Climate change». Però voltare pagina è irresistibile: e ci si trova davanti a una lista smisurata di bistecche e filetti. Ma sì, in fondo il vertice inizia domani. Da domani, pasti rigorosi. E acqua di rubinetto.

Nel suo «opening address», in effetti, il primo ministro di Danimarca Lars Lokke Rasmussen aveva annunciato: «Noi possiamo e dobbiamo cambiare. Per questo abbiamo cercato di organizzare una conferenza diversa dalle solite. Non abbiamo acqua imbottigliata, solo dal rubinetto. E due terzi di tutto il cibo è biologico, per limitare al massimo l’impronta ecologica del vertice».

D’accordo, lasciamo perdere la quantità di anidride carbonica emessa dagli oltre 15 mila partecipanti nei loro viaggi di andata e ritorno. Ma di bottiglie di plastica di varie bevande nei self service del Bella Center, volendo essere pignoli, ce ne sono parecchie. E lascia perplessi anche la notizia che cento chef cucineranno 15 tonnellate di patate, 50 mila sandwich, 10 mila polli svedesi e 150 agnelli della Nuova Zelanda.

Ci vuole l’arte della retorica di Demostene per convincere un reporter a non rivolgere la domanda a uno dei cuochi: «Ma cos’hanno di speciale i polli svedesi? E gli agnelli in Nuova Zelanda?». «Sono nutriti in maniera ecofriendly» risponde. «Sarà, ma il trasporto?». «Anche quello ecofriendly» dice ostentando sicurezza. Il lettore può esercitare la fantasia: vuoi vedere che gli agnelli sono venuti a piedi dalla Nuova Zelanda?

D’altronde sono in tanti a essere arrivati a Copenaghen nei modi più impensabili: un gruppo di ambientalisti e rappresentanti di organizzazioni non governative ha viaggiato in treno da Kyoto a Copenaghen passando per Vladivostok, Novosibirsk e Mosca; l’australiano Kim Nguyen ha pedalato per 18 mila chilometri dalla sua città, in Australia, a Copenaghen per portare il suo messaggio ecologista: «Il cambiamento climatico inizia con quello della mentalità della gente». Ecco uno che ci crede davvero.

Defunti a basse emissioni di anidride carbonica

Tutti devono contribuire al taglio di gas serra. Anche i morti. Così, alla vigilia del vertice, sono stati annunciati piani per ridurre il numero di forni crematori da sette a uno (quello della città di Ringsted). Non sembrano molto convinti i familiari dei defunti: la consapevolezza di un impatto ridotto non li ripaga del dover vedere i loro cari avviarsi al triste rito su un unico veicolo, in compagnia di altri trapassati. D’altronde, più dell’ecologia possono le ragioni economiche: dal 2011 nuove leggi per l’ambiente impongono filtri al mercurio nei crematoi, costi che devono essere coperti dalle chiese o dai parenti dei defunti. Torben Hjul Andersen, della diocesi di Roskilde, non ci ha pensato due volte a proporre un piano per abbassare le emissioni e i prezzi: uno speciale veicolo trasporterà fino a quattro corpi nel raggio di 100 chilometri. Dignità garantita dall’abito e dalla serietà del conducente.

Vinca il peggiore

Chi pensa che al Bella Center non ci si diverta si sbaglia. Ogni sera, per esempio, si svolge una singolare cerimonia: il Fossil of the day award
, organizzato da The Climate Action Network. Ottiene il premio il paese più «cialtrone», quello che peggio contribuisce all’ipotesi di un accordo globale.

L’8 dicembre, giorno in cui questo articolo è stato scritto, ha vinto l’Ucraina, che ha proposto un piano di riduzione del 20 per cento rispetto al 1990 (pari a un 75 per cento di crescita dai livelli attuali). Secondo classificato, l’Umbrella Group, che annovera varie nazioni non Ue, tra cui Giappone e Norvegia: motivazione, aver cercato di inserire alcuni progetti vantaggiosi per sé all’interno di meccanismi permessi solo alle nazioni povere. Al terzo posto, ancora l’Ucraina per essersi rifiutata di svelare come userà il denaro ricavato dalla vendita di crediti di emissione.

Il gioco ha una lunga tradizione. Nella singolare competizione da sempre eccellono i paesi arabi produttori di petrolio, in particolare l’Arabia Saudita, nella persona di Mohammed al-Sabban, senior adviser economico e delegato del governo arabo. Baffuto, capelli corti, viene definito dai ragazzi del Climate Action Network «the most likely villain of the conference», «il più probabile mascalzone della conferenza». C’è sempre un po’ di crudeltà nei giudizi della gente: dopotutto sta facendo il suo dovere con onestà, lavorando seriamente per il fallimento. Tra l’altro neppure nega le evidenze scientifiche. Semplicemente, non gliene importa nulla. Ha appena chiesto un risarcimento per il calo della domanda di petrolio da parte delle nazioni che passano a un’economia verde. Mettendo un’ipoteca sul «fossil of the conference» 2010.

Co2 o rane bollite?

Di scettici del Global Warming dentro il Bella Center non se ne vedono. Ma Brian Winter, giornalista di Usa Today, dice: «Ci sono, eccome. Non si fanno riconoscere», e si mostra disponibile a introdurre quello che chiama un suo «client», un certo Leighton Steward, geologo e autore di libri sull’ambiente. Ognuno ha i suoi gusti. Lui è uno al quale la CO2 piace: fa bene al pianeta e all’uomo, dice, perché favorisce la crescita delle piante. Quanto allo scioglimento dei ghiacci, nessun problema: primo, l’aumento del livello del mare non può superare i 50 centimetri; secondo, gli orsi si adatteranno, infatti è stata trovata una mandibola di orso risalente a 120 mila anni fa, quando la temperatura era 5 gradi maggiore di adesso. Che idea abbia dei lunghissimi tempi necessari all’evoluzione non è dato sapere.

Il genere umano va da un estremo a un altro. Per uno scettico convinto, c’è un ambientalista estremo come Andreas Andreopolelos, greco, lungo codino bianco, venuto a Copenaghen ad «annunciare al mondo» il suo movimento: Le rane bollite  www.frogboiled.org). A lui è riservata una delle «press room» del Bella Center, ma si presentano solo quattro spettatori, uno dei quali se ne va dopo la proiezione della diapositiva del quartiere generale dell’organizzazione: una casa fatiscente in Tessaglia. Gli altri tre restano, ma sono imbarazzati almeno quanto lui. Alla domanda: «Cosa l’ha spinta a fondare un altro movimento ambientalista?» Andreopolelos risponde: « Il desiderio di un mondo pulito e di gente pura».

Al di là delle rane bollite, questo obiettivo è condiviso da tutti, qui a Copenaghen. Perfino bambini e ragazzi. Uno di loro è italiano, si chiama Andrea Grondona, 17 anni, ed è stato premiato per un progetto di divulgazione sull’ambiente finanziato dal British Council. Vuole lavorare per una rappresentanza italiana in seno allo Iango, organismo non governativo per la lotta ai cambiamenti climatici costituito da ragazzi, in prevalenza provenienti dai paesi più colpiti, come Indonesia e Bangladesh. Molti di loro nel 2050 ci saranno di certo. Avranno vissuto abbastanza a lungo per vedere le conseguenze dell’immissione in atmosfera di gas serra. E chissà se avranno voglia di scherzare su quanto è accaduto a Copenaghen.

Commenti

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Il 11 Dicembre 2009 alle 19:53 Panorama in edicola - n°51/2009 - Panorama.it - Panorama.it ha scritto:

[...] del giorno AMBIENTE Cronache minime da Copenaghen di L. [...]

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