
di Marco de Martino da Berlin, New Jersey
A Manhattan fa chic comprare frutta e verdura biodinamica dai giovani fattori un po’ hippy al mercato di Union square, o tra gli scaffali dei supermercati naturali Whole Foods, dove si rincorrono le scritte: «Solo coltivazioni locali e sostenibili». Ma per vedere che cosa si mangia nella vera America basta lasciarsi alle spalle i grattacieli di New York e viaggiare per due ore sulla Turnpike, l’autostrada che attraversa il New Jersey.
Dalle parti di Berlin, cittadina agricola a poca distanza da Atlantic City, si arriva alla Johnny Boy Farm. E aperta la porta di una piccola casa di mattoni rossi circondata dai campi ancora spogli di inizio marzo ci si trova davanti John Rigolizzo Jr, l’ultimo di cinque generazioni di agricoltori tutti chiamati John, famiglia proveniente dal paese siciliano di Gesso, vicino a Messina.
A 57 anni Rigolizzo Jr è il più giovane tra gli agricoltori della zona. «La verità è che nessuno vuole più coltivare la terra, non conviene, e io avrei già smesso da tempo se non fosse per questo» dice indicando un sacco di mais transgenico prodotto dalla multinazionale dell’agricoltura biotech Monsanto. «Questa per me è l’unica agricoltura veramente sostenibile».
Mentre in Europa (e in Italia) non accennano a placarsi le polemiche sulla patata Amflora della tedesca Basf, alimento geneticamente modificato di cui è stata da pochi giorni autorizzata la coltivazione in Europa, negli Stati Uniti da oltre dieci anni si producono e si consumano alimenti modificati geneticamente. Il 90 per cento della soia e l’80 per cento del mais sono stati prodotti da scienziati che hanno inserito nel dna della pianta geni che rendono queste coltivazioni resistenti ai batteri e agli erbicidi.
E poiché lo sciroppo di mais è presente in molti degli alimenti industriali consumati da tutti, è in corso da tempo un enorme esperimento di massa sulla salute pubblica dei cittadini. O almeno questa è la posizione di chi critica l’industria agricola nell’era della tecnologia, non certo di agricoltori come Rigolizzo, che sul suo computer compulsa i siti biotech alla ricerca delle ultime novità scientifiche in materia.
Dice: «Da troppo tempo si parla dei potenziali danni alla salute degli alimenti ogm. Forse sarebbe ora di ammettere che in realtà non sono pericolosi, anche perché in questo caso io non li coltiverei mai. E sarebbe bello cominciare a parlare di come questi prodotti aiutino a risolvere i veri problemi degli agricoltori».
Racconta Rigolizzo che una volta questa fetta del New Jersey era costellata di fattorie che producevano latte, ora non ce n’è neanche una perché è diventato troppo costoso. Anche lui aveva delle mucche, e fino a due anni fa coltivava frutta e verdura oltre al mais, ospitando nei suoi casali una sessantina di lavoratori. Ma da quando si sono irrigidite le leggi sull’immigrazione non si trovano più gli immigrati dal Centro America disponibili a lavorare: «Abbiamo provato a mettere annunci sul giornale locale, non c’è neanche un americano che voglia piegare la schiena per raccogliere cavoli o spinaci».
Cercando una coltura a bassa quantità di mano d’opera, Rigolizzo si è concentrato sul mais ogm, che vende come mangime per i polli: «Anche se volessi usare sementi tradizionali ormai è molto difficile trovarle sul mercato, tranne che in quantità ridotte, e sempre costano più di quelle transgeniche».
Per 300 dollari circa Rigolizzo compra un sacco da 80 mila semi di Bt corn, ovvero il prodotto di maggiore successo della Monsanto. Un mais che incorpora il gene del Bacillus thuringiensis (Bt), una proteina tossica per gli insetti e i vermi delle piante. Bastano 60 mila semi per coltivare 1 ettaro di terra, ma in realtà se ne usano anche meno: per impedire la creazione di batteri resistenti alle coltivazioni ogm la legge americana impone che il 20 per cento del seminato sia tradizionale. E se una volta Rigolizzo creava una fascia di piante convenzionali attorno a quelle transgeniche, ora preferisce mescolare le sementi. «Ho capito che fa lo stesso».
Poiché il mais geneticamente modificato cresce in modo più uniforme di quello tradizionale, può essere seminato a una concentrazione maggiore: le piante sono distanziate 20 centimetri l’una dall’altra invece di 30. Una volta andavano irrorate di erbicidi almeno cinque volte nel corso di una stagione, e gli insetticidi dovevano essere usati più volte al giorno nella fase finale. Adesso basta una sola applicazione, perché il mais Bt è resistente all’erbicida Roundup (un altro prodotto della Monsanto) che quindi uccide solo le erbacce. E quando arriva il momento del raccolto, generalmente a inizio ottobre, le pannocchie sono del 20 per cento più lunghe di quelle normali.
«Il risultato è che raccogliamo circa 300 bushel (sacchi da circa 27 chilogrammi, ndr) di mais per ettaro: se usassimo sementi tradizionali ne produrremmo la metà» spiega Rigolizzo. «E siccome il prezzo del mais è rimasto più o meno lo stesso dagli anni Settanta, attorno a 3,50 dollari al sacco, le sementi ogm fanno la differenza tra un’attività in perdita e una in cui si guadagna».
Lo sanno bene nei laboratori della Monsanto e della Dupont, che si contendono questo enorme mercato, dove i ricercatori stanno sperimentando nuovi incroci genetici ancora più produttivi. In avanzato stato di sperimentazione sono sementi che potrebbero alzare la produzione a 1.000 sacchi di mais per ettaro. Piante resistenti alle siccità sempre più frequenti. Soia e mais che permetteranno di usare meno fertilizzanti chimici. Soia che contiene i grassi Omega 3, considerati salutari in particolare nella prevenzione delle malattie di cuore, e che in natura si trovano soprattutto in pesci come il tonno e lo spada, la cui carne può contenere elevati livelli di mercurio.
Negli Stati Uniti la contrarietà all’agricoltura biotecnologica è sempre più flebile: «A oltre dieci anni dall’introduzione delle prime coltivazioni geneticamente modificate, le maggiori preoccupazioni dell’opinione pubblica si sono stemperate» afferma Walter De Jong, che insegna alla facoltà di genetica della Cornell University. «Intendiamoci, ancora adesso McDonald’s non osa riproporre la patatina transgenica che dieci anni fa dovette smettere di usare dopo una campagna di Greenpeace. Ma con più di 400 milioni di ettari coltivati con sementi ogm è difficile continuare a temerne l’impatto ambientale. E anche le preoccupazioni sulla salute sono diminuite. A resistere sono invece i dubbi su una concentrazione così massiccia di produzione alimentare nelle mani di pochi gruppi industriali».
Il contadino Rigolizzo non ne è però turbato e si lancia in analisi socio- economiche: «È successo lo stesso anche in altri settori, a partire dalla finanza. La concentrazione è un fenomeno economico irreversibile». E quando gli si parla delle conseguenze sull’ambiente degli ogm, lui dice che sono positive: «C’era chi temeva che le farfalle monarca sarebbero morte a contatto con la vegetazione ogm. La verità è che la riduzione di pesticidi ha riportato nei campi animali che non si vedevano da tempo. Qui ora scorrazzano cerbiatti, scoiattoli, volpi, orsi» dice. «Persino troppo: a volte sembra di essere dentro al National Geographic. Ma questa è solo un’opinione personale».
- Lunedì 15 Marzo 2010


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Commenti
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Il 15 Marzo 2010 alle 23:07 ros77 ha scritto:
SPERIAMO BENE… non e’ che poi si fa come le cavie del famoso “vaccino” iniettato a tanti americani agli inizi degl’anni 40…, che no nha portato a niente… chissa’ gli ogm.
Il 12 Luglio 2010 alle 14:08 Ogm: Europa verso il “liberi tutti” | Portale delle scienze ha scritto:
[...] aveva promesso all’indomani della fine della moratoria per nuove colture Ogm in Europa. Una volta autorizzata nel marzo scorso la produzione della contestatissima patata [...]
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