Ozonoterapia: trasfusioni fuorilegge, ecco come le fanno

ozonoterapia: trasfusioni fuorilegge, ecco come le fanno

di Marco Bonarrigo

La stanza è in penombra. La bombola di ossigeno è collegata a un apparecchio pieno di pulsanti e manopole che emette un suono inquietante, simile a una sequenza di scariche elettriche. Con una grossa siringa il medico aspira lentamente un fluido dalla rumorosa macchinetta e lo inietta nel flacone di una flebo. Poi monta la flebo sulla piantana, comprime con un laccio emostatico l’avambraccio del paziente e cerca la vena giusta in cui infilare l’ago. Il primo tentativo va a vuoto, il secondo pure, tanto che un fiotto di sangue cola sul lettino. Al terzo tentativo il medico centra la vena e il liquido comincia a gocciolare nella cannula.

Non siamo in un ospedale ma in un’anonima stanza al pianoterra di una villetta nella provincia emiliana. Il medico indossa un maglioncino al posto del camice bianco. Il paziente, l’uomo con al braccio la flebo che sta iniettando nel suo sangue una soluzione fisiologica miscelata a ozono, è un 45enne in ottima salute. Si tratta di un giornalista, l’autore di questo articolo, che fingendo di essere uno sportivo della domenica in cerca di un «aiutino» per migliorare le prestazioni si è imbattuto in uno «specialista» di cui finora nessuno aveva mai documentato l’attività: un manipolatore del sangue.

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Sviluppata in Finlandia e perfezionata in Italia tra il 1970 e il 1985 sotto forma di autoemotrasfusione, la manipolazione del sangue è stata rapidamente soppiantata, nel doping, da quella farmaceutica: identico l’obiettivo, arricchire di ossigeno il plasma per correre, nuotare o pedalare più forte e resistere più a lungo. La nascita delle eritropoietine, farmaci miracolosi in campo chirurgico per innalzare l’ematocrito, sconvolse lo sport fino al 2001, quando l’antidoping mise a punto un sistema sempre più affidabile per poterle riscontrare ai controlli.

A quel punto gli esperti di doping hanno fatto un passo indietro, tornando alla manipolazione fisica, più difficile da intercettare. I casi di doping per autoemotrasfusione dimostrati per via analitica sono infatti rarissimi. Chi scrive ha trovato la via italiana alla manipolazione del sangue seguendo il filo di una forma di medicina alternativa che sta prendendo piede: l’ossigeno-ozonoterapia. È una pratica controversa, utilizzata in alcuni campi (terapia del dolore, ernie discali, arteriopatie…) e autorizzata dalle asl con precisi limiti di intervento. A volte violati: l’inchiesta giudiziaria Via col doping, promossa dalla procura di Padova, ha reso pubblico un video scioccante: una trasfusione di sangue all’ozono praticata in ambulatorio a una nuotatrice 15enne, alla presenza dei genitori.

Quel medico, condannato in via definitiva per doping, era un amico del padre della ragazza. Ma per una persona comune è così difficile trovare medici del genere in Italia? Chi scrive si è procurato gli elenchi degli «specialisti» in ossigeno-ozonoterapia, ha selezionato quelli che si occupavano anche di medicina dello sport e ha iniziato un giro di telefonate. Per arrivare allo specialista emiliano e fissare un appuntamento è bastata mezza giornata.

Il medico ha ricevuto il cronista in uno studiolo ricavato nella villa in cui abita. Non ha fatto molte domande, è andato subito al sodo: ha proposto prima un ciclo di infusioni (flebo) e a seguire un ciclo di trasfusioni di sangue, entrambe «addizionate all’ozono». Ha spiegato che, una volta in circolo, l’ozono avrebbe aumentato la dimensione dei globuli rossi, allargato le vene e migliorato sia il recupero sia le prestazioni. Ha parlato di soldi, proponendo subito uno sconto: da 1.400 a 650 euro per il ciclo completo saldando tutto senza fatture. Fatture che, ha precisato, non avrebbe comunque potuto emettere.

Tempo una settimana e il cronista era disteso sul lettino, con una flebo in vena. Nessuna identificazione, niente visita né misurazione della pressione né apertura di una scheda sanitaria: il dottore ha solo dato una rapida occhiata alle analisi che chi scrive aveva portato, taroccate e per di più intestate a una donna. Il medico ha poi proceduto all’infusione, faticando non poco a trovare la vena giusta.

Sul piano emotivo l’evento è stato traumatico: una flebo è una pratica ospedaliera che non lascia indifferenti. Difficile immaginare l’effetto sulla psicologia di una ragazzina, di un’adolescente.

A questo punto va precisata una cosa. Somministrare una flebo, anche solo di soluzione fisiologica, o praticare una trasfusione a una persona sana, che fa sport agonistico, è una palese, doppia violazione del Codice mondiale antidoping e della legge penale italiana 376/2000. Chi si sottopone a doping rischia due anni di squalifica. E chi opera questa pratica rischia fino a tre anni di carcere, con aggravanti se il dopatore è un medico di una federazione sportiva nazionale. Già, perché indagando sul medico emiliano si scopre che ha responsabilità importanti nell’ambito di una federazione del Coni e che è stato medico a livello professionistico nel calcio.

Fra una terapia e l’altra (10 a distanza di una settimana), il cronista ha interpellato alcuni esperti. Marianno Franzini, che presiede la Società italiana di ossigeno-ozonoterapia, difende ovviamente la pratica in sé, giudicandola priva di rischi, però non giustifica il medico che ha incontrato chi scrive: «In assenza di una patologia certificata, sia la flebo sia la trasfusione violano la legge e il nostro codice deontologico. Spesso questi medici fingono di essere iscritti alla nostra società ma noi non li conosciamo».

Com’è possibile che questo dottore sfugga ai controlli e operi nell’ombra? «In Italia» spiega Franzini «qualunque medico può acquistare le apparecchiature specialistiche e, magari senza nemmeno leggere le istruzioni, usarle sui pazienti. Tra l’impiego di una siringa e una macchina per l’ozono la legge non fa distinzioni».

Decisamente scioccato, invece, è Giuseppe D’Onofrio, direttore del Centro trasfusionale del Policlinico Gemelli e fra i massimi ematologi italiani. «È impensabile che si faccia manipolazione commerciale del sangue, che si eseguano trasfusioni fuori dagli ospedali e su persone sane. Pratiche del genere sono prive di qualunque senso: non esiste alcun effetto dimostrabile sui parametri ematici. E sono rischiose».

La trasfusione, infatti, è una pratica altamente specializzata: se praticata da un occasionale può provocare problemi anche gravi (per esempio l’embolia); e se fatta al di fuori di un centro trasfusionale, può causare tutti i guai provenienti dalla mancanza di sterilizzazione, come lo shock anafilattico. Senza che ci sia, a differenza che in un ospedale, personale di primo soccorso attrezzato in caso di emergenza.

A una settimana di distanza dalla prima «terapia» il cronista è tornato nello studio del medico per una seconda infusione. Anche in questo caso la flebo si è bloccata a metà e il dottore ha dovuto cercare una vena diversa. Durante l’infusione ha anche proposto alcune delle sue numerose specializzazioni alternative: la medicina cinese, l’auricoloterapia, l’osteopatia, la posturologia. Ha un’autorizzazione della asl per effettuare visite medico-legali, che esegue anche sui ragazzini, ed è associato alla Fmsi, la Federazione del Coni che coordina i 5 mila medici dello sport in Italia.

Maurizio Casasco della Fmsi è il presidente: «Se quello che avete riscontrato è vero, quest’uomo rischia la radiazione e una denuncia penale. Purtroppo i nostri associati sono tantissimi e controllarli tutti è impossibile». Così come è difficile contrastare le manipolazioni di sangue.

Il nostro dottore, dopo la seconda seduta, ha detto che si poteva passare alla prima trasfusione. Chi scrive si è guardato bene dall’accettare. Ma il problema resta. L’ematologo Giuseppe D’Onofrio cita la legge dello Stato 219/2005, considerata fra le più avanzate in Europa. La legge ricorda che il sangue umano non può essere fonte di profitto e nessun trattamento può essere effettuato all’esterno di strutture specializzate. D’Onofrio aggiunge che scherzare con il sangue, facendolo trattare da persone non autorizzate, è un gioco molto pericoloso.

Gli ozonoterapeuti, come succede spesso in Italia, giocano sui cavilli, dicendo che le «piccole autoemotrasfusioni» non sono trasfusioni vere e proprie, perché la sacca del sangue non si stacca fisicamente dalla vena. Mentre la battaglia continua sul piano verbale, ci sono però medici, autorevoli, con curriculum importanti e che si occupano di tutela della salute per conto dello Stato, che violando le leggi sportive e penali giocano davvero con il sangue di sportivi ingenui e spesso giovanissimi, disposti a pagarli bene per vincere una medaglietta. Ci sarà qualcuno che li vorrà fermare?

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