

di Donata Marino
La prima pietra fra due settimane. Poi, in 3 mesi, il bunker da oltre 2 mila metri cubi, in parte interrato e schermato con lastre d’acciaio per ridurre la contaminazione del campo magnetico, sarà pronto ad accogliere il magnete da 35 tonnellate, cuore della prima risonanza magnetica nucleare 7 Tesla in Italia.
Prodotta dalla General Electric negli Stati Uniti, arriverà a fine novembre all’Irccs Fondazione Stella Maris, ospedale di riferimento per le neuroscienze a Calambrone (Pisa). Un trasporto eccezionale: se spedito in aereo, com’è probabile, il magnete, lungo 2 metri e mezzo, dovrà essere avvolto da elio liquido.
Fra un anno la Toscana avrà così un’apparecchiatura tecnologica ad altissima risoluzione per visualizzare e studiare il cervello, come pure l’apparato scheletrico, il cuore e il seno. Ne esistono solo 17 in Europa e 27 nel resto del mondo. Costo? Sette milioni di euro, metà finanziati dalla Fondazione Cassa di risparmio di Pisa, l’altra metà da Imago 7, consorzio di enti pubblici fra cui Stella Maris e l’Università di Pisa.
«Un esempio di collaborazione fra pubblico e privato» commenta Renzo Guerrini, direttore scientifico della Fondazione Stella Maris. «C’è spazio anche per chi, da tutt’Italia, vorrà sviluppare progetti con questa macchina avanzata». Che cosa la differenzia dalle attuali risonanze magnetiche? «La potenza, quelle in uso hanno un massimo di 3 Tesla» chiarisce Guerrini. «Consentirà non solo di migliorare la comprensione dell’anatomia del cervello, incluse le parti coinvolte in malattie come l’ictus, ma soprattutto di capirne meglio struttura molecolare e funzioni, in particolare l’attivazione della corteccia cerebrale in risposta a stimoli esterni».
Una tecnologia così potente può presentare rischi per la salute? «No, il campo magnetico statico è innocuo» rassicura Guerrini. «A oggi nel mondo sono stati effettuati 100 mila esami con campi magnetici fra 4 e 8 Tesla, senza che siano stati registrati effetti sull’uomo». Tra le novità, la possibilità di esaminare lo stato dei vasi sanguigni del cervello in maniera meno invasiva, senza i mezzi di contrasto solitamente iniettati.
Tante le ricerche da avviare, prima fra tutte sull’epilessia. «Per individuare con precisione lesioni cerebrali che causano crisi epilettiche ed eventualmente asportarle» spiega Guerrini. Un altro campo: «Approfondire lo studio della plasticità cerebrale, ossia la capacità del cervello di riorganizzare il proprio funzionamento, in caso per esempio di autismo, schizofrenia, malattie genetiche o lesioni del sistema nervoso» sostiene Giovanni Cioni, docente di neuropsichiatria infantile all’Università di Pisa. «Partiremo dai bambini, dal momento che in giovane età è maggiore la possibilità di riorganizzare le connessioni cerebrali: osservando come ciò avviene, puntiamo a trovare terapie in grado di ripristinarle, verificandone l’efficacia in tempi reali».
Questa risonanza, al contrario delle attuali, permette di elaborare in diretta, presente il paziente, le funzioni cerebrali. Un fattore decisivo anche per lo sviluppo della mano artificiale: «Abbiamo già creato prototipi di mani leggerissime, impensabili fino a poco fa. Potremo capire meglio le connessioni sensoriali fra arti e cervello» sottolinea Paolo Dario, docente di biorobotica alla Scuola superiore Sant’Anna di Pisa, centro di eccellenza nella ricerca biomedica. In pochi anni, destrezza e sensibilità simili alla mano vera potrebbero essere realtà.
- Lunedì 3 Maggio 2010
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