Mentre la presidenza del summit sul clima passa al Premier danese Rasmussen, da Copenaghen non arrivano buone notizie: non si riesce a superare lo stallo nei negoziati. E se già i delegati non avevano trovato una piattaforma di accordo, ora è ai politici che passa la parola. Ma a Copenaghen si è già parlato tanto e si parlerà ancora molto.
Tutti speriamo che i fiumi di parole non restino un chiacchiericcio indistinto, ma si concretizzino in azioni, possibilmente nella firma di un trattato, in accordi vincolanti.
Insomma in fatti. Per il momento però ci tocca lavorare con quello che abbiamo, e cioè le promesse, a volte vaghe e indistinte, altre volte precise ma con obiettivi temporali lontanissimi. Dobbiamo fidarci? Come facciamo a controllare che siano rispettate? E sopratutto, cosa succede in realtà?
Sono 64 milioni e 600.000. No, non sono tonnellate di CO2 ma i risultati che si ottengono digitando le parole “climate change” su Google. Il numero di siti interamente dedicati al cambiamento climatico, aggiunto al numero di quelli che se ne sono a vario titolo occupati, è aumentato esponenzialmente negli ultimi tempi, con l’avvicinarsi della Conferenza di Copenaghen. Tra questi ce ne sono alcuni che possono dare una mano a tenere traccia di fatti e promesse ma anche a mostrare esempi di azioni positive.
Il primo, presentato in questi giorni proprio alla conferenza Onu sul clima, è l’Environmental Atlas of Europe, nato dallo sforzo congiunto dell’Agenzia Europea per l’ambiente (EEA), dell’Unep (UN Environment Programme), dell’Ente spaziale europeo (ESA) e di Microsoft. Dalla mappa satellitare che mostra come i cambiamenti climatici abbiano già fatto sentire i loro effetti al suolo, si giunge alle esperienze locali per raccontare come, in giro per l’Europa, ci siano comunità e imprese che hanno messo a punto soluzioni innovative in termini di sostenibilità e adattamento. Fatti, appunto.
Un video di presentazione del progetto
Tornando invece alle promesse, per tenerne traccia e controllare che vengano rispettate c’è un sito delle Nazioni Unite che consente agli utenti di sapere di ciascun paese quali dichiarazioni d’intenti ha fatto in termini di riduzione della CO2 e di capire le differenze che esistono tra i vari paesi. Lo sapevate che il Costa Rica ha intenzione di diventare carbon neutral, cioè di raggiungere emissioni zero, entro il 2021? E pensare che invece il Canada si limita a un misero -3% per il 2020 (dal livello del 1990). Il sito sarà aggiornato man mano che nuove proposte e promesse verranno fatte nelle sedi istituzionali: speriamo quindi di vedere grossi cambiamenti dopo Copenaghen.
Ma se le dichiarazioni non si tramutassero in realtà e le belle parole non diventassero legge? Perfino il misero -17% entro il 2020, rispetto al 2005, promesso dagli Stati Uniti potrebbe non essere accettato dal Senato americano. E allora che succederebbe? Ce lo dice una stima fatta dalla US Energy Information Administration nel suo Annual energy Outlook per il 2010, che contiene proiezioni fino al 2035. Se nel 2009 la crisi economica ha comportato un leggero calo delle emissioni negli Usa, la ripresa potrebbe comportare un nuovo innalzamento delle emissioni, calcolato nell’ordine dello 0,3 per cento annuo, in mancanza di una legge che ponga dei limiti. Insomma, altro che green economy, senza una normativa che sanzioni chi inquina l’economia americana è destinata ad andare “a carbone” ancora per un bel po’.
E nel resto del mondo, come siamo messi e che succederà nei prossimi anni? Una bella mappa con un quadro globale della situazione si trova qui e mostra con un colpo d’occhio che le tonnellate metriche di CO2 prodotte annualmente nel mondo, per come stanno le cose oggi, sembrano destinate ad aumentare inesorabilmente. A fare la parte del leone sono sempre Cina e Stati Uniti, ma molti nuovi grandi inquinatori si stanno affacciando sulla scena: si tratta in gran parte proprio di quei paesi che chiedono risorse per affrontare il cambiamento climatico e investire nello sviluppo sostenibile.
- Mercoledì 16 Dicembre 2009


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